Mps, la sfida di Lovaglio: tutti gli ostacoli al piano anti-Intesa
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Toggle🌐 Mps punta su Banco Bpm e Banca Generali per costruire un grande polo bancario italiano e fermare Intesa Sanpaolo, ma il progetto di Luigi Lovaglio deve superare ostacoli societari, finanziari e politici. Al centro della partita ci sono Crédit Agricole, Generali, Delfin, Caltagirone e il voto decisivo dell’assemblea di Siena.
La partita per il futuro di Monte dei Paschi di Siena è entrata nella fase più delicata. Dopo la proposta di Intesa Sanpaolo, che punta a conquistare la banca senese, l’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha risposto con una strategia molto più ambiziosa di una semplice difesa: due offerte pubbliche di scambio, una su Banco Bpm e l’altra su Banca Generali, per trasformare Mps nel perno di un nuovo grande gruppo finanziario italiano.
Sulla carta, il disegno è lineare. Nella pratica, è una delle operazioni più complesse mai tentate nel risiko bancario italiano.
Il progetto vale complessivamente circa 34 miliardi di euro e punta a mettere insieme attività bancarie tradizionali, corporate e investment banking, gestione del risparmio e wealth management. Se entrambe le operazioni andassero a buon fine, il gruppo risultante avrebbe una capitalizzazione nell’ordine degli 80 miliardi di euro, circa 2.900 filiali, oltre 150 miliardi di impieghi e più di 800 miliardi di masse finanziarie complessive.
Ma il vero problema non è soltanto costruire il nuovo gruppo.
È convincere chi dovrebbe consegnargli le proprie azioni.
E qui entrano in gioco Crédit Agricole, Generali, Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone, mentre sullo sfondo resta l’offerta di Intesa Sanpaolo.

Il piano di Lovaglio per cambiare il destino di Mps
L’idea di fondo è quella di creare un terzo grande polo bancario italiano, capace di competere con i primi due gruppi nazionali senza rinunciare alla presenza territoriale di Mps e Banco Bpm.
L’offerta su Banco Bpm ha un valore di circa 25,3 miliardi di euro. Quella su Banca Generali vale invece circa 8,7 miliardi.
Le due operazioni sono formalmente separate e possono quindi avere esiti differenti. È una caratteristica importante, perché consente a Mps di non legare necessariamente il successo di un’operazione a quello dell’altra.
Il progetto industriale, tuttavia, acquista la sua piena logica soltanto se entrambe le acquisizioni vengono realizzate.
Banco Bpm permetterebbe infatti di ampliare enormemente la base commerciale e territoriale di Mps, mentre Mediobanca, già destinata a essere integrata nel gruppo senese, aggiungerebbe competenze nell’investment banking e nell’advisory.
Banca Generali rappresenterebbe invece il tassello del wealth management, con una forte presenza nella gestione del patrimonio dei clienti.
È questo incastro a rendere interessante la strategia di Lovaglio.
Ed è anche ciò che la rende estremamente difficile.
Il primo ostacolo è dentro Mps
Prima ancora di convincere Banco Bpm o Banca Generali, Lovaglio deve ottenere il via libera dai propri azionisti.
L’assemblea straordinaria di Mps è stata convocata per il 29 ottobre 2026 e per le operazioni sarà necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi del capitale rappresentato in assemblea.
Non è un dettaglio tecnico.
È uno dei passaggi decisivi dell’intera partita.
La struttura azionaria di Mps è diventata infatti molto più articolata dopo il ritorno del capitale privato e la progressiva uscita dello Stato. Tra i soci più importanti figurano Delfin e il gruppo Caltagirone, due azionisti in grado di esercitare un’influenza determinante sull’esito del voto.
La difficoltà sta nel fatto che per raggiungere una maggioranza così ampia non basta avere un azionariato favorevole alla crescita.
Serve una convergenza tra soci con interessi e strategie potenzialmente differenti.
E questa convergenza, oggi, non può essere considerata acquisita.

Delfin e Caltagirone, il voto che può cambiare tutto
Il nuovo assetto di Mps rende il voto dei grandi azionisti particolarmente importante.
Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, ha un peso significativo nel capitale della banca. Anche Caltagirone rappresenta un azionista di primo piano.
