“Settembre, andiamo”: da quale poesia di D’Annunzio è tratto?
🌐 “Settembre, andiamo. È tempo di migrare” è l’incipit di “I pastori”, una delle liriche più celebri di Gabriele D’Annunzio. Pubblicata nel 1903 all’interno di “Alcyone”, la poesia racconta la transumanza dei pastori abruzzesi e diventa, attraverso il paesaggio e il movimento delle greggi, una meditazione sulla nostalgia, sul ritorno alle origini e sul trascorrere delle stagioni.
“Settembre, andiamo”: la poesia è “I pastori”
Ogni anno, con l’arrivo del primo settembre, quei pochi versi tornano a occupare un posto speciale nell’immaginario collettivo italiano.
“Settembre, andiamo. È tempo di migrare” è infatti l’apertura di “I pastori”, lirica di Gabriele D’Annunzio composta nel 1903 e inserita in “Alcyone”, il terzo libro delle “Laudi”. Il componimento appartiene alla sezione conclusiva della raccolta, intitolata “Sogni di terre lontane”.
Il verso è diventato quasi una formula rituale per indicare l’ingresso nel mese che segna il passaggio dall’estate all’autunno. Ma nella poesia il riferimento a settembre non è soltanto un’indicazione temporale.
È un segnale di partenza.
Per i pastori descritti da D’Annunzio, settembre significa lasciare i pascoli montani, prepararsi al viaggio e accompagnare le greggi verso le zone più miti. Il poeta trasforma così un’antica pratica pastorale abruzzese in una scena di grande forza simbolica.

La transumanza diventa poesia
Al centro di “I pastori” c’è la transumanza, cioè lo spostamento stagionale delle greggi dai pascoli di montagna verso le pianure o le zone costiere in vista dell’arrivo della stagione fredda.
D’Annunzio conosce profondamente il mondo abruzzese e lo trasforma in materia poetica. I pastori non sono presentati come semplici figure di un paesaggio rurale: diventano i protagonisti di un rito antico, quasi fuori dal tempo.
Il loro viaggio segue il tratturo, l’antico percorso utilizzato dalle greggi durante la transumanza. Non è dunque un cammino casuale. È una strada già percorsa da generazioni, una traccia che collega il presente alla memoria degli antenati.
Quando il poeta scrive che i pastori procedono “su le vestigia degli antichi padri”, il viaggio assume un significato ulteriore: migrare significa anche ripetere un gesto tramandato, mantenere vivo un legame con il passato.
È proprio questa dimensione a rendere la poesia molto più complessa di una semplice descrizione campestre.
Il significato di “Settembre, andiamo. È tempo di migrare”
Il primo verso contiene già gran parte del significato dell’intero componimento.
“Settembre” viene chiamato direttamente, quasi fosse una persona capace di impartire un ordine. Subito dopo arriva l’imperativo “andiamo”, che introduce il movimento.
Il verbo non suggerisce una possibilità, ma una necessità.
È arrivato il momento di partire.
L’espressione “è tempo di migrare” rafforza ulteriormente questa sensazione. Il viaggio dei pastori non dipende da una scelta individuale: è determinato dal ciclo della natura, dalle stagioni e dalle necessità della vita pastorale.
In appena poche parole, D’Annunzio mette quindi in relazione tempo, natura e movimento.
Ed è proprio questa semplicità apparente ad aver reso il verso così memorabile.
La struttura della lirica “I pastori”
La composizione è costruita su quattro strofe di cinque endecasillabi, seguite da un verso finale isolato. La struttura accompagna progressivamente il movimento della transumanza: prima la partenza, poi il cammino e infine l’arrivo della greggia verso il mare.
La prima parte presenta i pastori mentre abbandonano gli stazzi e scendono dalle montagne.
Nella seconda fase compaiono i gesti preparatori e gli elementi che accompagnano il viaggio: l’acqua delle fonti, la verga d’avellano, il tratturo.
Successivamente il paesaggio cambia. Dalla montagna si passa progressivamente alla pianura e quindi alla costa.
Nell’ultima strofa il lettore arriva idealmente insieme ai pastori sul litorale. Il mare, il sole e il gregge costruiscono una scena sospesa, quasi immobile, nella quale il movimento precedente sembra finalmente trovare pace.
A interrompere questa armonia arriva l’ultimo verso, introdotto da un “Ah” che cambia improvvisamente il tono della lirica.

La parafrasi: che cosa racconta D’Annunzio?
In termini semplici, il poeta racconta che è arrivato settembre e che i pastori abruzzesi devono lasciare i pascoli di montagna per dirigersi verso il mare.
Prima della partenza si dissetano alle fonti della loro terra. L’acqua bevuta diventa una sorta di ricordo da portare con sé durante il viaggio.
I pastori preparano quindi i loro bastoni e iniziano a percorrere l’antico tratturo, seguendo un itinerario che appartiene alla memoria collettiva della comunità.
La discesa continua fino al mare Adriatico.
A quel punto il paesaggio cambia completamente: il verde dei pascoli lascia spazio al mare, il gregge cammina lungo la costa e il sole illumina la lana delle pecore fino a renderla simile alla sabbia.
Il poeta registra anche i rumori della scena: il movimento dell’acqua e il calpestio degli animali producono una sorta di musica naturale.
Ma proprio quando il viaggio sembra essersi concluso, D’Annunzio si rivela direttamente.
Ed emerge la sua nostalgia.
“Ah perché non son io co’ miei pastori?”
È l’ultimo verso a dare alla poesia il suo significato più profondo.
Fino a quel momento il poeta aveva osservato i pastori quasi dall’esterno. Li aveva accompagnati nel viaggio, aveva descritto i luoghi, gli animali, l’acqua, il mare e i suoni.
Poi entra nella scena.
La domanda “Ah perché non son io co’ miei pastori?” non cerca realmente una risposta. È una domanda retorica che esprime il desiderio di essere parte di quel mondo.
D’Annunzio, lontano dalla sua terra d’origine, guarda quindi ai pastori come a uomini capaci di conservare un rapporto diretto con la natura e con le proprie radici.
La transumanza diventa così una metafora della nostalgia dell’Abruzzo.

