Eredità attesa, consumi più alti e meno lavoro: cosa dice Bankitalia
🌐 Eredità attesa e comportamento delle famiglie: uno studio della Banca d’Italia rileva che chi prevede di ricevere un lascito tende a consumare di più, risparmiare meno e avere una quota inferiore di componenti occupati. Ma gli stessi ricercatori avvertono: si tratta di correlazioni statistiche, non della prova di un rapporto di causa-effetto.
Aspettare un’eredità può cambiare il modo in cui una famiglia guarda al proprio futuro economico. Se una parte della ricchezza che oggi non è ancora disponibile viene considerata come una risorsa futura relativamente sicura, il comportamento finanziario può modificarsi già nel presente.
È questo il quadro che emerge da una ricerca della Banca d’Italia dedicata alle eredità attese e pubblicata nella collana Questioni di Economia e Finanza. Lo studio, firmato da David Loschiavo, Mirko Moscatelli, Eleonora Porreca e Francesca Zanichelli, analizza i dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane e mette in relazione l’aspettativa di ricevere trasferimenti patrimoniali con consumi, risparmio, lavoro, debiti e composizione della ricchezza.
Il risultato più immediato è anche quello destinato a far discutere: le famiglie che dichiarano di aspettarsi un’eredità consumano circa il 7% in più e presentano un tasso di risparmio inferiore di circa il 17%.
Ma il dato sul lavoro richiede una lettura molto più attenta di quanto lasci intendere il titolo della ricerca.
Non emerge infatti che chi aspetta un’eredità lavori necessariamente meno ore. L’associazione riguarda soprattutto il numero di persone occupate all’interno della famiglia.
Ed è una differenza tutt’altro che marginale.
Quante famiglie italiane aspettano un’eredità
Secondo i dati analizzati dagli economisti di Bankitalia, il 14,4% delle famiglie italiane dichiarava di attendere un’eredità o una donazione futura.
La fotografia utilizzata dallo studio risale al 2014, elemento essenziale per interpretare correttamente i risultati. La domanda sui trasferimenti attesi era stata posta a tutti gli 8.156 nuclei familiari inclusi nell’indagine.
Il fenomeno, inoltre, non è distribuito uniformemente nella popolazione.
L’attesa di un trasferimento patrimoniale è molto più frequente tra le famiglie che dispongono già di livelli elevati di ricchezza. Nel quintile più povero, l’86,2% dei nuclei non aveva ricevuto trasferimenti e non ne attendeva. La percentuale scendeva al 34,7% nel quintile più ricco.
La differenza racconta qualcosa di importante sull’eredità come possibile meccanismo di trasmissione della ricchezza.
Chi appartiene a una famiglia economicamente più solida ha maggiori probabilità di avere genitori o altri familiari dotati di patrimonio da trasferire. L’eredità, quindi, non arriva soltanto quando avviene la successione: la sua possibilità può condizionare le scelte economiche molti anni prima.

L’effetto del patrimonio familiare parte prima dell’eredità
È uno degli aspetti più interessanti dello studio.
La ricchezza ereditabile non è soltanto una somma che passa da una generazione all’altra al momento della morte del proprietario. Può diventare una sorta di patrimonio futuro percepito, capace di modificare le decisioni della generazione precedente al trasferimento.
Anche il livello di istruzione della famiglia d’origine sembra avere un ruolo.
Quando il principale percettore di reddito del nucleo è laureato, la probabilità di aspettarsi un’eredità aumenta di 7,2 punti percentuali rispetto alla situazione di riferimento considerata nell’analisi.
Anche il numero dei genitori ancora in vita conta, così come l’età.
Il profilo della probabilità di aspettare un lascito segue infatti una curva a U rovesciata rispetto all’età: nelle fasi centrali della vita è più probabile avere ancora genitori in vita e, contemporaneamente, trovarsi in una fase nella quale un futuro trasferimento patrimoniale può essere considerato rilevante per le proprie decisioni economiche.
Perché chi aspetta un’eredità tende a risparmiare meno
Il meccanismo economico alla base dei risultati è relativamente intuitivo.
Una famiglia che si aspetta di ricevere in futuro una quantità significativa di ricchezza può percepire come meno urgente l’esigenza di accumulare patrimonio nel presente.
In altre parole, una parte del risparmio futuro viene implicitamente considerata già disponibile nel proprio bilancio mentale.