Il loro eventuale sostegno al progetto di Lovaglio sarebbe quindi fondamentale.
Ma la vera questione è capire quale valore attribuiranno alla proposta alternativa a Intesa Sanpaolo.
Per gli azionisti, infatti, la domanda non è soltanto se il nuovo gruppo possa diventare più grande.
La domanda è se questa crescita produrrà più valore rispetto alla vendita a Intesa.
È una differenza sostanziale.
Una grande operazione industriale può essere strategicamente affascinante e, nello stesso tempo, non risultare abbastanza conveniente per chi deve votarla.
Crédit Agricole è il nodo più difficile
Se l’assemblea di Mps rappresenta il primo ostacolo, Crédit Agricole è probabilmente quello più delicato sul fronte Banco Bpm.
Il gruppo francese detiene circa il 29,3% di Banco Bpm, una partecipazione che gli attribuisce un peso enorme nelle decisioni relative al futuro della banca.
La questione sollevata dall’economista Marcello Messori è molto semplice: perché Crédit Agricole dovrebbe accettare di diventare un azionista minoritario di un nuovo gruppo quando oggi possiede una posizione molto forte in Banco Bpm?
È questo il punto sul quale la strategia di Lovaglio rischia di incontrare la maggiore resistenza.
Crédit Agricole ha già una presenza significativa in Italia attraverso Crédit Agricole Italia e potrebbe avere una propria strategia industriale per valorizzare Banco Bpm.
Nel progetto Mps, invece, la partecipazione francese verrebbe diluita.
In caso di adesione integrale alle operazioni, Crédit Agricole potrebbe diventare uno dei principali azionisti del nuovo gruppo, ma con una quota intorno al 10-11%.
Il problema è che essere il primo azionista individuale non significa necessariamente avere il controllo.
Il paradosso di Crédit Agricole
Qui si trova uno dei paradossi più interessanti dell’intera operazione.
Lovaglio può presentare l’ingresso di Crédit Agricole nel nuovo gruppo come un’opportunità: una grande banca italiana con una dimensione europea, una maggiore diversificazione e la possibilità di valorizzare ulteriormente la presenza francese nel nostro mercato.
Ma dal punto di vista francese la domanda può essere ribaltata.
Perché scambiare una posizione forte in Banco Bpm con una partecipazione più diluita in un gruppo molto più complesso?
È esattamente il dubbio espresso da Messori, secondo cui sarebbe difficile individuare un vantaggio immediato che Mps possa offrire a Crédit Agricole tale da compensare la perdita di influenza su Banco Bpm.
La trattativa, quindi, non riguarda soltanto il prezzo.
Riguarda soprattutto governance, peso azionario e prospettive strategiche.

Banco Bpm vale 25,3 miliardi, ma l’offerta non entusiasma
C’è poi un altro problema.
L’offerta di Mps su Banco Bpm, pur avendo un valore nominale enorme, non presenta un premio significativo rispetto ai prezzi di riferimento utilizzati per costruirla.
Il rapporto di concambio è stato fissato a 1,567 azioni Mps per ogni azione Banco Bpm.
È una struttura che Mps considera coerente con l’ipotesi di aggregazione alla pari che era stata discussa nei mesi precedenti.
Ma dal punto di vista degli azionisti Banco Bpm il ragionamento può essere diverso.
Se devono consegnare i titoli a Mps, perché dovrebbero farlo senza ottenere un premio particolarmente significativo?
È una domanda cruciale soprattutto per gli investitori istituzionali.
La reazione negativa del mercato dopo l’annuncio ha mostrato che la dimensione industriale dell’operazione non è stata automaticamente interpretata come creazione di valore. Le quotazioni dei titoli coinvolti hanno evidenziato lo scetticismo degli investitori.
Banca Generali è ancora più complicata
Il secondo pilastro del progetto presenta problemi differenti.
L’acquisizione di Banca Generali consentirebbe a Mps di entrare con forza nel wealth management, uno dei segmenti più redditizi e strategicamente importanti del sistema finanziario.
Ma proprio qui emerge un intreccio societario particolarmente delicato.
Banca Generali è controllata da Assicurazioni Generali, che possiede circa il 50,1% della società.
