9:05 am, 15 Settembre 26 calendario

Melonellum e voto anticipato: perché Mattarella ha l’ultima parola

Di: Redazione Metrotoday

🌐 Elezioni anticipate e Melonellum, il nodo è istituzionale: il Quirinale non può essere considerato un semplice esecutore delle richieste del governo e una legge elettorale contestata davanti alla Consulta potrebbe aprire uno scenario molto delicato.

La partita sulla legge elettorale rischia di diventare uno dei passaggi più delicati della legislatura. Non soltanto perché il cosiddetto Melonellum ridisegna le regole con cui saranno scelti Camera e Senato, ma perché la sua eventuale entrata in vigore potrebbe intrecciarsi con un’altra questione molto più grande: l’ipotesi di elezioni anticipate.

Al centro dello scenario c’è il ruolo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’idea che il Quirinale possa limitarsi ad assecondare una richiesta politica proveniente da Palazzo Chigi è considerata da diversi costituzionalisti una semplificazione. La Costituzione attribuisce infatti al capo dello Stato un ruolo autonomo nello scioglimento delle Camere.

L’articolo 88 stabilisce che il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere, dopo aver sentito i loro presidenti. È una prerogativa costituzionale, non un automatismo legato alla volontà del presidente del Consiglio.

Ed è proprio qui che si apre il problema più sensibile: che cosa accadrebbe se si andasse al voto con una nuova legge elettorale ancora esposta al rischio di un giudizio di costituzionalità?

Il vero rischio è un nuovo “Porcellum”

Il precedente che continua a pesare sulla discussione è quello della legge Calderoli del 2005, il Porcellum.

La Corte costituzionale intervenne nel 2014 censurando alcuni degli elementi più problematici di quel sistema, tra cui il meccanismo del premio di maggioranza privo di una soglia minima adeguata e le liste bloccate. Tre anni più tardi arrivò anche la sentenza sull’Italicum, con ulteriori indicazioni sui limiti costituzionali della legislazione elettorale.

Il paragone con il passato non è soltanto polemico. Nel dibattito parlamentare sul nuovo sistema elettorale, esponenti dell’opposizione hanno parlato esplicitamente di “Porcellum 2.0”, contestando soprattutto il peso delle liste bloccate e la concentrazione del potere nella selezione dei candidati.

Il punto diventa ancora più delicato se la nuova legge dovesse essere utilizzata per convocare elezioni prima che siano esaminate eventuali questioni di legittimità costituzionale.

Che cosa significa davvero “Melonellum”

Il nome Melonellum è diventato il termine politico con cui viene indicato il progetto di riforma elettorale sostenuto dalla maggioranza.

Il disegno punta a costruire un sistema capace di produrre una maggioranza parlamentare relativamente stabile attraverso un premio di maggioranza collegato al risultato elettorale.

Uno dei punti più discussi riguarda la soglia del 42%. Secondo le critiche formulate durante il dibattito costituzionale, il raggiungimento o meno di quella soglia potrebbe produrre conseguenze molto differenti sulla distribuzione dei seggi e quindi sulla composizione del Parlamento.

È proprio questa combinazione tra premio, rappresentanza e governabilità a rendere la legge particolarmente sensibile dal punto di vista costituzionale.

La questione non è se una legge elettorale debba favorire la governabilità. È pacifico che il legislatore possa perseguire quell’obiettivo. Il problema è stabilire quanto il premio possa alterare la rappresentanza politica senza trasformare un risultato elettorale minoritario in una maggioranza parlamentare eccessivamente ampia.

Mattarella non è chiamato a “scegliere” la legge elettorale

C’è poi un equivoco da evitare.

Il presidente della Repubblica non è il giudice della costituzionalità delle leggi in senso stretto. La verifica definitiva spetta alla Corte costituzionale, secondo le procedure previste dall’ordinamento.

Il Quirinale, però, ha un ruolo fondamentale nel procedimento legislativo e soprattutto nella gestione delle crisi istituzionali.

Quando si parla di elezioni anticipate, quindi, la domanda non è semplicemente se il governo “voglia” andare alle urne. Occorre valutare se esistano le condizioni politiche e istituzionali per sciogliere il Parlamento.

La storia recente mostra quanto sia importante questa distinzione. Nel luglio 2022 Mattarella sciolse le Camere dopo aver constatato il venir meno del sostegno parlamentare al governo Draghi e l’assenza di prospettive per una nuova maggioranza. Nella sua dichiarazione ufficiale definì lo scioglimento anticipato come “l’ultima scelta da compiere”.

Non si tratta quindi di una facoltà esercitata automaticamente ogni volta che il governo lo richiede.

Il problema delle elezioni prima della Consulta

È questo il punto più esplosivo dello scenario.

Se il Parlamento approvasse il Melonellum e il governo puntasse successivamente a elezioni anticipate, eventuali ricorsi sulla nuova legge potrebbero diventare una questione istituzionale di prima grandezza.

Il rischio evocato dai costituzionalisti è quello di trovarsi con un Parlamento eletto attraverso una normativa successivamente dichiarata, in tutto o in parte, incostituzionale.

È uno scenario che richiama proprio l’esperienza del Porcellum: la Corte può intervenire sulla legge elettorale anche quando questa ha già prodotto effetti politici.

La questione non è puramente teorica. Nel 2026 il dibattito sulla riforma ha già portato in primo piano i possibili profili di illegittimità, con costituzionalisti che hanno contestato diversi aspetti del testo.

Ed è per questo che l’ordine temporale degli eventi può diventare decisivo: prima la legge, poi eventuali ricorsi, oppure prima il voto e soltanto dopo il giudizio della Consulta?

