Platone: amare significa desiderare l’immortalità
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ToggleC’è qualcosa di vertiginoso nella frase attribuita a Diotima nel Simposio: «Ne consegue, inoltre, da tutto questo discorso che l’amore è amore di immortalità». In poche parole, Platone porta il discorso sull’amore molto più lontano della semplice attrazione tra due persone. L’amore non sarebbe soltanto desiderio di qualcuno, né soltanto ricerca della bellezza o del piacere. Nel suo significato più profondo, sarebbe il tentativo dell’essere umano di sottrarsi alla propria precarietà.
La formulazione si colloca nella parte del dialogo in cui Diotima sta spiegando a Socrate perché gli esseri viventi desiderino generare. Il ragionamento conduce dai desideri più immediati alla constatazione che la natura mortale cerca, per quanto possibile, di partecipare all’immortalità. È un passaggio che nel testo greco si sviluppa intorno a 206e-207a.
La domanda diventa allora sorprendentemente contemporanea: che cosa cerchiamo davvero quando amiamo?
Forse non soltanto qualcuno da avere accanto.
Forse cerchiamo una forma di continuità.
Qualcosa che possa sopravvivere alla nostra presenza, al nostro corpo, alla nostra memoria individuale. Un figlio, un’opera, un’idea, un gesto, una relazione, una traccia lasciata nel mondo.
Per Platone, l’amore è legato proprio a questo desiderio: possedere il bene per sempre. Ma l’essere umano è mortale e tutto ciò che appartiene alla dimensione sensibile è sottoposto al cambiamento. Da questa tensione nasce Eros.
Perché l’essere umano desidera ciò che può durare
Il punto di partenza della riflessione di Diotima è apparentemente semplice: gli esseri umani desiderano il bene.
Ma non desiderano soltanto possederlo per un istante.
Vogliono che il bene rimanga loro.
È qui che compare l’immortalità.
Secondo Diotima, infatti, se abbiamo concordato che gli uomini desiderano che il bene appartenga loro per sempre, dobbiamo riconoscere che il loro desiderio conduce inevitabilmente anche verso l’immortalità. La relazione tra amore, bene e durata è dunque strutturale: non amiamo semplicemente ciò che riteniamo buono, ma vorremmo che ciò che amiamo non fosse destinato a scomparire.
È un’idea potentissima perché consente di rileggere molte esperienze umane.
Perché vogliamo avere figli?
Perché sentiamo il bisogno di creare?
Perché conserviamo fotografie?
Perché raccontiamo storie?
Perché scriviamo libri, dipingiamo quadri, componiamo musica, costruiamo monumenti?
In parte, potremmo rispondere che l’essere umano cerca una forma di permanenza.
Non necessariamente l’immortalità personale e letterale. Piuttosto, la possibilità che qualcosa di noi continui quando noi non ci saremo più.

L’amore non vuole soltanto possedere: vuole generare
Questa è forse la svolta più importante del ragionamento platonico.
Se l’essere umano desidera ciò che è bello e buono, e se desidera che quel bene sia suo per sempre, non può limitarsi a conservarlo passivamente. Deve generare.
Diotima lega infatti il desiderio amoroso alla procreazione e alla generazione nella bellezza. La natura mortale cerca di perpetuarsi lasciando qualcosa di nuovo al posto di ciò che invecchia e scompare.
Il figlio è la forma più evidente di questa continuità.
Ma non è l’unica.
L’essere umano può generare anche con l’anima.
Può creare idee, opere, leggi, poesie, invenzioni, istituzioni, gesti di virtù.
In questo senso Platone amplia enormemente il significato dell’amore. Non siamo immortali perché possiamo semplicemente conservare ciò che abbiamo. Siamo capaci di partecipare alla durata attraverso ciò che riusciamo a generare.
L’amore diventa quindi una forza creativa.
E forse è proprio questa la ragione per cui una relazione autentica può modificare così profondamente una persona: quando amiamo, non siamo soltanto concentrati sull’oggetto del nostro desiderio. Possiamo essere spinti a creare una versione nuova di noi stessi.
La mortalità è il vero sfondo dell’amore
Senza la morte, il ragionamento di Diotima perderebbe gran parte della sua forza.
L’amore nasce infatti sullo sfondo della nostra consapevolezza di essere temporanei.
Il corpo cambia. Le persone invecchiano. Le relazioni attraversano trasformazioni. Ciò che oggi possediamo domani può non esserci più.