Allo stesso tempo Mps, attraverso Mediobanca, dispone di una partecipazione significativa nel capitale di Generali.
Ne deriva una rete di partecipazioni incrociate che rende l’operazione molto più delicata rispetto a una normale acquisizione.
Il tema delle parti correlate diventa quindi centrale.
Non basta stabilire un prezzo.
Bisogna dimostrare che l’operazione sia costruita nel rispetto degli interessi di tutti gli azionisti coinvolti e che il prezzo offerto rifletta correttamente il valore dell’asset.
Il premio del 10% non chiude la partita
Per Banca Generali, Mps ha messo sul tavolo un’offerta che incorpora un premio di circa 10% rispetto ai valori di riferimento considerati per l’operazione.
È una proposta più generosa di quella destinata a Banco Bpm.
Ma potrebbe non essere sufficiente.
Il problema è che Banca Generali non è semplicemente una società da aggiungere a un grande gruppo bancario.
È un asset strategico per Generali e un elemento importante nell’ecosistema del wealth management italiano.
Per convincere il Leone, quindi, Mps potrebbe dover rendere l’offerta ancora più attraente.
Ed è qui che potrebbe entrare in gioco la partecipazione detenuta da Mediobanca in Generali.
La “quota Leone” può diventare la carta decisiva
Uno degli elementi più interessanti del progetto riguarda proprio Generali.
Mps prevede una distribuzione straordinaria complessiva di 4 miliardi di euro ai propri azionisti, composta da un miliardo in contanti e circa tre miliardi in azioni Generali.
La scelta ha una logica precisa.
Invece di utilizzare soltanto denaro per rendere più appetibile la proposta, Lovaglio può sfruttare la partecipazione nel Leone come strumento di negoziazione e di valorizzazione per gli azionisti.
Messori ritiene però che l’amministratore delegato potrebbe essere costretto a utilizzare ulteriormente questa leva per rendere l’offerta più convincente.
È un passaggio estremamente delicato.
Perché più Generali viene utilizzata come “moneta” dell’operazione, più diventa importante capire quale sarà il ruolo futuro del Leone nel nuovo gruppo.

La grande scommessa sulle sinergie
Lovaglio ha costruito la propria difesa su un’altra parola chiave: sinergie.
Il progetto prevede sinergie ante imposte a regime nell’ordine di 2,6 miliardi di euro all’anno, secondo le stime presentate da Mps.
Il valore deriverebbe dall’integrazione delle diverse attività, dalla maggiore scala e dall’eliminazione di alcune duplicazioni.
L’obiettivo è creare un gruppo con una redditività più elevata e una struttura dei costi più efficiente.
Il punto critico, però, è sempre lo stesso: le sinergie previste sulla carta devono essere realizzate nella realtà.
Integrare Mps, Banco Bpm e Mediobanca, aggiungendo Banca Generali, significa mettere insieme culture aziendali differenti, reti commerciali diverse, sistemi informatici, modelli di business e strutture organizzative che non sono nate per funzionare come un’unica macchina.
Quattro realtà, una sola banca
È probabilmente questo il principale argomento degli scettici.
Una fusione bancaria è già complessa.
Qui il progetto prevede di integrare quattro realtà con identità molto diverse.
Mps è una banca commerciale con una storia plurisecolare e un forte radicamento territoriale.
Banco Bpm ha una presenza nazionale costruita su una rete capillare e su un modello commerciale differente.
Mediobanca opera in segmenti ad alto valore aggiunto, dall’investment banking al wealth management.
Banca Generali ha un modello ancora diverso, fondato sulla gestione del patrimonio e sulla rete dei consulenti finanziari.
Il vantaggio è la complementarità.
Il rischio è che la complementarità si trasformi in complessità.
È proprio questo il punto su cui il mercato sembra essere più prudente.
Intesa Sanpaolo resta l’avversario da battere
Non bisogna dimenticare il motivo per cui Lovaglio ha accelerato.
La banca senese è al centro dell’offerta di Intesa Sanpaolo, un’operazione da circa 30,6 miliardi di euro che punta a integrare Mps nel principale gruppo bancario italiano.
La strategia di Lovaglio è quindi contemporaneamente offensiva e difensiva.
Da una parte vuole costruire un gruppo più grande.
