2:31 pm, 6 Settembre 26 calendario

Lorena , gli ultimi 20 minuti di terrore: la chiamata dal bagagliaio

Di: Francesca Puzzo

🌐 Lorena Isceri, venti minuti di terrore prima della morte: la 45enne rapita dall’ex compagno riesce a chiamare il 112 dal bagagliaio dell’auto e tenta disperatamente di salvarsi. Gli investigatori ricostruiscono l’agguato, la fuga sull’A1 e gli elementi che potrebbero indicare una preparazione dell’omicidio.

Sono circa venti minuti che raccontano una lotta disperata per la vita. Venti minuti nei quali Lorena Isceri, 45 anni, prigioniera nel bagagliaio dell’auto dell’ex compagno, prova a chiedere aiuto e a guadagnare tempo, mentre la vettura si allontana da Firenze e imbocca l’autostrada A1.

La donna sa di essere in pericolo. Riesce a utilizzare il telefono e cerca prima di raggiungere persone a lei vicine. Poi arriva la chiamata al 112, quella che diventerà l’ultimo disperato tentativo di salvarsi.

Dall’altra parte della linea, gli operatori ricevono una richiesta d’aiuto drammatica. Lorena racconta di essere stata rapita e indica l’uomo che la tiene prigioniera. Gli investigatori riescono progressivamente a ricostruire la posizione dell’auto e fanno scattare l’intervento.

Ma il tempo non basta.

Quando la polizia riesce a individuare il veicolo sull’A1, la tragedia è ormai vicina al suo epilogo. Federico Vella, l’ex compagno della donna, arriva nei pressi del viadotto Lora, nel territorio di Barberino del Mugello, e secondo la ricostruzione investigativa getta Lorena dal cavalcavia.

Poco dopo si toglie a sua volta la vita.

L’agguato nel garage e il rapimento

La sequenza dell’omicidio sarebbe iniziata nel garage della zona di Firenze dove Lorena abitava.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la donna sarebbe stata aggredita e immobilizzata dall’ex compagno prima di essere costretta a entrare nell’automobile.

Da quel momento sarebbe cominciata una corsa senza possibilità di fuga.

Lorena viene rinchiusa nel bagagliaio. L’auto si mette in movimento e si dirige verso l’autostrada.

È in questa fase che la 45enne riesce a trovare il modo di utilizzare il telefono.

Le prime chiamate, secondo le ricostruzioni emerse, sarebbero state rivolte alla madre e a una persona amica, ma non avrebbero consentito di stabilire un contatto duraturo. Poi arriva la telefonata al numero unico di emergenza.

La chiamata al 112 dura circa venti minuti.

Un tempo relativamente breve se misurato sull’orologio, ma interminabile per una donna che sa di essere nelle mani dell’ex compagno e che sta cercando in ogni modo di far arrivare qualcuno prima che sia troppo tardi.

“Mi ha rapita, vuole uccidermi”: la richiesta d’aiuto

La telefonata rappresenta uno degli elementi centrali dell’inchiesta.

Lorena riesce a comunicare agli operatori la propria situazione e a fornire informazioni utili per permettere alla polizia di individuare il veicolo.

La donna non si limita a chiedere aiuto: cerca anche di mantenere il contatto e di capire dove si trovi l’auto, mentre dall’esterno le forze dell’ordine provano a trasformare quelle informazioni in un intervento concreto.

Secondo le ricostruzioni delle ultime ore, Lorena avrebbe persino tentato di parlare direttamente con Federico.

È un dettaglio particolarmente doloroso della vicenda: dal bagagliaio, la donna avrebbe provato a convincere l’ex compagno a fermarsi, arrivando anche a prospettargli la possibilità di tornare insieme.

Non sarebbe stato soltanto un tentativo di chiedere aiuto.

Sarebbe stato anche un modo per prendere tempo.

Per convincerlo a non portare fino in fondo quello che aveva iniziato.

La polizia individua l’auto

La telefonata consente agli investigatori di restringere progressivamente l’area nella quale si trova l’automobile.

