Fiscal drag, la tassa invisibile che può pesare fino a 13 miliardi
🌐 Fiscal drag, stipendi, pensioni e inflazione: c’è un meccanismo poco visibile che può aumentare il prelievo fiscale anche quando il governo non modifica le aliquote. Si chiama drenaggio fiscale e scatta quando salari e pensioni crescono nominalmente per inseguire l’aumento dei prezzi, mentre scaglioni Irpef, detrazioni e soglie fiscali non si adeguano nella stessa misura. Nel biennio 2026-2027, secondo le simulazioni riportate in queste ore, il maggiore prelievo potrebbe collocarsi tra 8,1 e 12,74 miliardi di euro, con lo scenario più pesante legato a un’inflazione cumulata più elevata.
Fiscal drag, cos’è davvero la tassa invisibile
Il fiscal drag non è una nuova imposta.
Non compare in una legge con un nuovo nome e non significa che il Fisco aumenti automaticamente un’aliquota. Il meccanismo è più sottile e proprio per questo viene spesso definito “tassa invisibile”.
Il punto di partenza è l’inflazione.
Se i prezzi aumentano, lavoratori e pensionati possono ricevere aumenti nominali per compensare almeno in parte la perdita di potere d’acquisto. Lo stipendio cresce, quindi, non necessariamente perché il lavoratore è diventato più ricco in termini reali, ma perché il denaro vale meno rispetto a prima.
Il problema nasce quando le soglie fiscali rimangono ferme.
Se il reddito nominale aumenta e supera una soglia Irpef, una parte maggiore del reddito può essere assoggettata a un’aliquota superiore. Parallelamente, alcune detrazioni possono ridursi al crescere del reddito.
Il risultato è che l’aumento lordo destinato a compensare l’inflazione non si traduce interamente in un aumento del reddito disponibile.
È questo il cuore del drenaggio fiscale.
Un esempio semplice per capire come funziona
Immaginiamo un lavoratore che guadagni 30 mila euro lordi all’anno.
Se l’inflazione aumenta e il suo stipendio sale a 31.500 euro semplicemente per mantenere più o meno invariato il potere d’acquisto, quel lavoratore non è necessariamente più ricco di prima.
Ha più euro sul conto, ma quei 1.500 euro aggiuntivi servono in larga parte a compensare prezzi più elevati.
Se nel frattempo il sistema fiscale non aggiorna adeguatamente le soglie, però, l’aumento nominale può produrre un maggior prelievo.
La conseguenza è una situazione apparentemente paradossale: il reddito aumenta, ma una parte dell’aumento viene assorbita dal Fisco e il guadagno reale può risultare molto più contenuto.
Il fenomeno diventa particolarmente evidente quando l’inflazione è significativa e gli adeguamenti fiscali non seguono automaticamente l’andamento dei prezzi.
Perché l’inflazione è la chiave del problema
Il fiscal drag è quindi strettamente legato alla differenza tra reddito nominale e reddito reale.
Il primo è la quantità di euro che riceviamo.
Il secondo misura, semplificando, quanto possiamo effettivamente comprare con quegli euro.
Quando i prezzi salgono, un aumento dello stipendio può essere necessario semplicemente per evitare una perdita del potere d’acquisto.
Ma il sistema fiscale ragiona sul reddito nominale.
Ed è qui che si crea il problema.
Se lo stipendio sale del 3% mentre anche i prezzi salgono, quel 3% non rappresenta automaticamente un aumento reale della ricchezza. Se però il Fisco considera integralmente quel maggior reddito ai fini dell’Irpef, può verificarsi un incremento del prelievo.
Il fenomeno non richiede quindi una decisione esplicita di aumentare le tasse.
È sufficiente che le regole fiscali restino ferme mentre i redditi nominali si muovono verso l’alto.
Quanto può costare nel biennio 2026-2027
Le simulazioni pubblicate il 28 settembre 2026 dagli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, secondo quanto riportato dalle cronache economiche, hanno quantificato il possibile impatto del fiscal drag nel biennio 2026-2027 in una forbice compresa tra 8,1 e 12,74 miliardi di euro.
La cifra non rappresenta una nuova tassa inserita nella legge di bilancio né un pagamento identico per ogni contribuente.
Si tratta di una stima del maggiore prelievo complessivo determinato dal meccanismo del drenaggio fiscale in differenti scenari di inflazione.
