onti pubblici, il deficit scende ma la pressione fiscale sale
🌐 Deficit/Pil al 2%, pressione fiscale al 43,5% e saldo primario in forte miglioramento: è la fotografia dell’economia italiana nel secondo trimestre del 2026 scattata dall’Istat. I conti delle Amministrazioni pubbliche mostrano un miglioramento dell’indebitamento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma nello stesso tempo il peso complessivo di imposte e contributi sul Pil aumenta di mezzo punto. Sul fronte delle famiglie, invece, il reddito cresce meno dei consumi e il potere d’acquisto diminuisce dello 0,9%.
Il quadro che emerge dai nuovi dati dell’Istituto nazionale di statistica è fatto di segnali apparentemente contraddittori. Da una parte migliorano alcuni indicatori fondamentali dei conti pubblici italiani; dall’altra cresce la pressione fiscale e si indebolisce la capacità delle famiglie di accantonare risorse.
Nel secondo trimestre del 2026 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil si è attestato al 2,0%, contro il 2,1% registrato nello stesso trimestre del 2025. Il miglioramento è contenuto, appena un decimo di punto, ma assume maggiore rilievo se osservato insieme alla dinamica del saldo primario.
Il saldo primario, cioè il risultato dei conti pubblici prima di considerare la spesa per interessi sul debito, è infatti risultato positivo per il 3,0% del Pil, in netto aumento rispetto al 2,2% di un anno prima. Il saldo corrente è invece sceso al 2,9%, dal precedente 3,3%.
Deficit in miglioramento: cosa dicono davvero i numeri
Il dato sul deficit rappresenta uno degli elementi più importanti della nuova fotografia dei conti pubblici.
Il rapporto tra indebitamento netto e Pil è passato dal -2,1% al -2,0% nel confronto tra secondo trimestre 2025 e secondo trimestre 2026. Si tratta di un miglioramento relativamente contenuto, ma inserito in una dinamica nella quale anche il saldo primario registra un progresso significativo.
La lettura dei dati deve però tenere conto della natura trimestrale della rilevazione. Le entrate e le uscite dello Stato non si distribuiscono in maniera uniforme durante l’anno e, per questo motivo, il confronto corretto dei dati trimestrali è soprattutto quello con lo stesso periodo dell’anno precedente.
L’Istat ha inoltre aggiornato le serie statistiche nell’ambito della revisione ordinaria dei Conti economici nazionali. Le nuove elaborazioni sono quindi coerenti con la revisione pubblicata a settembre e comprendono anche nuove serie destagionalizzate per alcune grandezze delle Amministrazioni pubbliche.

Pressione fiscale al 43,5%: il prelievo aumenta
Il dato destinato probabilmente a suscitare maggiore attenzione tra famiglie e imprese è quello relativo alla pressione fiscale.
Nel secondo trimestre del 2026 il rapporto tra imposte, contributi sociali e Pil ha raggiunto il 43,5%, con un aumento di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.
Il dato non va confuso con l’aliquota applicata al reddito di un singolo contribuente. La pressione fiscale è infatti un indicatore macroeconomico che misura il peso complessivo del prelievo sul prodotto interno lordo.
La crescita registrata nel trimestre indica quindi che, rispetto alla dimensione dell’economia, il gettito fiscale e contributivo ha avuto un’incidenza maggiore.
Il risultato assume un significato particolare perché arriva contemporaneamente al miglioramento dell’indebitamento netto. Conti pubblici più favorevoli e maggiore pressione fiscale possono dunque convivere, poiché il saldo dello Stato dipende dall’insieme delle entrate e delle spese, non soltanto dal livello della tassazione.
Il punto critico arriva dai bilanci delle famiglie
Se i conti delle Amministrazioni pubbliche mostrano alcuni segnali positivi, la situazione appare più complessa guardando ai bilanci delle famiglie.
Nel secondo trimestre il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Nello stesso periodo, però, la spesa per consumi finali è cresciuta dell’1,7%.
La differenza tra le due dinamiche è significativa: le famiglie hanno aumentato la spesa molto più rapidamente rispetto alla crescita delle risorse disponibili.
Il risultato è immediatamente visibile nella propensione al risparmio.
Risparmi in calo: la propensione scende al 6,7%
La quota di reddito disponibile destinata al risparmio è scesa al 6,7%, con una diminuzione di 1,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.
In altre parole, una parte maggiore del reddito disponibile è stata utilizzata per finanziare i consumi anziché essere accantonata.
Il dato non implica necessariamente che le famiglie stiano consumando di più perché dispongono di maggiori risorse. Al contrario, il quadro fornito dall’Istat suggerisce che la crescita dei consumi sia avvenuta mentre il reddito aumentava più lentamente.
È una dinamica da osservare con attenzione perché la capacità di risparmio rappresenta uno degli indicatori più importanti della solidità finanziaria delle famiglie. Una riduzione prolungata della quota accantonata può significare minore capacità di fronteggiare spese impreviste e maggiore esposizione agli shock economici.

