Israele al voto, Netanyahu avanti ma il Paese resta diviso
🌐 Elezioni Israele 2026, il verdetto delle urne apre una nuova stagione di incertezza politica. Benjamin Netanyahu conserva il primato elettorale del Likud, ma non raggiunge i 61 seggi necessari per governare. Gadi Eisenkot tenta di costruire un’alternativa mentre i partiti arabi diventano determinanti. Sullo sfondo, il futuro di un Paese segnato dalla guerra e da profonde divisioni.
Netanyahu vince la sfida del Likud ma rischia di perdere il governo
Le urne israeliane consegnano un risultato politicamente esplosivo: Benjamin Netanyahu resiste, il suo partito rimane la principale forza politica del Paese, ma la maggioranza parlamentare continua a sfuggirgli. Le elezioni legislative del 27 ottobre 2026, le prime dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il successivo conflitto, restituiscono l’immagine di una nazione profondamente divisa, incapace almeno per il momento di indicare una maggioranza di governo.
Con l’84% delle schede scrutinate, secondo i dati parziali riportati nel pomeriggio del 28 ottobre, il blocco favorevole al premier uscente si attesta intorno ai 54 seggi, contro i 49 dell’area di opposizione e i 17 attribuiti alle liste arabe. Numeri ancora provvisori, ma sufficienti a evidenziare un dato politico fondamentale: nessuno dei due principali schieramenti dispone autonomamente dei 61 parlamentari necessari per controllare la Knesset, composta da 120 deputati.

La distanza fra il successo elettorale del Likud e la possibilità concreta di formare un esecutivo rappresenta il grande paradosso di queste consultazioni. Netanyahu può rivendicare una significativa tenuta personale, nonostante le contestazioni e le responsabilità politiche attribuitegli dai suoi avversari per la gestione delle crisi degli ultimi anni. Ma il primo posto non equivale automaticamente a una maggioranza.
Eisenkot e l’opposizione: l’alternativa passa dalle alleanze
A sfidare il premier è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, diventato uno dei riferimenti della coalizione contraria alla permanenza di Netanyahu al potere. Il suo obiettivo è trasformare una convergenza elettorale ancora eterogenea in una maggioranza capace di governare.
L’operazione appare tutt’altro che semplice. L’opposizione comprende sensibilità politiche differenti, accomunate dalla volontà di aprire una nuova fase, ma divise su questioni decisive: sicurezza nazionale, rapporti con i palestinesi, ruolo della religione nelle istituzioni e futuro degli insediamenti nei territori occupati.
Il voto, dunque, non chiude la stagione dello scontro politico. Potrebbe persino renderla più aspra. Il rischio è che la contrapposizione su Netanyahu diventi l’unico collante di un fronte incapace di tradurre il risultato elettorale in un programma condiviso.

Il voto arabo cambia gli equilibri e diventa decisivo
La sorpresa più significativa arriva dalle formazioni politiche arabe, protagoniste di una crescita capace di modificare gli equilibri parlamentari. Le proiezioni oscillano tra 17 e 19 deputati, una rappresentanza che potrebbe trasformarsi nel principale elemento di pressione durante le trattative per il nuovo governo.
Non significa automaticamente che questi partiti entreranno nella coalizione. Le distanze politiche e ideologiche restano profonde, mentre Netanyahu ha già manifestato la propria contrarietà alla formazione di un esecutivo sostenuto dalle liste arabe.
Per Eisenkot si apre quindi una scelta delicatissima: cercare un’intesa parlamentare esterna, costruire accordi trasversali oppure tentare di convincere singole forze dell’attuale maggioranza a cambiare schieramento.
La questione araba diventa così il banco di prova della democrazia israeliana: una componente elettorale rilevante potrebbe essere numericamente indispensabile per un’alternativa politica, senza per questo essere accettata come interlocutrice da tutti i potenziali alleati.
Il presidente Herzog davanti alla prova delle consultazioni
Se lo scrutinio definitivo confermerà l’assenza di una maggioranza, la responsabilità di individuare una soluzione istituzionale passerà al presidente Isaac Herzog. Sarà il capo dello Stato, dopo le consultazioni con i gruppi parlamentari, a scegliere il deputato che riterrà maggiormente in grado di formare un governo.
Il procedimento non attribuisce automaticamente l’incarico al leader del partito più votato. Saranno determinanti le indicazioni delle formazioni parlamentari e la possibilità concreta di ottenere la fiducia della Knesset.
Il primo incaricato avrà 28 giorni, prorogabili di altri 14, per costruire una coalizione. In caso di fallimento, Herzog potrà affidare un nuovo tentativo a un altro parlamentare, che disporrà di 28 giorni senza proroghe. Se anche questa strada dovesse chiudersi, si aprirà una fase di 21 giorni durante la quale almeno 61 deputati potranno indicare un candidato, al quale saranno concessi ulteriori 14 giorni. L’insuccesso definitivo porterebbe a nuove elezioni entro 90 giorni.

Governo di unità nazionale o nuove elezioni: tre scenari
Sul tavolo si delineano tre possibilità. La prima è la ricomposizione di una maggioranza di destra attraverso nuove alleanze, soluzione auspicata da Netanyahu ma subordinata alla disponibilità di ulteriori parlamentari.
La seconda riguarda un esecutivo alternativo guidato dall’opposizione, con qualche forma di sostegno dei partiti arabi oppure con il coinvolgimento di altre forze parlamentari.
La terza è un governo di unità nazionale, eventualmente accompagnato da un accordo di rotazione alla guida dell’esecutivo. Un compromesso difficile, considerate le profonde divergenze fra i protagonisti, ma potenzialmente capace di evitare un’altra paralisi istituzionale.
Se nessuna formula riuscisse a raccogliere il consenso necessario, Israele potrebbe precipitare in una nuova campagna elettorale, alimentando ulteriormente l’instabilità politica.
Guerra, sicurezza e fratture interne pesano sul futuro del Paese
Il significato del voto supera largamente la competizione fra Netanyahu ed Eisenkot. Dopo anni segnati dalla guerra, dalla crisi degli ostaggi, dalle tensioni regionali e dalla contestazione delle scelte governative, gli israeliani sono chiamati a decidere quale leadership possa garantire sicurezza e stabilità.
L’affluenza del 77,7%, indicata come la più alta dal 1999, dimostra la forte mobilitazione dell’elettorato e la rilevanza attribuita a queste consultazioni. Ma un’affluenza elevata non produce necessariamente una soluzione politica condivisa.
Restano inoltre interrogativi fondamentali sui rapporti con i palestinesi, sulla ricostruzione delle aree devastate dal conflitto, sulle responsabilità istituzionali e sulle relazioni con gli Stati Uniti. Qualunque governo dovrà misurarsi con queste questioni mentre tenta di ricomporre una società attraversata da contrapposizioni profonde.
Il responso definitivo resta dunque affidato alle ultime schede e soprattutto alla successiva partita parlamentare. Netanyahu può vincere il confronto elettorale senza ottenere il potere di governare; Eisenkot può costruire una maggioranza soltanto superando divisioni politiche estremamente difficili.
È questo il dato più significativo delle elezioni israeliane del 2026: le urne possono indicare chi dispone del consenso maggiore, ma non necessariamente chi riuscirà a guidare il Paese. E mentre comincia la battaglia delle coalizioni, Israele deve ancora trovare una risposta alla domanda che attraversa la sua vita politica: come ricostruire una stabilità duratura senza ignorare le fratture emerse dal voto?
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