Dall’altra vuole rendere molto più difficile l’acquisizione da parte di Intesa.
Se Mps riuscisse a completare le operazioni su Banco Bpm e Banca Generali, il quadro competitivo italiano cambierebbe radicalmente.
Non ci sarebbe più una banca senese relativamente piccola da integrare in Intesa.
Ci sarebbe un grande gruppo finanziario con una capitalizzazione molto più elevata, una rete nazionale e una presenza importante nel wealth management.
È la logica della cosiddetta “pillola avvelenata” industriale, anche se il progetto non si limita a una manovra difensiva: Lovaglio sostiene che esista una vera logica industriale autonoma.

Il calendario rende la sfida ancora più difficile
Anche il fattore tempo gioca contro Mps.
L’assemblea straordinaria è prevista per il 29 ottobre.
Successivamente dovrebbero arrivare le autorizzazioni delle autorità competenti. Il cronoprogramma indicato da Mps prevede l’avvio dei periodi di adesione verso dicembre e la possibile conclusione delle offerte entro febbraio 2027.
Intesa, nel frattempo, segue una propria tabella di marcia.
La banca guidata da Carlo Messina ha già fissato l’assemblea per l’aumento di capitale funzionale alla propria operazione e punta a portare avanti l’Opas su Mps nei mesi successivi.
La corsa è quindi contro il tempo, oltre che contro gli avversari.
La vera domanda: Mps può convincere il mercato?
La questione non è più soltanto se Lovaglio abbia avuto un’idea brillante.
La domanda è se riesca a trasformarla in un’operazione approvata dagli azionisti, accettata dai partner industriali e sostenibile dal punto di vista finanziario.
Il progetto presenta elementi indiscutibilmente interessanti.
La combinazione di banca commerciale, investment banking e wealth management potrebbe creare un gruppo molto diversificato.
La scala potrebbe aumentare la capacità di investimento.
Le sinergie potrebbero migliorare la redditività.
E l’operazione potrebbe creare un terzo grande polo italiano in grado di ridurre il rischio di un sistema bancario dominato da pochissimi operatori.
Ma esistono anche rischi altrettanto evidenti.
Il bivio del 29 ottobre
Alla fine, tutto potrebbe passare da una domanda molto concreta.
Gli azionisti di Mps credono di poter ottenere più valore dal progetto Lovaglio rispetto all’offerta di Intesa Sanpaolo?
Se la risposta sarà sì, il piano potrà entrare nella fase decisiva.
Se invece emergeranno dubbi sulla sostenibilità, sul prezzo delle offerte o sulla possibilità di ottenere il consenso di Crédit Agricole e Generali, la strategia rischierà di perdere rapidamente forza.
E qui ritorna la valutazione di Messori.
Il progetto, osservato dal punto di vista teorico, ha una sua logica industriale.
Il problema è trasformare quella logica in una sequenza di accordi concreti.
Perché Lovaglio non deve convincere un solo interlocutore.
Deve convincere contemporaneamente i soci di Mps, Crédit Agricole, Generali, il mercato e le autorità.
E ciascuno ha un interesse diverso.
Il risiko bancario italiano è ormai una partita a più tavoli
La vicenda Mps dimostra quanto sia cambiato il risiko bancario italiano.
Non siamo più davanti alla semplice acquisizione di una banca da parte di un’altra.
Partecipazioni azionarie, assicurazioni, fondazioni, grandi investitori, famiglie industriali e gruppi internazionali si intrecciano in una rete nella quale ogni mossa modifica l’equilibrio delle altre.
È questo che rende la sfida di Lovaglio così difficile.
Il suo progetto potrebbe trasformare Mps da possibile preda a protagonista del consolidamento bancario italiano.
Ma per riuscirci non basterà annunciare un grande gruppo da 80 miliardi.
Servirà ottenere il voto decisivo a Siena, trovare una formula che renda conveniente l’operazione per Crédit Agricole, convincere Generali sul futuro di Banca Generali e dimostrare al mercato che le sinergie non sono soltanto numeri su un piano industriale.
La vera scalata di Lovaglio, dunque, non è quella a Banco Bpm o Banca Generali. È la scalata al consenso.
Ed è una montagna che, per ora, resta tutt’altro che conquistata.
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