Nello scenario più favorevole considerato, l’effetto si fermerebbe intorno agli 8,1 miliardi.
Con un’inflazione più elevata, invece, il conto potrebbe salire fino a 12,74 miliardi.
La differenza è fondamentale perché il fiscal drag tende ad amplificarsi quanto più rapidamente crescono i redditi nominali per effetto dell’inflazione.
Lo scenario peggiore arriva a quasi 13 miliardi
Il numero che ha attirato maggiormente l’attenzione è dunque 12,74 miliardi.
È una cifra che equivale a quasi 13 miliardi di maggiore prelievo complessivo nel biennio secondo lo scenario più severo della simulazione.
Non significa che ogni lavoratore o pensionato perderà automaticamente una determinata cifra.
L’effetto varia infatti in base al reddito individuale, alla dinamica degli aumenti salariali o pensionistici, alle detrazioni applicabili e alla posizione fiscale del singolo contribuente.
Il valore di 12,74 miliardi deve quindi essere letto come una grandezza aggregata.
È proprio la dimensione complessiva a rendere il fenomeno importante per i conti delle famiglie e per le entrate pubbliche.
Chi rischia di essere maggiormente coinvolto
Il drenaggio fiscale può interessare soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati quando i loro redditi aumentano nominalmente.
Il meccanismo, però, non colpisce tutti allo stesso modo.
Un aumento salariale può infatti derivare da un rinnovo contrattuale, da un adeguamento all’inflazione, da una progressione professionale oppure da altre componenti della retribuzione. Allo stesso modo, nel caso delle pensioni, gli adeguamenti possono dipendere dalle regole di rivalutazione.
Il punto comune è l’aumento del reddito imponibile.
Quanto più il reddito si avvicina o supera determinate soglie, tanto più può diventare rilevante l’effetto combinato di aliquote e detrazioni.
Per questo motivo il fiscal drag non è una “tassa uguale per tutti”: il suo impatto dipende dalla posizione individuale.
Gli scaglioni Irpef possono fare la differenza
Per comprendere il meccanismo bisogna guardare agli scaglioni Irpef.
La progressività dell’imposta significa che aliquote diverse si applicano a differenti porzioni del reddito imponibile.
Se un reddito cresce nel tempo ma le soglie rimangono nominalmente ferme, l’incremento può portare una quota maggiore del reddito dentro fasce soggette a un prelievo più elevato.
Non significa che l’intero stipendio venga tassato all’aliquota dello scaglione superiore.
È un equivoco frequente.
L’aliquota più alta si applica alla parte di reddito che ricade nello scaglione corrispondente, non all’intero reddito.
Ma proprio il passaggio progressivo tra le fasce può contribuire a ridurre il beneficio netto degli aumenti nominali.
Anche le detrazioni entrano nel meccanismo
Non ci sono soltanto le aliquote.
Un’altra componente importante sono le detrazioni fiscali, alcune delle quali possono variare in funzione del reddito complessivo.
Questo significa che un aumento del reddito può produrre contemporaneamente due effetti: da una parte un’imposta lorda più elevata, dall’altra una riduzione di alcune agevolazioni o detrazioni.
Il risultato finale è quindi più complesso di una semplice moltiplicazione tra stipendio e aliquota.
È anche per questo che il fiscal drag viene spesso percepito dal contribuente senza essere immediatamente riconoscibile.
Non c’è una voce in busta paga chiamata “fiscal drag”.
L’effetto emerge dal confronto tra quanto il reddito è aumentato e quanto è effettivamente cresciuto il netto disponibile.
La legge di Bilancio ha già modificato l’Irpef
Nel 2026 il sistema fiscale italiano è stato comunque interessato da modifiche.
La legge di Bilancio 2026 ha previsto, tra le altre misure, la riduzione dal 35% al 33% dell’aliquota del secondo scaglione Irpef, relativo ai redditi tra 28 mila e 50 mila euro. Il Ministero del Lavoro indica un risparmio che può arrivare fino a 440 euro annui, con una specifica limitazione per i redditi complessivi superiori a 200 mila euro.
Sono inoltre previste agevolazioni sulla tassazione di alcuni incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali per determinate categorie di lavoratori dipendenti del settore privato.
Questi interventi mostrano perché il tema del fiscal drag debba essere valutato insieme all’intero sistema tributario.
Il drenaggio fiscale non equivale infatti al saldo complessivo della politica fiscale.
