“Dopo mezzanotte non più buio”, la fiaba di Tiziana Riva
🌐 “Dopo mezzanotte non più buio” è il romanzo con cui Tiziana Riva trasforma una storia di dolore, maternità e rinascita in una fiaba contemporanea: un viaggio tra ferite dell’anima, fragilità e il potere salvifico della scrittura.
Ci sono storie che sembrano troppo dolorose per essere raccontate come fiabe. Eppure è proprio attraverso il linguaggio della fiaba che Tiziana Riva sceglie di raccontare la propria esperienza.
Il risultato è Dopo mezzanotte non più buio, pubblicato da Gruppo Albatros Il Filo nella collana Nuove Voci Strade: un volume di 74 pagine che parte da una vicenda profondamente personale per trasformarla in una narrazione simbolica, popolata da draghi, incantesimi, principi e bolle di cristallo.
Ma dietro questi elementi fantastici si nasconde una storia molto concreta.
È la storia di una donna che attraversa una relazione dolorosa, diventa madre, conosce la fragilità del proprio figlio e, proprio quando sembra aver trovato un equilibrio, è costretta a confrontarsi nuovamente con le proprie paure.
Il libro diventa così un percorso di resistenza e rinascita, nel quale la scrittura assume progressivamente un ruolo centrale.
Non come semplice passatempo, ma come strumento per mettere ordine nel dolore.
Tiziana Riva e una vita trasformata in racconto
Tiziana Riva è nata a Como nel 1979 e ha una formazione nel campo dell’educazione per l’infanzia. Si è laureata come educatrice presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e oggi vive nella campagna francese, nei dintorni di Le Mont-Saint-Michel.
La sua biografia aiuta a comprendere alcune delle suggestioni presenti nel libro.
Lontana dalle grandi metropoli, Riva racconta di prediligere luoghi appartati, montagne, foreste, mare, piccole chiese e spazi nei quali il rapporto con la natura possa accompagnarsi alla dimensione spirituale.
Sono elementi che sembrano ritornare anche nella sua idea della scrittura.
Leggere e scrivere possono diventare forme di cura, soprattutto quando permettono di dare un nome a emozioni difficili da esprimere altrimenti.
È una concezione della letteratura intima e personale, ma anche universale: molte persone, infatti, scoprono nella scrittura una possibilità di elaborazione dopo un lutto, una crisi, una separazione o un periodo di profonda difficoltà.
Un drago al posto dell’orco delle fiabe
Il cuore del libro è costruito attorno a una metafora potente.
A venticinque anni Tiziana si innamora di quello che la storia presenta come un drago. È un personaggio che, nel linguaggio simbolico della fiaba, rappresenta una relazione che inizialmente appare come un incantesimo e che successivamente si trasforma in un’esperienza dolorosa.
Da quella relazione nasce un figlio.
Il sogno di costruire una famiglia, però, non prende la direzione sperata. Quello che avrebbe dovuto essere l’inizio di una vita serena si trasforma rapidamente in un incubo emotivo, costringendo la protagonista a fare i conti con una realtà molto diversa dalle aspettative.
Il drago diventa così qualcosa di più di un semplice personaggio.
È la rappresentazione di una parte del passato dalla quale la protagonista deve riuscire a liberarsi.
La scelta di raccontare una vicenda simile attraverso gli archetipi della fiaba permette all’autrice di creare una distanza tra sé e ciò che ha vissuto.
Non per negarlo.
Al contrario, proprio attraverso la metafora riesce a guardarlo da una prospettiva nuova.
Quando arriva il principe
Nelle fiabe, dopo il drago arriva spesso il principe.
Anche nella storia di Tiziana compare una figura capace di riportare un po’ di serenità: il suo attuale marito, conosciuto quando il figlio aveva quattro anni.
È un passaggio fondamentale nella struttura narrativa del libro.
Dopo una prima parte dominata dalla paura e dal dolore, sembra finalmente possibile immaginare una vita diversa.
Il nuovo compagno diventa simbolicamente il principe che arriva quando la protagonista sembra ormai aver perso fiducia nella possibilità di costruire una famiglia.
Ma Dopo mezzanotte non più buio non si limita a riproporre lo schema classico della fiaba in cui l’arrivo del principe risolve ogni problema.
