Ricina a Pietracatella, confronto in Questura per Gianni Di Vita
🌐 Giallo della ricina a Pietracatella, Gianni Di Vita è in Questura per un confronto con un’amica della famiglia mentre l’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara entra in una nuova fase. Gli accertamenti tedeschi sui campioni di sangue riaprono interrogativi sull’esposizione alla sostanza e la Procura invita alla prudenza sugli esiti.
Oltre tre ore negli uffici della Questura di Campobasso, un confronto con una donna legata alla famiglia e una nuova serie di interrogativi che si aggiungono a un’inchiesta già complessa.
Il caso di Pietracatella, il piccolo centro del Molise nel quale tra Natale e la fine di dicembre 2025 morirono Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita, torna al centro dell’attenzione con un passaggio investigativo particolarmente delicato.
Al centro della giornata c’è Gianni Di Vita, marito della donna morta e padre della quindicenne. L’uomo è stato nuovamente ascoltato negli uffici della Questura, dove, secondo le informazioni disponibili, si è svolto un confronto con una sua amica. Presenti anche la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il dirigente della Squadra Mobile Marco Graziano.
Il momento arriva dopo settimane di nuovi accertamenti scientifici, sopralluoghi nella casa della famiglia, acquisizioni informatiche e numerose audizioni.
Ma soprattutto arriva dopo una giornata nella quale il quadro relativo agli esami effettuati in Germania è diventato improvvisamente più controverso.
Il caso della ricina e la nuova fase dell’indagine
La certezza investigativa da cui parte il fascicolo è che Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono dopo un’esposizione alla ricina.
Gli accertamenti tossicologici condotti nei mesi scorsi hanno orientato l’indagine verso l’ipotesi di un avvelenamento avvenuto per ingestione. Gli investigatori devono però ancora stabilire come la sostanza sia entrata nell’ambiente familiare, quando sia stata assunta e soprattutto chi possa averla procurata e somministrata.
Il procedimento per duplice omicidio è ancora contro ignoti e, allo stato delle informazioni disponibili, non risulta formalmente individuato un responsabile dell’avvelenamento.
Questo elemento è fondamentale per leggere correttamente gli ultimi sviluppi.
Il nuovo confronto in Questura non equivale a un’accusa nei confronti di Gianni Di Vita. L’uomo è stato ascoltato più volte dagli investigatori e, nelle precedenti fasi dell’inchiesta, è stato sentito come persona informata sui fatti. Anche la posizione della donna coinvolta nel confronto va valutata separatamente rispetto alla responsabilità per la morte delle due vittime.
La Procura sta cercando soprattutto di mettere insieme testimonianze, rapporti personali, dati scientifici e materiale digitale.

Il confronto tra Gianni Di Vita e un’amica
La novità investigativa della giornata riguarda dunque il confronto tra Gianni Di Vita e una donna amica della famiglia.
Il contenuto preciso dell’atto non è stato reso pubblico e sarà necessario attendere gli sviluppi per capire quali elementi siano stati messi a confronto dagli investigatori.
Il fatto che siano presenti la procuratrice Antonelli e il vertice della Squadra Mobile segnala comunque la delicatezza del passaggio.
Nel corso dell’inchiesta, le persone vicine alla famiglia sono state ascoltate più volte. Le loro dichiarazioni sono state progressivamente confrontate con ciò che emerge dagli smartphone sequestrati, dai computer e dagli altri dispositivi acquisiti dagli investigatori.
È proprio questo incrocio tra racconti personali e tracce oggettive a rappresentare una delle direttrici principali dell’indagine.
Una conversazione, un messaggio o una ricerca effettuata online non dimostrano automaticamente una responsabilità penale. Possono però permettere agli investigatori di verificare se una testimonianza sia compatibile con ciò che emerge dagli strumenti digitali.
Nel caso di Pietracatella, questa attività assume particolare importanza perché l’inchiesta si muove ancora senza un autore formalmente individuato.
Gli esami di Berlino diventano un punto decisivo
A rendere ancora più delicata la giornata è il capitolo relativo agli esami effettuati in Germania.
La Procura di Larino ha coinvolto gli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino, struttura di riferimento internazionale anche per lo studio delle tossine biologiche. Gli esperti tedeschi hanno ricevuto campioni biologici delle vittime e campioni di sangue prelevati da Gianni Di Vita e dalla figlia maggiore Alice.
L’obiettivo era verificare, attraverso tecniche particolarmente sofisticate, se nei familiari superstiti vi fossero anticorpi riconducibili a una precedente esposizione alla ricina.