Platone insiste proprio sulla condizione di instabilità dell’essere umano: il vivente non rimane identico a se stesso nel tempo. Per continuare a esistere deve continuamente rinnovarsi. Il corpo e anche la dimensione morale e intellettuale dell’individuo sono sottoposti a trasformazione.
Questa consapevolezza introduce una prospettiva molto diversa sull’amore.
Amare significa anche fare esperienza della fragilità di ciò che amiamo.
Più qualcosa ci importa, più la sua possibile perdita diventa significativa.
Ed è proprio questa vulnerabilità a rendere il desiderio così intenso.
Non amiamo soltanto perché qualcosa è bello. Amiamo anche perché sappiamo, almeno oscuramente, che quella bellezza non è garantita per sempre.
Il desiderio di immortalità non è necessariamente paura della morte
Sarebbe però semplicistico interpretare la frase di Diotima come una pura espressione della paura di morire.
Platone non sta semplicemente dicendo che amiamo perché siamo terrorizzati dalla fine.
Il suo ragionamento è più ambizioso.
L’essere umano tende naturalmente verso il bene e verso ciò che riconosce come bello. Ma, proprio perché è mortale, non può possedere definitivamente ciò che desidera. Deve quindi ricreare, generare, trasmettere.
L’immortalità assume così una forma dinamica.
Non significa rimanere immobili per sempre.
Significa continuare attraverso ciò che nasce da noi.
È una distinzione essenziale. L’immortalità platonica descritta nel Simposio non coincide semplicemente con l’idea moderna di sopravvivere fisicamente in eterno. Diotima parla di una sorta di “immortalità terrena” resa possibile dalla generazione e dalla continua sostituzione di ciò che muore.
La vita continua perché la vita genera altra vita.
La cultura continua perché gli esseri umani trasmettono conoscenze.
La memoria continua perché qualcuno racconta.
La bellezza continua perché qualcuno la riconosce e la ricrea.

Ci sono “figli” che non sono biologici
È qui che il pensiero di Platone diventa particolarmente interessante.
La generazione non riguarda soltanto il corpo.
Diotima distingue implicitamente tra ciò che nasce dalla dimensione corporea e ciò che può nascere dall’anima. Un essere umano può lasciare al mondo figli del corpo, ma anche “figli” spirituali: opere, pensieri, virtù, forme di conoscenza. La tradizione interpretativa ha sottolineato proprio questa duplice modalità della generazione descritta nel Simposio.
Un poeta genera versi.
Un legislatore genera leggi.
Un maestro genera conoscenza in altri esseri umani.
Un artista genera un’opera.
Una persona comune può generare un gesto che cambia la vita di un’altra persona.
In tutti questi casi qualcosa passa oltre l’individuo.
Non è più soltanto “io”.
È qualcosa che, nato attraverso di me, può continuare senza di me.
Ed è forse una delle intuizioni più profonde della filosofia platonica sull’amore: desiderare non significa necessariamente trattenere; può significare dare origine.
L’amore come risposta alla precarietà
Pensiamo a ciò che accade quando nasce un figlio.
La nascita non cancella la mortalità dei genitori. Al contrario, può renderla ancora più evidente. Ma nello stesso tempo introduce una continuità: una vita nuova porta nel futuro qualcosa che prima non esisteva.
Lo stesso può accadere con un’opera.
Un autore sa che non vivrà per sempre, ma può affidare alle parole qualcosa che continuerà a circolare. Un musicista può morire, mentre una composizione continua a essere ascoltata. Un insegnante può scomparire, mentre una frase pronunciata molti anni prima continua a vivere nella memoria di un allievo.
Questa è una forma concreta di immortalità attraverso la generazione.
Non è l’immortalità degli dèi.
È una risposta umana alla mortalità.
Ed è proprio per questo che appare così vicina alla nostra esperienza.
Dal desiderio di una persona al desiderio di lasciare qualcosa
A questo punto l’amore può essere interpretato come un movimento che parte dall’altro ma non necessariamente si conclude nell’altro.
All’inizio possiamo desiderare una persona perché ci appare bella.
Poi possiamo desiderare di costruire qualcosa insieme.
Successivamente possiamo scoprire che ciò che davvero ci lega non è soltanto la presenza dell’altro, ma il mondo che quella relazione rende possibile.
Una famiglia.
Un progetto.
Un’opera.
Una scelta.
Una forma di cura.
Un modo diverso di vivere.
L’amore diventa allora una forza capace di trasformare il futuro.