La vita reale è più complicata.
E proprio quando Tiziana pensa di poter lasciare il passato alle spalle, arriva un nuovo evento destinato a cambiare tutto.
La fragilità del figlio cambia ogni cosa
Il momento decisivo della storia è legato al figlio.
La sua fragilità, raccontata dall’autrice come qualcosa che arriva improvvisamente e inaspettatamente, costringe Tiziana a rimettere in discussione se stessa.
È qui che la narrazione cambia profondamente.
Il problema non è più soltanto il passato della protagonista. Diventa necessario affrontare una nuova paura: quella di una madre che si confronta con la vulnerabilità della persona più importante della propria vita.
La maternità assume quindi una dimensione centrale.
Essere madre significa anche cercare di rimanere in piedi quando tutto sembra spingere verso il crollo.
Nel racconto simbolico dell’autrice, il figlio appare addormentato dentro una bolla di cristallo, quasi fosse nuovamente vittima di un incantesimo.
L’immagine è delicata e insieme drammatica.
Una bolla di cristallo protegge, ma allo stesso tempo separa dal mondo.
È trasparente, quindi permette di vedere ciò che contiene, ma non consente di raggiungerlo facilmente.
In questa immagine si concentra probabilmente una delle metafore più forti dell’intero libro.
La penna diventa una medicina
È proprio nel momento della maggiore difficoltà che nasce l’urgenza di scrivere.
Tiziana sente di dover mettere sulla carta quello che sta vivendo e scopre progressivamente che la penna può diventare una medicina.
Non una medicina nel senso clinico del termine, naturalmente, ma uno strumento simbolico capace di ricucire le ferite interiori.
Scrivere significa dare forma al caos.
Significa trasformare la paura in parole, la sofferenza in immagini e i ricordi in una storia che possa essere osservata anche da una certa distanza.
È un processo che appartiene a molti percorsi autobiografici: raccontare ciò che è accaduto può permettere di riconoscere emozioni che, fino a quel momento, erano rimaste senza nome.
Per Riva la scrittura sembra diventare quindi una forma di resistenza personale.
Scrivere significa non arrendersi.
Significa rimanere viva abbastanza a lungo da poter spezzare l’incantesimo.
Una fiaba contemporanea sulla maternità
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio l’uso della struttura fiabesca per raccontare esperienze adulte.
Il drago, il principe e l’incantesimo appartengono all’immaginario dell’infanzia.
Ma le paure che rappresentano appartengono al mondo degli adulti.
Il drago può diventare una relazione sbagliata.
L’incantesimo può rappresentare la difficoltà di liberarsi da un passato doloroso.
Il principe può essere l’incontro con una persona capace di restituire fiducia.
La bolla di cristallo può rappresentare la fragilità di un figlio che una madre vorrebbe proteggere a qualsiasi costo.
Ed è proprio questo contrasto a rendere la storia interessante: una lingua apparentemente semplice e fiabesca viene utilizzata per parlare di esperienze estremamente complesse.
La scrittura come possibilità di rinascita
Il libro sembra muoversi continuamente tra due dimensioni.
Da una parte c’è la realtà, con le sue ferite, le responsabilità e le paure.
Dall’altra c’è la fiaba, con la sua capacità di trasformare ciò che accade in simbolo.
La scrittura permette di passare dall’una all’altra.
È il ponte attraverso il quale Tiziana può guardare il proprio passato senza rimanerne completamente prigioniera.
Questo spiega anche il significato del titolo: “Dopo mezzanotte non più buio”.
La mezzanotte è tradizionalmente il momento più oscuro.
È il punto nel quale il giorno sembra più lontano.
Ma è anche il momento che precede l’alba.
Il titolo contiene quindi una promessa: anche la notte più lunga è destinata a terminare.
Non significa che il dolore scompaia magicamente.
Significa che esiste la possibilità di attraversarlo.

Natura, solitudine e spiritualità
Nella biografia di Tiziana Riva emerge anche un rapporto molto forte con la natura.
La scrittrice racconta di amare i luoghi lontani dalle grandi metropoli, le montagne, le foreste, il mare e soprattutto gli spazi solitari.