Le informazioni fornite da Lorena vengono utilizzate per cercare di intercettare il veicolo lungo il percorso.

La polizia si mette in movimento.

Ma la situazione cambia rapidamente quando l’uomo si accorge della presenza delle forze dell’ordine.

È a questo punto che, secondo la ricostruzione, Federico Vella porta Lorena verso il viadotto.

L’intervento degli agenti arriva quando l’uomo è ormai nei pressi del cavalcavia.

Lorena viene gettata nel vuoto prima che gli operatori possano riuscire a salvarla.

La donna muore dopo la caduta.

Vella, poco dopo, si lancia a sua volta dal viadotto.

Gli investigatori devono ora ricostruire con precisione ogni secondo della sequenza, anche attraverso le comunicazioni telefoniche, i dati relativi agli spostamenti dell’auto e gli elementi raccolti durante i primi sopralluoghi.

Il tentativo disperato di Lorena: parlare con l’ex per salvarsi

Uno degli aspetti più drammatici emersi dalle ricostruzioni riguarda proprio il comportamento di Lorena durante la telefonata.

La 45enne avrebbe cercato di calmare Federico e convincerlo a interrompere il viaggio.

Una strategia dettata dalla necessità.

Capire che cosa passasse nella mente dell’uomo e provare a ridurre la sua aggressività poteva rappresentare, per lei, l’unica possibilità di guadagnare qualche minuto.

La telefonata diventa così una sorta di doppio filo.

Da una parte gli operatori del 112 cercano di raccogliere informazioni e localizzare la vettura. Dall’altra Lorena continua a parlare con l’uomo che la tiene prigioniera, cercando di evitare che la situazione precipiti.

È una dinamica che rende ancora più drammatica la ricostruzione.

Ogni minuto poteva fare la differenza.

Eppure quei venti minuti non sono bastati.

Gli oggetti trovati nell’auto e il sospetto della premeditazione

Parallelamente alla ricostruzione della telefonata, gli investigatori stanno cercando di stabilire quanto fosse stato preparato il delitto.

Questo è uno dei punti più importanti dell’inchiesta.

Nell’auto utilizzata da Federico Vella sarebbero stati trovati diversi oggetti ritenuti compatibili con la ricostruzione dell’aggressione, tra cui fascette, nastro adesivo e forbici.

Secondo quanto emerso dalle indagini, alcuni di questi oggetti sarebbero stati acquistati proprio nella mattinata dell’omicidio.

Il particolare assume un peso rilevante perché potrebbe aiutare gli investigatori a stabilire se l’uomo avesse preparato in anticipo alcuni strumenti da utilizzare per immobilizzare Lorena.

Naturalmente, sarà l’insieme degli elementi investigativi a determinare il quadro definitivo.

Ma la presenza di quegli oggetti, unita alla dinamica del rapimento e al successivo trasferimento verso l’A1, alimenta l’ipotesi che l’omicidio non sia stato soltanto il risultato di un impulso improvviso.

Le lettere e gli altri elementi al vaglio degli investigatori

Nella ricostruzione della vicenda è emerso anche un altro elemento: alcune lettere scritte da Lorena e conservate nell’abitazione di Vella.

Secondo quanto riportato nelle ricostruzioni investigative, si tratterebbe di cinque lettere che l’uomo avrebbe custodito in un comodino.

Anche questo dettaglio viene esaminato dagli investigatori nel tentativo di comprendere il rapporto tra i due e soprattutto il contesto nel quale sarebbe maturato l’omicidio.

Non è ancora possibile attribuire automaticamente a ogni elemento un significato preciso.

La priorità dell’inchiesta è infatti distinguere ciò che può avere valore probatorio da ciò che appartiene alla sfera privata della relazione.

Ma proprio l’insieme degli oggetti, delle comunicazioni e degli spostamenti potrebbe consentire di ricostruire quanto fosse stato pianificato e quanto invece sia avvenuto durante la fuga.

La madre: “Aveva paura”

Mentre gli investigatori lavorano sulla dinamica dell’omicidio, dalle parole della famiglia emerge un altro elemento fondamentale.