Il 19 agosto sono circolate informazioni secondo cui gli esami avrebbero escluso l’esposizione alla sostanza da parte di Gianni e Alice.
Ma la Procura di Larino ha successivamente invitato alla cautela, precisando che non risultava ancora una comunicazione scritta sulla positività o negatività anticorpale.
È una distinzione tutt’altro che formale.
In un’inchiesta nella quale la ricina rappresenta l’elemento centrale, un risultato di laboratorio deve essere acquisito, interpretato e inserito ufficialmente nel fascicolo prima di poter diventare una certezza investigativa.

Perché la negatività di Gianni non chiuderebbe il caso
Anche qualora gli accertamenti confermassero definitivamente l’assenza di anticorpi o altri indicatori di esposizione in Gianni Di Vita, il dato non risolverebbe automaticamente il mistero.
Gli investigatori devono infatti distinguere almeno tre questioni.
La prima è chi abbia assunto la ricina.
La seconda riguarda quando sia avvenuta l’esposizione.
La terza è stabilire come la sostanza sia arrivata nell’ambiente frequentato dalle vittime.
La ricina è una sostanza tossica la cui ricerca a distanza di mesi dalla possibile esposizione presenta difficoltà scientifiche rilevanti. Proprio per questo la Procura ha affidato ulteriori accertamenti a specialisti tedeschi e ha cercato di ampliare il più possibile il quadro probatorio.
Il risultato di un singolo esame non può quindi essere letto isolatamente.
Ecco perché la questione degli esami di Berlino è diventata centrale, ma non conclusiva.
La casa di Pietracatella è stata nuovamente esaminata
Nel frattempo gli investigatori hanno continuato a lavorare direttamente sul luogo nel quale la vicenda sarebbe iniziata.
A fine luglio, la casa della famiglia Di Vita è stata sottoposta a un nuovo sopralluogo con il coinvolgimento degli esperti tedeschi. L’obiettivo era cercare eventuali tracce di ricina non soltanto sui mobili e sulle superfici, ma anche su vestiti e altri oggetti presenti nell’abitazione.
Gli specialisti hanno operato adottando procedure particolarmente rigorose per evitare contaminazioni.
Non si trattava più soltanto di ricostruire ciò che era accaduto attraverso le testimonianze. L’obiettivo era trovare una possibile traccia materiale della sostanza all’interno dell’ambiente nel quale vivevano le vittime.
La Procura aveva già fatto sequestrare numerosi alimenti presenti nella casa.
In totale, il materiale sottoposto agli accertamenti comprendeva decine di prodotti alimentari, tra quelli conservati nel frigorifero e nel freezer e altri alimenti presenti nell’abitazione.
Una delle domande fondamentali resta infatti quella relativa alla modalità di somministrazione.
Se la ricina è stata ingerita, bisogna capire attraverso quale alimento o preparazione possa essere arrivata alle vittime.
Settanta alimenti sotto esame
Il numero degli alimenti sequestrati rende evidente la complessità della ricerca.
Gli investigatori hanno acquisito prodotti presenti nell’abitazione negli ultimi giorni di dicembre e nei primi giorni di gennaio. Il materiale è stato trasferito in Germania per essere analizzato dagli specialisti.
L’obiettivo è cercare una corrispondenza tra la sostanza individuata nelle vittime e una possibile fonte presente nella casa.
Ma anche questo percorso presenta difficoltà.
Non basta trovare un alimento sospetto. Occorre stabilire se sia stato contaminato, quando e in che modo, e soprattutto se possa essere collegato temporalmente all’intossicazione.
Per questo il lavoro degli esperti procede insieme agli interrogatori e all’analisi degli altri reperti.

Il telefono e i dispositivi sequestrati
Un’altra parte significativa dell’inchiesta riguarda il materiale digitale.
Gli investigatori hanno acquisito telefoni, computer e altri dispositivi riconducibili alla famiglia. Tra gli elementi analizzati ci sono le conversazioni delle vittime, i contatti personali e le attività online.
Il valore di queste informazioni sta soprattutto nella possibilità di ricostruire la vita della famiglia nei giorni precedenti al Natale.
Chi era in contatto con Antonella?
Quali erano i rapporti tra i familiari?
Esistevano tensioni?
Quali persone frequentavano la casa?
E soprattutto: qualcuno aveva mostrato interesse o cercato informazioni sulla ricina?
Sono interrogativi che non possono essere risolti da una singola chat, ma che possono acquisire significato quando vengono confrontati con testimonianze, tabulati, orari e accertamenti scientifici.