D’Annunzio e il mito della terra d’Abruzzo
L’Abruzzo occupa un ruolo fondamentale nell’immaginario dannunziano.
In “I pastori” non viene rappresentato soltanto un paesaggio geografico. Il poeta costruisce una sorta di Abruzzo mitico, nel quale sopravvivono gesti, tradizioni e ritmi di vita che sembrano appartenere a un’epoca lontana.
I pastori diventano custodi di questa memoria.
Il loro percorso è antico, ripetitivo e quasi sacro. Ogni anno la stessa partenza si rinnova; ogni generazione ripercorre le tracce di quella precedente.
È una concezione del tempo profondamente diversa da quella moderna: non un percorso lineare verso il futuro, ma un ciclo che ritorna, seguendo il ritmo delle stagioni.
Il rapporto tra uomo e natura in “I pastori”
La poesia si inserisce perfettamente nella sensibilità di “Alcyone”, dove il rapporto tra uomo e natura assume un ruolo centrale.
In D’Annunzio la natura non costituisce semplicemente lo sfondo delle vicende umane. È una presenza viva, sensoriale, capace di coinvolgere l’uomo attraverso colori, suoni, profumi e movimenti.
In “I pastori” questo rapporto è particolarmente evidente.
Il mare viene accostato al verde dei pascoli; la lana delle pecore viene assimilata alla sabbia illuminata dal sole; il percorso erboso diventa un “erbal fiume silente”.
Sono immagini che avvicinano continuamente elementi diversi.
La montagna dialoga con il mare, la terra con l’acqua, l’uomo con gli animali, il presente con il passato.
Le principali figure retoriche
Uno degli aspetti più interessanti della lirica è la capacità di D’Annunzio di ottenere una forte musicalità attraverso immagini semplici ma raffinate.
Tra le figure retoriche più evidenti troviamo l’apostrofe, già nell’apertura, quando settembre viene direttamente chiamato in causa.
Particolarmente importante è poi la similitudine che mette in relazione il colore verde del mare con quello dei pascoli montani. La stessa tecnica ritorna nella descrizione della lana delle pecore, resa quasi indistinguibile dalla sabbia sotto la luce del sole.
C’è inoltre la metafora dell’“erbal fiume silente”, attraverso la quale il tratturo viene trasformato poeticamente in un corso d’acqua formato dall’erba.
La parte finale acquista invece una forte dimensione sonora grazie a espressioni come “isciacquìo” e “calpestìo”, termini che riproducono attraverso il linguaggio il rumore dell’acqua e del gregge in movimento.
La poesia, dunque, non vuole soltanto essere letta: vuole essere quasi ascoltata.

Perché “I pastori” è ancora una poesia attuale
A più di un secolo dalla sua composizione, “I pastori” continua a essere una delle poesie più riconoscibili di D’Annunzio perché parla di un’esperienza che supera il contesto storico originario.
Partire, lasciare un luogo, cambiare stagione, seguire un percorso conosciuto e desiderare di tornare alle proprie radici sono sentimenti ancora profondamente attuali.
Il successo del primo verso dipende anche da questa universalità.
“Settembre, andiamo” non significa soltanto che i pastori devono mettersi in cammino. Per il lettore contemporaneo può diventare il simbolo della fine dell’estate, del ritorno alla quotidianità, della ripresa dopo una pausa e di quel particolare sentimento che accompagna ogni cambiamento.
Settembre diventa così una soglia.
Da una parte c’è l’estate che finisce; dall’altra una nuova stagione che comincia.
Il vero significato dell’ultimo verso
Se il celebre incipit comunica energia e movimento, la conclusione introduce il sentimento opposto: la nostalgia.
È qui che “I pastori” smette di essere soltanto una poesia sulla transumanza e diventa una poesia sul desiderio.
Il poeta vorrebbe essere con i suoi pastori perché riconosce in quel viaggio qualcosa che sente di avere perduto: il contatto con la propria terra, con una dimensione autentica della natura e con un passato che non può essere recuperato completamente.
Il movimento dei pastori, paradossalmente, diventa quindi anche un’immagine della lontananza.
Essi partono dalla montagna e raggiungono il mare. D’Annunzio, invece, guarda da lontano e vorrebbe compiere lo stesso percorso.
È proprio questa contraddizione a dare alla lirica la sua forza emotiva.
Ecco perché, ogni primo settembre, quel verso torna a risuonare con una forza particolare: “Settembre, andiamo. È tempo di migrare” non racconta soltanto un’antica transumanza abruzzese. Racconta il momento in cui qualcosa finisce, qualcosa comincia e l’uomo, inevitabilmente, è chiamato a mettersi in cammino.
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