Il fenomeno si riflette nei numeri.
Le famiglie che dichiarano di attendere un’eredità mostrano consumi complessivi superiori di circa il 7% e un tasso di risparmio inferiore di circa il 17%.
La differenza riguarda anche la composizione della spesa. Per i consumi non durevoli, il divario è di circa il 6%. Per i beni durevoli emerge invece una maggiore probabilità di sostenere questo tipo di spesa, senza una differenza significativa nell’importo tra coloro che effettuano effettivamente l’acquisto.
Il messaggio, dunque, non è che queste famiglie spendano necessariamente molto di più per ogni singolo acquisto.
Piuttosto, l’aspettativa di ricchezza futura sembra ridurre l’incentivo ad accumulare risorse oggi.
L’età rende l’effetto più evidente
C’è poi una variabile che rafforza il fenomeno: l’età del principale percettore di reddito.
Più ci si avvicina al momento nel quale si presume possa concretizzarsi il trasferimento, più l’eredità attesa può assumere un peso nelle decisioni finanziarie.
L’orizzonte temporale si accorcia e, di conseguenza, la distanza tra la situazione economica presente e quella immaginata per il futuro diventa meno ampia.
È una dinamica coerente con i modelli economici del ciclo di vita, secondo i quali le persone tendono a distribuire consumi e risparmio nel tempo sulla base delle risorse che prevedono di avere a disposizione.
L’eredità attesa può quindi diventare una componente delle aspettative patrimoniali, anche se non è ancora materialmente entrata nel conto corrente o nel patrimonio della famiglia.

Il punto più delicato riguarda il lavoro
È qui che occorre evitare una semplificazione.
Dire che “chi aspetta un’eredità lavora meno” è solo parzialmente corretto.
L’analisi della Banca d’Italia distingue infatti tra due fenomeni: il numero di componenti della famiglia che lavorano e il numero di ore lavorate da chi è già occupato.
Il risultato statisticamente significativo riguarda il primo indicatore.
Nelle famiglie che si aspettano un trasferimento futuro, la quota di componenti occupati rispetto alle persone in età lavorativa risulta più bassa.
Non emerge invece una riduzione statisticamente significativa delle ore lavorate per occupato.
La differenza è sostanziale.
Il fenomeno osservato suggerisce quindi che l’eredità attesa possa influire maggiormente sulla decisione di entrare nel mercato del lavoro o rimanervi, piuttosto che sulla quantità di ore lavorate da chi ha già un’occupazione.
Non è, dunque, semplicemente la storia di persone che lavorano meno.
È la storia di famiglie nelle quali può esserci una minore necessità percepita di avere tutti i componenti adulti economicamente attivi.
Giovani, studio e prospettive diverse
Un altro elemento interessante riguarda le famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 30 anni.
In questi nuclei, l’aspettativa di un trasferimento patrimoniale è associata a una maggiore presenza di giovani impegnati in percorsi di studio o formazione.
Anche in questo caso la possibile interpretazione passa attraverso il patrimonio futuro.
Se una famiglia ritiene di poter contare su risorse che arriveranno più avanti, può avere maggiore margine per sostenere oggi un investimento nella formazione di un figlio, rinviando l’ingresso nel mercato del lavoro.
L’eredità attesa, quindi, non produce necessariamente soltanto maggiore consumo.
Può anche contribuire a spostare nel tempo alcune scelte economiche, come l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.
Il credito al consumo diventa un altro tassello
La ricerca individua poi un’associazione particolare sul fronte dell’indebitamento.
Le famiglie che aspettano un’eredità mostrano una probabilità maggiore di avere debiti per finalità di consumo.
Non emerge però una differenza significativa nell’ammontare del debito tra le famiglie che risultano già indebitate.
Il quadro è quindi quello di una maggiore propensione ad accedere al credito, più che di una maggiore esposizione individuale tra chi ha già contratto un debito.
È un comportamento che può essere interpretato come una forma di anticipazione delle risorse future.
Se si prevede di ricevere patrimonio in futuro, può diventare più accettabile finanziare oggi una spesa attraverso il credito, confidando nella maggiore disponibilità economica che si immagina arriverà successivamente.
Mutui e liquidità raccontano una storia diversa
Sul debito destinato all’acquisto della casa non emerge invece un effetto medio altrettanto evidente.
La situazione cambia però quando si considerano le famiglie con una dotazione ridotta di attività liquide rispetto ai propri consumi.