L’analisi digitale rappresenta quindi uno dei tasselli attraverso i quali la Procura cerca di trasformare una serie di indizi apparentemente separati in una sequenza coerente.
L’amica della famiglia era già finita nell’inchiesta
La donna coinvolta nel confronto non è una figura completamente estranea alle indagini.
Nei mesi scorsi una persona vicina alla famiglia era stata denunciata per favoreggiamento, in relazione a dichiarazioni ritenute dagli investigatori non coincidenti con elementi successivamente emersi.
La contestazione, è importante sottolinearlo, riguarda una possibile condotta di ostacolo alle indagini e non equivale all’accusa di aver provocato l’avvelenamento.
Gli investigatori hanno approfondito in particolare le informazioni relative ai rapporti tra i coniugi e alle eventuali tensioni presenti all’interno della famiglia.
Anche in questo caso, il materiale digitale ha assunto un ruolo importante: alcune conversazioni sono state confrontate con quanto dichiarato alle forze dell’ordine.
È un metodo che sta caratterizzando l’intera indagine.
Non esiste più una sola pista. Esiste una rete di elementi da verificare uno contro l’altro.
La sera del 23 dicembre resta uno dei passaggi chiave
Tra le date più importanti della ricostruzione c’è quella del 23 dicembre 2025.
Gli investigatori stanno cercando di stabilire chi fosse presente nell’abitazione, quali pasti siano stati consumati e quali persone abbiano avuto contatti con Antonella e Sara nelle ore considerate compatibili con l’assunzione della sostanza.
La ricostruzione dei giorni di Natale è diventata così una sorta di cronologia investigativa.
Prima i malori.
Poi il peggioramento delle condizioni.
Infine il ricovero e la morte delle due donne.
La difficoltà consiste nel collegare questi eventi a un momento preciso nel quale la ricina sarebbe stata ingerita.
Ogni minuto può avere un peso.

Una domanda resta senza risposta: perché?
Anche qualora venisse chiarita la modalità dell’avvelenamento, resterebbe il problema del movente.
Perché qualcuno avrebbe dovuto somministrare la ricina ad Antonella Di Ielsi e alla figlia?
Le indagini hanno esplorato anche la sfera familiare e i rapporti personali delle vittime. Sono state raccolte testimonianze su possibili tensioni e contrasti.
Ma un contrasto non è automaticamente un movente per un duplice omicidio.
Per arrivare a una contestazione penale servono elementi molto più solidi: la ricostruzione della condotta, l’accesso alla sostanza, la possibilità concreta di somministrarla e un quadro probatorio coerente.
È proprio questo il punto nel quale l’indagine di Pietracatella non è ancora arrivata.
Il mistero di Pietracatella dopo otto mesi
Sono trascorsi ormai diversi mesi dalla morte di Antonella e Sara, ma il fascicolo continua ad allargarsi invece di restringersi.
Nuovi esami scientifici.
Nuovi sopralluoghi.
Dispositivi digitali analizzati.
Testimoni riascoltati.
Confronti in Questura.
E una sostanza estremamente complessa da rintracciare a distanza di tempo.
Ogni nuovo elemento sembra aprire una domanda ulteriore.
Gli esami tedeschi potrebbero contribuire a chiarire se altri componenti della famiglia siano stati esposti alla ricina. Gli accertamenti sugli alimenti potrebbero indicare una possibile fonte. Le analisi dei dispositivi potrebbero aiutare a ricostruire relazioni e movimenti.
Ma nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente.
La vera svolta arriverebbe soltanto dall’incastro di più prove indipendenti.
Il prossimo passaggio sarà ancora scientifico
Il confronto in Questura rappresenta quindi un nuovo tassello, non il punto finale.
La Procura di Larino dovrà ora valutare quanto emerso dalle dichiarazioni e confrontarlo con il materiale già raccolto.
Parallelamente continueranno gli accertamenti scientifici e l’analisi dei reperti.
La domanda decisiva rimane la stessa: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e chi ha avuto la possibilità di somministrarla?
La risposta potrebbe trovarsi in un alimento, in un oggetto, in una conversazione rimasta finora sullo sfondo oppure in una contraddizione tra testimonianze.
Ed è proprio per questo che il confronto di oggi assume un significato particolare.
Non perché indichi già un colpevole, ma perché mostra che gli investigatori stanno continuando a mettere le persone davanti alle proprie dichiarazioni e le dichiarazioni davanti agli elementi oggettivi.
Nel giallo di Pietracatella, la ricina ha già spiegato la causa della tragedia. Ora la sfida è ricostruire il percorso che ha portato quella sostanza fino alle due vittime.
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