2:14 am, 19 Agosto 26 calendario

Stretto di Hormuz, Trump: «Nuovo territorio Usa». Iran sfida

Di: Michele Savaiano
🌐 Stretto di Hormuz al centro della nuova escalation tra Stati Uniti e Iran: Trump pubblica una mappa e lo definisce «nuovo territorio Usa», mentre Teheran minaccia di correggere quelle che definisce «illusioni». Erdogan prova a riaprire la via della diplomazia, ma il traffico marittimo resta sotto pressione e i mercati tornano a temere uno shock energetico.

La crisi sullo Stretto di Hormuz entra in una fase ancora più delicata. Non soltanto per le navi colpite, per i missili rilevati nel Golfo o per il fallimento della tregua tra Stati Uniti e Iran, ma soprattutto perché la disputa sul controllo del passaggio marittimo si sta trasformando in una vera e propria battaglia politica, militare e simbolica sulla sovranità di uno dei punti più sensibili del commercio mondiale.

Nelle ultime ore Donald Trump ha alzato ulteriormente il livello dello scontro pubblicando su Truth Social una cartina nella quale lo Stretto di Hormuz viene indicato come «New US Territory», nuovo territorio statunitense. Una provocazione che arriva proprio mentre la tregua di sessanta giorni prevista dal memorandum di giugno è scaduta senza produrre l’accordo più ampio immaginato da Washington e Teheran.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha liquidato la rivendicazione americana come un’«illusione», avvertendo che le illusioni del presidente statunitense saranno presto corrette. Una formula volutamente dura, che conferma quanto il dossier Hormuz sia ormai diventato il cuore politico della contrapposizione tra i due Paesi.

Nel frattempo, mentre la diplomazia cerca uno spiraglio, il mare continua a raccontare una storia diversa.

Trump e la mappa di Hormuz: una provocazione che va oltre la propaganda

Il post di Trump non rappresenta, sul piano giuridico, un trasferimento di sovranità. Ma politicamente ha un peso enorme.

Lo Stretto di Hormuz non è una porzione di territorio che un presidente possa semplicemente annettere attraverso una dichiarazione pubblicata sui social. Il passaggio si trova tra Iran e Oman e il suo regime di navigazione è legato alle norme internazionali sugli stretti utilizzati per la navigazione internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare prevede, per questi corridoi, il principio del diritto di passaggio in transito, sottoposto però alle specificità del diritto internazionale e alle responsabilità degli Stati rivieraschi.

Proprio per questo la cartina rilanciata da Trump va letta soprattutto come messaggio strategico.

Il presidente americano sta cercando di comunicare che gli Stati Uniti considerano ormai il controllo della sicurezza marittima di Hormuz una propria responsabilità diretta. È una posizione coerente con la linea assunta negli ultimi mesi, durante i quali Washington ha sostenuto di avere il controllo del passaggio e ha cercato di garantire la navigazione delle navi non iraniane.

Ma la realtà sul terreno resta molto più complessa.

Teheran sostiene infatti che lo Stretto sia sotto il proprio controllo e ha condizionato la riapertura al rispetto di precise richieste rivolte agli Stati Uniti: la fine del blocco dei porti iraniani, la rimozione delle sanzioni sul petrolio, lo sblocco di asset iraniani e la cessazione delle minacce e delle operazioni militari americane.

La distanza tra le due versioni è ormai quasi totale: Washington dice che Hormuz è aperto; Teheran dice che resta chiuso.

E il traffico marittimo, ridotto drasticamente rispetto ai livelli normali, suggerisce che nessuna delle due dichiarazioni sia sufficiente a restituire alle compagnie una condizione di normalità.

Lo scontro passa dal web al mare

La parte più preoccupante della crisi è che la guerra delle dichiarazioni procede parallelamente a una crescente pressione sulle navi commerciali.

Il 18 agosto una nave in transito in uscita dallo Stretto di Hormuz è stata colpita da un proiettile non identificato. L’impatto ha danneggiato la sala macchine e ha provocato la morte di un membro dell’equipaggio, mentre gli altri marittimi hanno ricevuto assistenza dalla Guardia costiera omanita. L’episodio è stato riportato dal centro britannico UK Maritime Trade Operations.

