Chiara Gamberale: «Ho avuto grandi amori, ma ora vorrei stare in due »
🌐 Chiara Gamberale racconta l’amore, la maternità e quel cambiamento che arriva quando si smette di confondere la passione con la fatica. A 49 anni, alla vigilia dei 50, la scrittrice romana torna con “Liberi tutti”, il nuovo romanzo in uscita il 22 settembre per Feltrinelli, e in un’intervista riflette sui suoi grandi amori, sul rapporto con la figlia Vita e sul desiderio di vivere finalmente una relazione in cui sentirsi davvero dalla stessa parte. Perché, dice, sua figlia le ha mostrato una cosa che per lei non era affatto scontata: la maggior parte dei giorni non succede niente. E questo, con un uomo, non ha ancora imparato a farlo.
Chiara Gamberale e il nuovo romanzo dei 50 anni
“Liberi tutti” arriva in un momento particolarmente significativo della vita di Chiara Gamberale. La scrittrice compirà 50 anni il prossimo 27 aprile e considera questo libro una sorta di passaggio personale, oltre che letterario.
Il romanzo viene presentato come un thriller psicologico e sentimentale, con elementi di commedia, costruito intorno a cinque famiglie e a una prima elementare nella quale accade qualcosa di apparentemente inspiegabile. A raccontare la storia è Titti, una maestra, chiamata a osservare tanto i bambini quanto gli adulti che ruotano intorno a loro.
Ed è proprio guardando gli adulti attraverso gli occhi dell’infanzia che Gamberale torna sulle domande che attraversano da sempre la sua narrativa: che cosa ci portiamo dietro dalla nostra famiglia? Quanto condiziona il nostro modo di amare? E quanto della nostra identità adulta nasce dalle ferite che non abbiamo mai davvero smesso di interpretare?
Il libro diventa così anche uno spazio nel quale la scrittrice osserva sé stessa.
E, questa volta, il punto di partenza è la consapevolezza di aver trascorso una parte della propria vita sentimentale cercando di comprendere e, soprattutto, salvare gli altri.

«Quando incontro qualcuno vedo sempre il bambino che è stato»
È forse uno dei passaggi più rivelatori della nuova intervista.
Gamberale racconta di avere avuto una tendenza precisa nelle relazioni: guardare l’uomo che aveva davanti anche attraverso il bambino che era stato. Una prospettiva che poteva trasformare la comprensione in una forma di giustificazione.
Il problema, spiega la scrittrice, era che quella sensibilità finiva per spostare il centro della relazione.
Di fronte a una persona fragile, narcisista o persino violenta, il suo sguardo poteva concentrarsi sulla sofferenza infantile dell’altro. Da qui nasceva la convinzione: “io lo posso aiutare”.
È un meccanismo che Gamberale riconosce oggi con maggiore lucidità. La sua nuova consapevolezza è che comprendere l’origine delle ferite di una persona non significa necessariamente doverle guarire, né soprattutto accettare che quelle ferite diventino un peso per chi le sta accanto.
Il tema attraversa anche “Liberi tutti”, dove la scrittrice prova simbolicamente a fare i conti con quella parte di sé che per molto tempo ha messo l’infanzia degli altri davanti alla propria.
La figlia Vita e la scoperta della quotidianità
Al centro di questo cambiamento c’è Vita, la figlia di Chiara Gamberale, nata nel 2017.
La maternità ha rappresentato per la scrittrice una trasformazione profonda. Già in passato aveva raccontato quanto diventare madre avesse modificato il suo rapporto con la creatività, con il tempo e con la propria identità.
Oggi, osservando la convivenza con sua figlia, emerge un’altra scoperta: l’amore non deve necessariamente essere un evento continuo.
Non deve sempre succedere qualcosa.
Non deve esserci ogni giorno una crisi, una riconciliazione, una conquista, una prova da superare.
Con Vita, Gamberale racconta di sperimentare una relazione nella quale la normalità non rappresenta un’assenza di amore, ma può essere proprio una delle sue forme più profonde.
È un passaggio particolarmente importante per una donna che ammette di avere sempre avuto una certa inclinazione per gli amori tormentati, per la dimensione quasi romantica della difficoltà.
Se non succede niente, è davvero amore?
La risposta che oggi sta imparando a darsi è diversa.