In questo segmento, l’attesa di un’eredità è associata in maniera significativa a una maggiore probabilità di ricorrere al credito al consumo e a una minore probabilità di accendere un mutuo.
È un risultato che porta a una considerazione più ampia: l’aspettativa di un patrimonio futuro può modificare i vincoli finanziari percepiti anche quando quel patrimonio non è ancora disponibile.
Non significa che la famiglia disponga effettivamente dell’eredità.
Significa che può comportarsi come se una parte di quella ricchezza futura fosse già incorporata nelle proprie prospettive economiche.

Meno mattone, più attività finanziarie
Lo studio analizza anche la composizione del patrimonio e individua differenze nella distribuzione tra attività reali e finanziarie.
L’aspettativa di un’eredità si accompagna a un profilo patrimoniale nel quale il peso degli immobili risulta diverso rispetto alle famiglie che non prevedono trasferimenti, mentre aumenta il ruolo delle attività finanziarie.
Anche questo risultato può essere letto alla luce della possibilità di ricevere in futuro ricchezza immobiliare dalla famiglia d’origine.
Se si prevede di ereditare una casa o altri beni immobili, l’incentivo ad accumulare autonomamente patrimonio attraverso il mattone può cambiare.
È un ulteriore esempio di come l’eredità possa influenzare le scelte molto prima del trasferimento effettivo.
L’eredità può ampliare le disuguaglianze prima ancora di essere ricevuta
Il tema diventa particolarmente rilevante se si guarda alla distribuzione della ricchezza in Italia.
Le eredità sono per definizione legate al patrimonio delle generazioni precedenti. E le famiglie che possiedono più ricchezza hanno, in generale, maggiori possibilità di effettuare trasferimenti significativi.
Ma lo studio suggerisce un passaggio ulteriore.
La disuguaglianza patrimoniale può agire prima ancora della successione, perché l’aspettativa di ricevere ricchezza modifica già nel presente le possibilità e le decisioni delle famiglie.
Una persona che sa di poter contare in futuro su un patrimonio familiare può affrontare diversamente il rischio, il consumo, il debito, lo studio e l’attività lavorativa rispetto a chi non dispone della stessa prospettiva.
Questo non significa che ogni eredità produca automaticamente maggiore benessere o minore partecipazione al lavoro.
Significa che le aspettative patrimoniali possono diventare una risorsa economica prima ancora di trasformarsi in patrimonio effettivo.
La grande cautela: correlazione non significa causa
È il punto che non dovrebbe essere perso quando i risultati vengono trasformati in un titolo.
Gli stessi autori dello studio sottolineano che le evidenze individuate sono correlazioni statistiche e non rapporti causali.
Non è quindi possibile concludere semplicemente che una persona smetta di lavorare perché aspetta un’eredità.
Potrebbero esistere altri fattori che spiegano contemporaneamente l’aspettativa di un trasferimento e le condizioni economiche osservate: patrimonio familiare, istruzione, condizioni del mercato del lavoro, composizione del nucleo, età, caratteristiche sociali e molte altre variabili.
Inoltre, l’analisi si basa su dati del 2014. Il suo valore è soprattutto quello di aiutare a comprendere un meccanismo economico e sociale, non quello di fotografare automaticamente il comportamento delle famiglie italiane nel 2026.
È una distinzione essenziale per non trasformare un risultato scientifico in uno slogan.

Un patrimonio che condiziona il presente
Il dato più interessante della ricerca, alla fine, non riguarda soltanto il fatto che alcune famiglie consumino di più o risparmino meno.
La questione più profonda è un’altra: quanto può valere economicamente una ricchezza che ancora non possediamo, ma che pensiamo di ricevere?
Per una parte delle famiglie italiane, la risposta sembra essere: abbastanza da cambiare alcune decisioni già oggi.
L’eredità futura può entrare nei calcoli familiari molto prima di una successione. Può modificare la propensione al risparmio, la scelta di ricorrere al credito, la composizione del patrimonio e, almeno statisticamente, la probabilità che tutti i componenti in età lavorativa siano occupati.
Non è denaro disponibile.
È però una aspettativa di ricchezza.
Ed è proprio questa aspettativa, secondo la ricerca della Banca d’Italia, a rappresentare un fattore economico capace di accompagnare le famiglie per anni prima che una successione abbia effettivamente luogo.
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