È un passaggio particolarmente significativo perché dimostra quanto sia fragile anche la cosiddetta riapertura di fatto dello Stretto.

Una rotta può essere tecnicamente percorribile, ma se gli armatori, gli equipaggi e gli assicuratori la considerano troppo rischiosa, il risultato economico è quasi lo stesso di una chiusura.

È questa la contraddizione che sta emergendo in queste ore: Hormuz può essere definito aperto sulla carta, ma non necessariamente sicuro nella realtà.

Secondo le ricostruzioni più recenti, nel conflitto iniziato alla fine di febbraio decine di navi commerciali sono state coinvolte in episodi ostili. La pressione sul trasporto marittimo ha già provocato morti tra i marittimi e ha ridotto in modo drastico i transiti.

La conseguenza è un aumento del rischio lungo tutta la catena logistica, dal costo delle assicurazioni ai noli, fino al prezzo finale dell’energia.

Il vero punto della contesa: chi decide chi può passare?

Dietro la polemica sulla cartina di Trump c’è una questione molto più concreta: chi ha l’autorità effettiva di stabilire come e dove debbano transitare le navi?

L’Iran sostiene di avere un ruolo decisivo nella gestione dei corridoi di navigazione che attraversano le proprie acque territoriali. Negli ultimi mesi Teheran ha respinto proposte che prevedevano una gestione condivisa con Oman e altri Paesi della regione, sostenendo che il nuovo assetto dello Stretto non potrà tornare semplicemente a quello precedente alla guerra.

Oman, invece, ha cercato di costruire una soluzione regionale. Il Paese ha mantenuto un ruolo di mediazione proprio perché possiede una posizione geografica e diplomatica particolare: è affacciato sullo Stretto, mantiene canali con Teheran e ha rapporti con Washington.

È anche per questo che la crescente irritazione americana nei confronti di Muscat è diventata uno degli elementi più delicati della crisi.

La posta in gioco non è soltanto il passaggio delle petroliere. Chi stabilisce le regole di Hormuz esercita un’enorme leva economica sull’intero sistema energetico internazionale.

Erdogan prova a riaprire il canale con Teheran

In questo scenario, la telefonata tra Recep Tayyip Erdogan e Donald Trump assume un’importanza particolare.

Il presidente turco ha invitato Trump a proseguire i colloqui con l’Iran, sostenendo che la diplomazia debba ancora essere utilizzata per ridurre il livello dello scontro. Ankara ha offerto il proprio sostegno agli sforzi di pace e ha ribadito la disponibilità a lavorare con Washington, Teheran e gli altri mediatori regionali.

La posizione turca non è casuale.

La Turchia è uno dei pochi attori regionali in grado di parlare contemporaneamente con interlocutori che oggi si trovano su fronti opposti. Ha un confine diretto con l’Iran, è membro della Nato e mantiene rapporti strategici con gli Stati Uniti. Per Ankara, una guerra prolungata nel Golfo avrebbe inoltre conseguenze economiche e geopolitiche difficili da controllare.

Erdogan sta quindi cercando di occupare uno spazio che rischia di rimanere vuoto: quello della mediazione prima che la crisi diventi irreversibile.

Ma il problema è che, mentre la Turchia insiste sulla diplomazia, Trump ha dichiarato che non sono previsti nuovi colloqui con Teheran. La posizione americana appare dunque, almeno pubblicamente, molto più rigida rispetto all’invito di Ankara.

La tregua è scaduta e la diplomazia resta appesa a un filo

Il memorandum di giugno aveva creato una finestra di sessanta giorni nella quale Stati Uniti e Iran avrebbero dovuto lavorare a un accordo più ampio.

Quella finestra si è chiusa senza un’intesa.

Il risultato è una situazione paradossale: entrambi i Paesi hanno ancora interesse a evitare un’escalation incontrollata, ma nessuno sembra disposto a fare per primo il passo che l’altro considera necessario.

Washington chiede sostanzialmente che Teheran rinunci a utilizzare Hormuz come strumento di pressione e garantisca la libertà della navigazione.

Teheran sostiene invece che non possa esserci una normalizzazione dello Stretto mentre continuano il blocco americano, le sanzioni e le minacce militari.

Il rischio è quello di un circolo vizioso.