Ed è questo il passaggio che permette di comprendere la celebre affermazione di Diotima: l’amore è amore di immortalità perché ogni amore autenticamente orientato verso il bene tende a generare qualcosa che desidera durare.
Anche la cultura nasce dal desiderio di durare
La riflessione platonica permette di guardare con occhi diversi anche alla cultura.
Perché gli esseri umani producono continuamente qualcosa che li supera?
La risposta non può essere soltanto economica o pratica.
C’è un bisogno più profondo di lasciare una forma.
Scrivere un libro significa affidare una parte del proprio pensiero a persone che ancora non esistono.
Creare un’opera significa accettare che il suo destino appartenga a un futuro nel quale il suo autore potrebbe non esserci.
Educare significa trasmettere qualcosa sapendo che, idealmente, l’allievo porterà quella conoscenza più lontano del maestro.
In tutti questi gesti c’è una dimensione amorosa nel senso più ampio che Platone attribuisce a Eros: desiderare il bello e il bene abbastanza da volerli far esistere oltre se stessi.

L’immortalità non è conservare se stessi
C’è però una conseguenza ancora più sottile.
Se l’immortalità passa attraverso la generazione, allora non consiste nel conservare intatto ciò che siamo.
Al contrario, richiede di accettare il cambiamento.
Un figlio non è una copia del genitore.
Un libro non coincide con il suo autore.
Un’idea, una volta trasmessa, può essere interpretata diversamente.
Un’opera può assumere significati che il suo creatore non aveva previsto.
Per questo la vera continuità non è ripetizione.
È trasformazione.
Qualcosa continua proprio perché cambia.
Questa intuizione è particolarmente importante oggi, in una società ossessionata dalla conservazione dell’immagine personale, dalla memoria digitale e dalla possibilità tecnica di lasciare tracce praticamente infinite. Possiamo archiviare fotografie, messaggi e documenti, ma archiviare non significa necessariamente vivere oltre noi stessi.
La memoria digitale conserva.
L’amore, invece, genera.
Che cosa vogliamo lasciare dopo di noi?
La frase di Diotima può quindi diventare una domanda rivolta direttamente al nostro presente.
Se amare significa desiderare una forma di immortalità, che cosa stiamo cercando di rendere duraturo?
Il nostro nome?
La nostra immagine?
Il possesso di una persona?
Il successo?
Oppure qualcosa di più difficile da misurare?
Una persona aiutata.
Un figlio cresciuto con amore.
Un’idea trasmessa.
Un’opera capace di emozionare qualcuno che non conosceremo mai.
Una forma di giustizia.
Un gesto di cura.
Una conoscenza che continua a circolare.
Platone sembra suggerire che la risposta rivela la qualità del nostro amore.
Perché l’amore più elementare vuole possedere ciò che desidera.
Quello più maturo vuole generare ciò che considera bello e buono.
E proprio nella generazione si apre la possibilità di superare, almeno simbolicamente, il limite della morte.
L’amore come ponte tra il tempo e ciò che resta
La grande intuizione del Simposio è dunque che l’amore non nasce nonostante la mortalità, ma dentro la mortalità.
È perché sappiamo di essere temporanei che desideriamo ciò che può durare.
È perché le persone che amiamo possono scomparire che cerchiamo di costruire qualcosa insieme.
È perché il presente non basta che generiamo un futuro.
L’amore, in questa prospettiva, è una delle risposte più profonde dell’essere umano al passare del tempo.
Non ci promette di non morire.
Promette, nella misura in cui possiamo parlare di promessa, qualcosa di diverso: la possibilità di partecipare alla continuità della vita attraverso ciò che generiamo.
Ed è questo che rende ancora oggi così potente la frase di Diotima.
“L’amore è amore di immortalità” non significa semplicemente che gli innamorati vogliono stare insieme per sempre.
Significa qualcosa di più radicale: quando amiamo davvero il bene e la bellezza, desideriamo che ciò che amiamo non finisca con noi.
Forse per questo ogni grande amore porta con sé, prima o poi, una domanda sul futuro.
Che cosa costruiremo?
Che cosa trasmetteremo?
Che cosa resterà?
E soprattutto: che cosa saremo capaci di generare che continui a vivere quando noi avremo smesso di esserci?
È qui che Eros, per Platone, smette di essere soltanto il nome del desiderio e diventa una delle grandi forze attraverso cui l’essere umano prova a rispondere alla propria condizione mortale.
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