La madre di Lorena ha raccontato che la figlia aveva paura dell’ex compagno.

Una paura che, secondo il racconto familiare, l’aveva spinta anche a tornare in Puglia.

Ma Lorena non aveva denunciato Vella.

La madre ha spiegato che la figlia non voleva danneggiarlo.

È un passaggio che riporta il caso oltre la cronaca dell’omicidio e dentro uno dei nodi più difficili della violenza nelle relazioni: la paura non sempre si traduce in una denuncia.

A volte chi subisce minacce, pressioni o comportamenti persecutori può avere timore delle conseguenze di una segnalazione, può sperare che la situazione cambi o può essere preoccupato per ciò che potrebbe accadere all’altra persona.

La storia di Lorena, in questo senso, mostra ancora una volta quanto sia complesso intercettare il pericolo prima che si trasformi in una tragedia.

La sequenza che gli investigatori devono ancora completare

Ora gli investigatori sono chiamati a mettere insieme tutti i tasselli.

Il primo riguarda l’agguato nel garage.

Il secondo è il trasferimento della donna nell’automobile e la sua immobilizzazione.

Il terzo è la corsa verso l’A1.

Il quarto è rappresentato dalle telefonate, soprattutto quella al 112, che ha consentito alla polizia di individuare il veicolo.

Infine, il quinto passaggio è quello decisivo: l’arrivo sul viadotto e la morte di Lorena.

Ogni fase deve essere confrontata con gli elementi oggettivi raccolti dagli investigatori.

Le telefonate possono fornire una cronologia precisa. I dati telefonici possono contribuire a ricostruire gli spostamenti. Le immagini disponibili lungo il percorso possono aggiungere altri elementi. Gli oggetti sequestrati nell’auto possono aiutare a comprendere come sia stata preparata l’aggressione.

L’obiettivo è arrivare a una ricostruzione completa e documentata.

Quanto era stato preparato l’omicidio?

È questa la domanda più delicata che rimane sul tavolo.

Gli elementi emersi finora hanno portato gli investigatori a valutare anche l’ipotesi della premeditazione.

Ma stabilire se un omicidio sia stato pianificato richiede qualcosa di più della semplice presenza di oggetti nell’automobile.

Occorre ricostruire quando siano stati acquistati, perché fossero stati portati con sé, quali intenzioni avesse l’uomo e se esistano altri elementi che dimostrino una preparazione precedente.

In questo quadro assumono importanza anche i comportamenti precedenti all’aggressione, gli eventuali messaggi, le comunicazioni e gli spostamenti.

L’indagine dovrà quindi muoversi contemporaneamente sul piano materiale e su quello temporale.

Venti minuti che non si dimenticano

Alla fine, tutto sembra concentrarsi su quei venti minuti.

Una donna chiusa nel bagagliaio.

Un telefono utilizzato per chiedere aiuto.

Una voce che cerca di spiegare dove si trova.

Una polizia che prova a raggiungere l’auto.

E una corsa che termina su un viadotto dell’A1.

Lorena Isceri ha tentato fino all’ultimo di salvarsi.

Ha cercato di contattare le persone che potevano aiutarla. Ha chiamato il 112. Ha fornito informazioni agli operatori. Ha provato a parlare con Federico e, secondo le ricostruzioni, persino a convincerlo a fermarsi.

Quella telefonata oggi rappresenta la testimonianza più drammatica degli ultimi momenti della sua vita.

Gli investigatori dovranno ora stabilire con precisione cosa sia accaduto tra il garage di Firenze e il viadotto Lora, quali fossero le intenzioni di Vella e soprattutto quanto tempo prima l’omicidio fosse stato preparato.

Ma una certezza emerge già dalla ricostruzione: quei venti minuti non furono soltanto il tratto finale di una tragedia.

Furono venti minuti nei quali Lorena Isceri combatté per restare viva, mentre dall’altra parte della linea qualcuno cercava disperatamente di arrivare in tempo.

6 Settembre 2026
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