Una riduzione di aliquote o una nuova detrazione può compensare, in tutto o in parte, l’effetto prodotto dall’aumento nominale dei redditi.
Il nodo è l’adeguamento delle soglie all’inflazione
Il problema teorico può essere riassunto in una domanda: le soglie fiscali devono essere automaticamente indicizzate ai prezzi?
In un sistema completamente indicizzato, se il reddito cresce soltanto per effetto dell’inflazione, anche gli scaglioni e le principali soglie verrebbero adeguati in modo da evitare che il contribuente paghi più imposte soltanto perché gli euro hanno perso potere d’acquisto.
Ma l’indicizzazione automatica avrebbe conseguenze anche per i conti pubblici.
Se le soglie aumentano insieme all’inflazione, il gettito generato dalla crescita nominale dei redditi si riduce.
Da qui nasce il delicato equilibrio tra protezione del potere d’acquisto dei contribuenti e sostenibilità delle entrate dello Stato.
Non è un aumento delle tasse deciso con una legge
Un punto va chiarito con particolare attenzione.
Dire che il fiscal drag è una “tassa invisibile” è una definizione giornalistica efficace, ma non significa che esista una nuova imposta chiamata fiscal drag.
Il contribuente non riceve una nuova tassa.
Il fenomeno nasce dall’interazione tra inflazione, crescita nominale dei redditi e struttura progressiva dell’imposta.
È quindi più corretto parlare di maggiore prelievo determinato dal mancato adeguamento delle soglie fiscali rispetto all’aumento dei redditi nominali.
La distinzione non è soltanto terminologica.
Serve a capire perché il fenomeno possa manifestarsi anche senza una modifica delle aliquote.
Il paradosso: aumentare lo stipendio e guadagnare poco di più
È qui che il fiscal drag diventa particolarmente interessante per le famiglie.
Un lavoratore può ricevere un aumento e vedere crescere il proprio stipendio netto. Nonostante ciò, il suo potere d’acquisto reale può rimanere quasi invariato se l’inflazione ha eroso gran parte dell’incremento.
Se contemporaneamente una quota maggiore del reddito viene assorbita dal prelievo fiscale, l’effetto dell’aumento può risultare ancora più debole.
Lo stesso ragionamento può essere applicato alle pensioni quando gli adeguamenti fanno crescere gli importi nominali.
Il rischio, in altre parole, è che una parte della corsa dei redditi dietro ai prezzi finisca per tradursi anche in maggiore gettito fiscale.
Cosa può succedere nel 2027
Le prospettive dipenderanno soprattutto dall’andamento dell’inflazione e dalla risposta della politica fiscale.
L’Istat, nelle previsioni pubblicate a giugno, indicava per il 2026 un’inflazione misurata attraverso il deflatore della spesa delle famiglie al 2,9%, con un ritorno al 2% nel 2027, sottolineando però l’incertezza legata allo scenario internazionale e ai prezzi energetici.
Se l’inflazione dovesse rimanere più elevata, il problema del drenaggio fiscale diventerebbe più evidente.
Se invece la dinamica dei prezzi rallentasse e le soglie fiscali venissero adeguate, l’effetto potrebbe risultare più contenuto.
Per questo il numero di 12,74 miliardi non va interpretato come una previsione certa del conto che verrà presentato agli italiani.
È lo scenario più pesante della simulazione.
La vera domanda è quanto resta in tasca
Alla fine, il punto che interessa lavoratori e pensionati è molto concreto.
Non quanto aumenta lo stipendio sulla carta, ma quanto aumenta realmente il potere d’acquisto dopo inflazione e tasse.
È questa la differenza tra aumento nominale e aumento reale.
Un incremento di reddito può sembrare significativo sulla busta paga, ma se nello stesso periodo aumentano prezzi e prelievo fiscale, il beneficio effettivamente percepito può essere molto più ridotto.
Il fiscal drag agisce proprio in questa zona grigia.
Non annuncia un aumento delle tasse, non compare come una nuova voce e non colpisce tutti nello stesso modo. Ma quando inflazione e redditi nominali salgono più rapidamente delle soglie fiscali, una parte dell’incremento può essere intercettata dal sistema tributario.
E nel biennio 2026-2027, secondo le simulazioni diffuse in queste ore, il conto complessivo potrebbe arrivare fino a 12,74 miliardi di euro nello scenario di inflazione più sfavorevole.
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