Potere d’acquisto ancora sotto pressione
A rendere ancora più complessa la fotografia dei bilanci familiari è l’andamento del potere d’acquisto.
Nel secondo trimestre del 2026 il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente. Nello stesso periodo il deflatore implicito dei consumi è aumentato dell’1,4%.
Il significato economico è importante: anche se il reddito nominale è aumentato, l’incremento dei prezzi ha ridotto la quantità effettiva di beni e servizi che quel reddito può acquistare.
Si crea così una situazione nella quale il reddito cresce in termini monetari, ma la capacità reale di spesa si restringe.
È uno degli elementi che spiegano perché il dato sul reddito disponibile, considerato da solo, non sia sufficiente per descrivere la situazione economica delle famiglie.
Consumi più forti del reddito: una dinamica da monitorare
Il fatto che i consumi siano aumentati dell’1,7% mentre il reddito disponibile è cresciuto soltanto dello 0,4% rappresenta uno dei passaggi più interessanti della rilevazione.
Una parte della maggiore spesa può essere stata sostenuta proprio attraverso una riduzione del risparmio. Il calo della propensione al risparmio al 6,7% conferma questa lettura.
Il fenomeno può sostenere temporaneamente la domanda interna e quindi l’attività economica, ma presenta anche un rovescio della medaglia. Se i consumi crescono più velocemente dei redditi per un periodo prolungato, le famiglie possono trovarsi con un margine finanziario progressivamente più ridotto.
Il dato diventa ancora più rilevante alla luce della dinamica complessiva del Pil.
Pil in crescita dello 0,2% nel trimestre
I dati Istat aggiornati sul secondo trimestre confermano una crescita congiunturale del Pil dello 0,2%, mentre rispetto al secondo trimestre del 2025 l’economia italiana risulta cresciuta dell’1,0%.
La crescita acquisita per il 2026, depurata dagli effetti di calendario, è pari allo 0,8%.
Dal lato della domanda, nel secondo trimestre consumi finali nazionali e investimenti fissi lordi sono aumentati entrambi dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Le importazioni sono cresciute dell’1,5% e le esportazioni dell’1,0%.
Più articolata la situazione dal lato dell’offerta: il valore aggiunto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca è diminuito dello 0,1%, quello dell’industria è sceso dello 0,6%, mentre i servizi hanno registrato una crescita dello 0,4%.
Il contributo dei servizi appare quindi particolarmente importante nel mantenimento della crescita economica.

Imprese, profitti in calo ma investimenti in aumento
Anche il settore delle società non finanziarie presenta una fotografia a luci e ombre.
Nel secondo trimestre la quota di profitto è scesa al 42,1%, con una riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.
Contemporaneamente, però, il tasso di investimento è salito al 26,4%, con un incremento di 0,7 punti.
La combinazione dei due dati è significativa. Le imprese hanno visto ridursi leggermente la quota di profitto, ma hanno contemporaneamente aumentato la parte delle risorse destinata agli investimenti.
Questo può indicare una maggiore propensione a sostenere la capacità produttiva nonostante la pressione sui margini.
La fotografia dell’Italia tra conti pubblici e famiglie
Mettendo insieme tutti gli indicatori emerge un quadro economico che non può essere letto attraverso un solo numero.
Il deficit migliora, passando al 2% del Pil. Il saldo primario aumenta, arrivando al 3%. La pressione fiscale sale al 43,5%. Parallelamente, il Pil cresce dello 0,2% sul trimestre precedente e dell’1% su base annua.
Sul fronte delle famiglie, invece, il reddito disponibile aumenta soltanto dello 0,4%, mentre i consumi corrono all’1,7%. La propensione al risparmio scende al 6,7% e il potere d’acquisto arretra dello 0,9%.
È soprattutto questo contrasto a caratterizzare i nuovi dati: i conti pubblici mostrano un miglioramento, mentre i bilanci familiari evidenziano una maggiore pressione sulla capacità di risparmio e sulla spesa reale.
Cosa indicano i nuovi dati per i prossimi mesi
La rilevazione del secondo trimestre non consente da sola di stabilire quale sarà l’andamento dell’intera economia italiana nel 2026, ma offre alcune indicazioni importanti.
Il miglioramento del deficit e del saldo primario rappresenta un elemento positivo per la finanza pubblica, mentre l’aumento della pressione fiscale segnala che il peso complessivo del prelievo resta elevato.
Per le famiglie, invece, sarà decisivo capire se la crescita dei consumi riuscirà a essere accompagnata da un rafforzamento del reddito reale. Un recupero del potere d’acquisto e una stabilizzazione della propensione al risparmio sarebbero infatti fondamentali per rendere più solida la ripresa della domanda interna.
Anche per le imprese il dato sugli investimenti merita attenzione: la crescita del tasso di investimento, nonostante la lieve contrazione della quota di profitto, rappresenta uno dei segnali da seguire nei prossimi trimestri.
La fotografia dell’Istat restituisce quindi un’Italia che continua a crescere, ma in modo ancora fragile e disomogeneo. I conti dello Stato migliorano, mentre famiglie e imprese affrontano dinamiche differenti sul fronte di redditi, consumi, risparmi e profitti. Saranno proprio questi equilibri a determinare la qualità della crescita nei prossimi mesi.
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