«Ho sempre pensato che l’amore fosse lotta e fatica»
La frase che più di tutte sintetizza la nuova riflessione di Gamberale riguarda proprio la sua idea dell’amore.
La scrittrice racconta di aver associato per molto tempo il sentimento alla lotta, alla fatica, alla necessità di meritarsi l’amore dell’altro.
Una visione nella quale la passione coincide facilmente con l’intensità e l’intensità con il conflitto.
C’è anche un riferimento letterario inevitabile: “Cime tempestose”, evocato come simbolo di quella concezione dell’amore in cui il sentimento sembra autentico soltanto quando è estremo, travagliato, continuamente sottoposto a una prova.
È un’idea molto presente nella narrativa romantica e nella cultura popolare: se soffriamo abbastanza, se combattiamo abbastanza, se superiamo abbastanza ostacoli, allora significa che ciò che proviamo è importante.
Gamberale oggi mette in discussione proprio questa equazione.
La maternità le avrebbe mostrato che esiste anche un’altra possibilità: amare senza dover continuamente dimostrare di amare.
Il desiderio di dire finalmente “noi”
Ed è qui che arriva il passaggio più personale dell’intervista.
Parlando del personaggio di Adele, una madre single che nel romanzo vive un possibile incontro sentimentale, Gamberale riconosce qualcosa di profondamente suo.
Dice di desiderare, prima o poi, di poter parlare di sé e di un uomo usando una parola semplicissima: “noi”.
Non la fusione romantica.
Non la perdita dell’identità.
Non il sacrificio di uno per l’altro.
Ma la possibilità di essere due persone dalla stessa parte.
È un desiderio che la scrittrice sente oggi con una consapevolezza diversa rispetto al passato. Ha avuto grandi amori, ma racconta di non avere ancora sperimentato fino in fondo quella dimensione di alleanza quotidiana che permette a due persone di affrontare insieme la vita senza trasformare continuamente il rapporto in un campo di battaglia.
È significativo che questa consapevolezza emerga proprio mentre Gamberale si avvicina ai 50 anni.
Non c’è il rimpianto per ciò che non è stato.
C’è piuttosto la curiosità per ciò che potrebbe ancora essere.
Dimenticarsi di essere donna oltre che madre
La maternità, però, non viene raccontata soltanto come una conquista.
In una precedente intervista, Gamberale aveva raccontato quanto fosse facile, soprattutto nei primi anni, concentrare quasi ogni pensiero sulla figlia e arrivare a trascurare una parte di sé. Più recentemente ha parlato anche della necessità di lasciare più aria a Vita, riconoscendo che crescere un figlio significa anche imparare progressivamente a non occupare ogni spazio della sua vita.
È una riflessione che riguarda anche l’identità femminile.
Diventare madre non significa smettere di essere donna, scrittrice, persona, compagna possibile, individuo con desideri autonomi.
Anzi, per Gamberale sembra diventare sempre più importante recuperare proprio questa pluralità.
Essere madre non deve cancellare tutte le altre versioni di sé.
È forse una delle ragioni per cui il tema dell’amore torna oggi con tanta forza: non più come qualcosa che deve completare una persona, ma come una dimensione che può affiancarsi a una vita già piena.

Il rapporto con il padre di Vita
Nella sua storia familiare c’è anche una particolare forma di genitorialità condivisa.
Il padre di Vita, Gianluca Foglia, vive a Milano ma, secondo quanto raccontato dalla scrittrice, è presente nella vita della figlia e raggiunge Roma regolarmente.
Già in passato Gamberale aveva parlato della possibilità di trasformare una relazione sentimentale in qualcosa di diverso, senza considerare necessariamente quel cambiamento un fallimento. Nel 2021 aveva spiegato che lei e il padre di Vita stavano cercando di concentrarsi sulla bellezza dell’essere genitori della stessa bambina, anche al di là delle difficoltà della coppia.
È un’altra forma di amore che la scrittrice ha imparato a riconoscere.
Non necessariamente l’amore di coppia.
Non necessariamente la convivenza.
Ma la capacità di trasformare una relazione e conservarne ciò che conta, soprattutto quando al centro c’è un figlio.
Dalla lotta alla possibilità della pace
Il cambiamento raccontato da Gamberale non significa rinunciare alla passione.
Piuttosto, significa smettere di considerare la sofferenza una prova necessaria della profondità di un sentimento.
È una differenza sottile ma enorme.
Per anni la scrittrice ha raccontato personaggi alle prese con identità fragili, amori complicati, famiglie imperfette e desideri difficili da mettere a fuoco. Anche la sua autobiografia emotiva è passata attraverso esperienze intense e periodi dolorosi.
Ora, però, sembra emergere una domanda nuova: e se l’amore potesse essere anche semplice?
La parola “semplice” non significa superficiale.
Può voler dire stabile.
Quotidiano.
Reciproco.
Capace di sopravvivere alla normalità.
Forse è proprio questa la scoperta più importante che Gamberale attribuisce alla maternità: con una figlia si può stare insieme senza che debba necessariamente accadere qualcosa. Si può condividere una giornata ordinaria e scoprire che quella normalità è già piena di significato.
“Liberi tutti”, il romanzo di una nuova consapevolezza
Il nuovo libro arriva quindi come qualcosa di più di un semplice appuntamento editoriale.
“Liberi tutti” sembra raccogliere molte delle domande che hanno accompagnato Chiara Gamberale nel corso degli anni, trasformandole in una storia corale dove adulti e bambini si osservano reciprocamente.
Il titolo stesso suggerisce una possibile liberazione: dalle colpe, dai ruoli, dalle aspettative, dai modelli familiari e sentimentali che ci portiamo dietro senza più chiederci se siano davvero nostri.
La scrittrice, arrivata quasi ai 50 anni, non sembra voler dare una risposta definitiva all’amore.
Al contrario, sembra finalmente concedersi il diritto di desiderare qualcosa di diverso.
Non un amore da conquistare. Non un amore da riparare. Non un amore da salvare.
Un amore nel quale, semplicemente, si possa stare.
In due.
Dalla stessa parte.
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