Questa ricerca della semplicità sembra legata anche alla dimensione spirituale.
Natura e preghiera diventano strumenti per ritrovare equilibrio, in un rapporto con il mondo esterno che appare strettamente collegato al lavoro interiore.
Non è difficile comprendere perché una persona con questa sensibilità possa aver scelto proprio la fiaba come forma narrativa.
La fiaba nasce infatti da un rapporto antico con la natura, con il mistero e con la necessità umana di trasformare le paure in storie.
Boschi, montagne, castelli e luoghi isolati sono da sempre scenari nei quali i protagonisti devono affrontare le proprie prove.
Nel libro di Riva, questo universo viene trasportato nella contemporaneità.
Un libro breve, ma emotivamente denso
Con le sue 74 pagine, Dopo mezzanotte non più buio è un volume relativamente breve.
La brevità, però, non coincide necessariamente con la semplicità.
Anzi, la struttura concentrata sembra adattarsi alla natura della storia: pochi elementi essenziali, fortemente simbolici, attraverso i quali raccontare un percorso emotivo complesso.
Il libro appartiene alla collana Nuove Voci Strade di Gruppo Albatros Il Filo ed è pubblicato in lingua italiana.
È una proposta rivolta soprattutto a chi cerca una lettura nella quale esperienza personale e immaginazione possano incontrarsi.
Una storia che parla anche a chi legge
La forza di una storia autobiografica non risiede necessariamente nella sua eccezionalità.
A volte è proprio il contrario.
Un’esperienza individuale può diventare universale quando riesce a intercettare sentimenti riconoscibili: la paura di sbagliare, il desiderio di essere amati, la responsabilità verso un figlio, la necessità di ricominciare e la speranza di trovare una luce dopo un periodo buio.
È questo il terreno sul quale sembra muoversi il libro di Tiziana Riva.
La sua protagonista non è un’eroina invulnerabile.
È una donna che cade, si rialza, crede di aver trovato finalmente una stabilità e viene nuovamente messa alla prova.
La sua forza non consiste nel non avere paura.
Consiste nel continuare ad andare avanti nonostante la paura.
Il significato dell’incantesimo
L’incantesimo è forse il simbolo che attraversa con maggiore evidenza tutta la storia.
All’inizio è associato all’innamoramento.
Successivamente diventa la metafora di una condizione dalla quale la protagonista deve liberarsi.
Infine ritorna nella rappresentazione del figlio, quasi a chiudere un cerchio.
Ma l’incantesimo non viene spezzato da una formula magica.
Viene spezzato attraverso la consapevolezza, la scrittura e la capacità di resistere.
È una scelta narrativa importante perché sostituisce la magia tradizionale con una forma di magia quotidiana: quella che permette alle persone di trasformare il dolore in qualcosa di nuovo.
La penna, in questo senso, prende il posto della bacchetta magica.
“Non c’è notte che non veda il giorno”
Alla fine, la struttura della fiaba conduce naturalmente verso la speranza.
La formula “e vissero tutti felici e contenti” non viene utilizzata soltanto come conclusione convenzionale, ma come simbolo della possibilità di raggiungere una nuova forma di serenità dopo avere attraversato prove difficili.
Il messaggio più forte rimane però quello racchiuso nella frase che accompagna il senso stesso del titolo: non c’è notte che non veda il giorno.
È una frase semplice, quasi elementare.
Ma dopo una storia costruita intorno alla paura, alla maternità, alla fragilità e alla necessità di restare in piedi, assume un significato molto più profondo.
Il giorno non cancella ciò che è successo durante la notte.
Lo rende però attraversabile.
E forse è proprio questa la funzione che Tiziana Riva attribuisce alla scrittura: non cancellare le ferite, ma ricucirle abbastanza da poter continuare a vivere.
Dopo mezzanotte non più buio diventa così una fiaba contemporanea nella quale il lieto fine non è la perfezione, ma la possibilità di ricominciare.
Una storia personale trasformata in metafora, nella quale il drago, il principe, l’incantesimo e la bolla di cristallo diventano immagini per raccontare qualcosa di profondamente umano: quando la vita mette alla prova, trovare le parole può essere il primo passo per tornare a vedere la luce.
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