Più Hormuz resta pericoloso, più gli Stati Uniti aumentano la pressione per garantire la navigazione. Più cresce la presenza militare americana, più Teheran interpreta quella presenza come una minaccia diretta e rafforza la propria postura.

Il problema non è quindi soltanto riaprire Hormuz: è decidere chi potrà controllarne la sicurezza senza trasformare il controllo in una nuova fonte di conflitto.

Anche gli Emirati entrano nella nuova fase di allarme

La tensione non riguarda più soltanto il tratto di mare tra Iran e Oman.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito nelle ultime ore di avere rilevato due missili balistici provenienti dall’Iran, con uno caduto in mare e l’altro all’interno delle acque territoriali emiratine secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità. Abu Dhabi ha quindi innalzato il livello di allerta e invitato la popolazione a rimanere in luoghi sicuri.

Il passaggio è politicamente pesante.

Gli Emirati avevano cercato negli ultimi mesi di mantenere aperti canali economici e diplomatici con Teheran. Una nuova escalation militare rischia invece di compromettere proprio quei tentativi di normalizzazione.

Secondo le ricostruzioni disponibili, Abu Dhabi ha inoltre annunciato la sospensione dei rapporti commerciali con l’Iran dopo aver accusato Teheran dell’attacco missilistico. L’Iran ha respinto le accuse.

Il rischio è dunque quello di un allargamento geografico della crisi, con il Golfo sempre più coinvolto e con gli Stati arabi costretti a scegliere tra la necessità di difendere la propria sicurezza e quella di evitare un confronto diretto con l’Iran.

Il prezzo del petrolio torna a raccontare la crisi

C’è infine un indicatore che non ha bisogno di interpretazioni politiche: il mercato.

Martedì 18 agosto il Brent ha chiuso a circa 91 dollari al barile, mentre il WTI si è attestato intorno agli 85 dollari. Il rialzo è stato alimentato proprio dal deterioramento delle prospettive diplomatiche e dai timori legati alla sicurezza delle forniture attraverso Hormuz.

Il dato va inserito in un contesto più ampio.

Nel 2024 attraverso lo Stretto sono transitati in media circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quinto dei consumi mondiali di liquidi petroliferi. Anche una quota molto significativa del commercio globale di gas naturale liquefatto passa da questo corridoio, soprattutto per le esportazioni del Qatar.

Per questo ogni minaccia a Hormuz viene immediatamente trasformata dai mercati in un premio di rischio.

Non serve che tutte le navi smettano di navigare. È sufficiente che una parte della flotta venga trattenuta, che aumentino i costi assicurativi o che gli armatori scelgano rotte alternative perché il sistema cominci a pagare un prezzo molto più elevato.

Hormuz è un collo di bottiglia: non occorre chiuderlo completamente per produrre uno shock globale.

La vera partita è evitare che la provocazione diventi una strategia

La mappa pubblicata da Trump può essere letta come una provocazione, una minaccia negoziale o un messaggio destinato al pubblico americano. Ma la reazione di Teheran dimostra che il simbolismo ha già superato i confini dei social.

Il rischio più grande, a questo punto, è che le dichiarazioni pubbliche restringano lo spazio per una soluzione diplomatica.

Trump non può facilmente arretrare dopo aver parlato di «nuovo territorio Usa». L’Iran, dal canto suo, non può accettare una formula che interpreti come una rinuncia al proprio ruolo sullo Stretto senza perdere una parte significativa della propria posizione negoziale.

È qui che la diplomazia di Erdogan, insieme ai canali mantenuti da Oman e dagli altri mediatori regionali, può diventare decisiva.

Perché la questione non è stabilire chi abbia pubblicato la mappa più provocatoria. La questione è impedire che un corridoio marittimo essenziale per l’economia mondiale diventi il teatro permanente di una guerra di logoramento.

Le prossime ore saranno quindi importanti soprattutto per capire se Washington e Teheran torneranno a cercare un compromesso oppure se la scadenza della tregua segnerà l’inizio di una fase ancora più dura.

Nel frattempo, una cosa è già evidente: lo Stretto di Hormuz non è soltanto una linea sulla carta. È il punto nel quale sicurezza, energia, diritto internazionale e potere militare si incontrano. E oggi, proprio lì, la distanza tra Stati Uniti e Iran non è mai sembrata così pericolosamente ampia.

19 Agosto 2026
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