La differenza non è tecnica. Può cambiare radicalmente la stabilità delle istituzioni.

Il precedente che pesa sulla memoria del Quirinale

Mattarella ha già affrontato situazioni nelle quali la scelta di sciogliere anticipatamente il Parlamento era tutt’altro che neutrale.

Nel 2021, dopo una crisi di governo, il capo dello Stato ricordò pubblicamente che le elezioni anticipate sono certamente uno strumento democratico, ma che devono essere valutate anche alla luce delle conseguenze istituzionali ed economiche e della possibilità concreta di formare un nuovo esecutivo.

Nel 2022 arrivò invece allo scioglimento dopo il fallimento della possibilità di mantenere una maggioranza parlamentare.

La linea di fondo è quindi abbastanza chiara: lo scioglimento non è un premio politico concesso al governo, ma una decisione presidenziale inserita dentro un preciso equilibrio costituzionale.

La partita si sposta anche sulla selezione dei parlamentari

Uno degli aspetti più controversi della riforma riguarda inoltre il rapporto tra elettori e candidati.

Le critiche parlamentari al testo hanno insistito sulle liste bloccate, sostenendo che un sistema nel quale i partiti determinano in larga misura l’ordine degli eletti ridurrebbe il potere di scelta degli elettori.

Il tema è particolarmente sensibile perché richiama direttamente il precedente del Porcellum, che proprio sulle liste bloccate subì una delle sue principali censure costituzionali.

La maggioranza sostiene invece la necessità di costruire un sistema capace di garantire governabilità e stabilità, evitando che il risultato delle urne produca necessariamente maggioranze fragili.

Il confronto, dunque, è tra due esigenze entrambe costituzionalmente rilevanti: da una parte la rappresentatività, dall’altra la possibilità di avere governi in grado di governare.

Il calendario può diventare decisivo

A rendere ancora più delicata la situazione è il fattore tempo.

Una legge elettorale approvata a ridosso della fine della legislatura può diventare immediatamente la legge con cui si vota. Se invece vengono presentati ricorsi e la Consulta deve pronunciarsi, il quadro si complica.

Il problema è che il Parlamento non può essere considerato semplicemente un soggetto neutrale in attesa del giudizio costituzionale: nel frattempo continua a esercitare le proprie funzioni.

Da qui nasce l’ipotesi più temuta dai critici: un voto anticipato con una legge appena approvata e ancora contestata, seguito da un intervento della Corte costituzionale che ne censuri alcune parti.

Non significa automaticamente che ogni Parlamento eletto con una norma successivamente modificata dalla Consulta debba essere considerato illegittimo. Ma aprirebbe un problema istituzionale e politico enorme, soprattutto se la parte censurata fosse decisiva per la distribuzione dei seggi.

Per Meloni la legge elettorale è anche una scommessa politica

Per Giorgia Meloni il nuovo sistema rappresenta molto più di una semplice modifica tecnica.

Il governo può considerarlo uno strumento per trasformare il consenso elettorale in una maggioranza parlamentare più solida. L’opposizione, al contrario, teme che il meccanismo possa produrre una sovrarappresentazione della coalizione vincente.

È anche per questo che la legge rischia di diventare il terreno sul quale si concentra lo scontro politico degli ultimi mesi della legislatura.

La maggioranza deve trovare un equilibrio tra le proprie esigenze di governabilità e la necessità di evitare che il testo venga percepito come costruito esclusivamente per favorire chi oggi governa.

Non è un dettaglio secondario: una legge elettorale che appare troppo cucita sulla maggioranza del momento può diventare molto fragile sul piano politico anche prima di esserlo su quello costituzionale.

Perché il Quirinale resta il punto di equilibrio

In questo quadro, Mattarella rappresenta il principale elemento di garanzia istituzionale.

Non perché possa bloccare discrezionalmente una legge o impedire alla maggioranza di esercitare il proprio ruolo parlamentare, ma perché la Costituzione gli assegna una funzione specifica nei passaggi più delicati della vita della Repubblica.

L’articolo 88 è molto chiaro: il presidente può sciogliere le Camere dopo aver sentito i loro presidenti. La prassi costituzionale dimostra inoltre che lo scioglimento viene valutato alla luce della situazione politica complessiva.

Per questo l’eventuale richiesta di elezioni anticipate non potrebbe essere trattata come un semplice atto notarile.

Se il governo dovesse chiedere di tornare alle urne con una legge elettorale appena approvata e sottoposta a contestazioni costituzionali, il Quirinale dovrebbe necessariamente considerare anche le conseguenze di quella scelta sul funzionamento delle istituzioni.

Il vero spettro è l’instabilità dopo il voto

Alla fine, il paradosso del Melonellum è proprio questo: una legge nata per garantire maggiore stabilità potrebbe diventare fonte di instabilità istituzionale se il suo impianto venisse successivamente censurato.

Il precedente del Porcellum insegna che una legge elettorale non è una normale legge ordinaria. Tocca direttamente il modo in cui si forma il Parlamento e, di conseguenza, la legittimazione politica del governo.

Per questo il possibile voto anticipato non è soltanto una questione di calendario elettorale. È una scelta che coinvolge governo, Parlamento, Quirinale e Corte costituzionale.

E mentre la maggioranza cerca di portare a termine la riforma, il vero interrogativo resta quello che accompagna ogni grande modifica delle regole del voto: quanto può spingersi una maggioranza nel ridisegnare il sistema elettorale senza compromettere l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità?

È su questa linea sottile che si giocherà la prossima partita istituzionale italiana

15 Settembre 2026
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