8:13 am, 17 Settembre 26 calendario

Kierkegaard e il desiderio: perché continuiamo a rimandare la felicità

Di: Redazione Metrotoday

🌐 C’è una frase che accompagna silenziosamente molte delle nostre giornate: “Quando avrò raggiunto quel traguardo, allora starò meglio”. Dopo la laurea. Dopo un nuovo lavoro. Quando arriveranno più soldi. Quando avremo più tempo, una casa migliore, una relazione stabile o finalmente la possibilità di dedicarci a ciò che amiamo.

Il problema è che quel momento, spesso, continua a spostarsi.

Una volta raggiunto l’obiettivo che sembrava decisivo, compare quasi immediatamente un nuovo desiderio. E quello che avevamo immaginato come il punto di arrivo diventa soltanto una nuova tappa. È proprio qui che la filosofia di Søren Kierkegaard conserva una sorprendente attualità: il filosofo danese aveva individuato nella difficoltà di diventare davvero se stessi uno dei problemi fondamentali dell’esistenza.

Non si tratta di sostenere che desiderare sia sbagliato. Desiderare, progettare e migliorarsi fanno parte della vita. La questione è un’altra: capire se ciò che inseguiamo corrisponde davvero a quello che vogliamo oppure se stiamo semplicemente seguendo aspettative che abbiamo fatto nostre senza accorgercene.

La trappola del “quando”

“Quando avrò finito gli studi, inizierò davvero a vivere”.

“Quando troverò il lavoro giusto, sarò finalmente soddisfatto”.

“Quando guadagnerò abbastanza, potrò rilassarmi”.

“Quando avrò più tempo, farò ciò che mi piace”.

Sono pensieri apparentemente innocui. In realtà possono costruire una particolare forma di esistenza nella quale il presente viene continuamente sacrificato in nome di un futuro migliore.

Il futuro diventa così il luogo in cui immaginiamo di poter essere finalmente felici. Il presente, invece, viene considerato una fase provvisoria: qualcosa da sopportare mentre aspettiamo che inizi la vera vita.

Kierkegaard ci invita a guardare con attenzione proprio questo meccanismo. Una persona può trascorrere anni preparando le condizioni per vivere bene senza accorgersi che la preparazione è diventata la sua unica forma di vita.

E quando il traguardo arriva, spesso non produce la soddisfazione immaginata.

Perché ottenere di più non basta

Uno degli aspetti più interessanti della questione riguarda il rapporto tra desiderio e soddisfazione.

Immaginiamo di desiderare intensamente qualcosa. Pensiamo che quel risultato cambierà la nostra vita. L’attesa cresce, investiamo energie, facciamo sacrifici e finalmente raggiungiamo l’obiettivo.

Per qualche tempo siamo soddisfatti.

Poi, però, l’entusiasmo diminuisce e compare una nuova meta.

Non significa necessariamente che siamo ingrati o incapaci di apprezzare ciò che abbiamo. È un meccanismo profondamente umano: una volta trasformato un desiderio in realtà, quella realtà diventa rapidamente parte della normalità.

Il rischio nasce quando interpretiamo questo fenomeno come la prova che ci manca ancora qualcosa di esterno.

Così cerchiamo un altro obiettivo, poi un altro ancora. Più denaro, più riconoscimento, più successo, più esperienze, più approvazione.

La domanda decisiva diventa allora: quanto di ciò che desideriamo nasce realmente da noi?

Kierkegaard e la difficoltà di diventare se stessi

Per Kierkegaard, l’esistenza non può essere ridotta alla semplice somma dei risultati ottenuti.

L’essere umano è chiamato a confrontarsi con se stesso, con le proprie possibilità, con le proprie scelte e con la responsabilità di dare una direzione alla propria vita.

Questo rende la sua filosofia particolarmente interessante anche oggi.

Viviamo infatti in un’epoca nella quale siamo continuamente invitati a costruire una versione migliore di noi stessi. Dobbiamo essere più produttivi, più belli, più efficienti, più preparati, più competitivi. Anche il tempo libero può trasformarsi in un progetto da ottimizzare.

Il risultato paradossale è che persino il desiderio di stare bene può diventare una fonte di pressione.

Kierkegaard permette di rovesciare la prospettiva: prima di chiedersi “come posso avere di più?”, sarebbe utile domandarsi “che cosa sto cercando davvero?”.

Il desiderio non è il nemico

La riflessione sul desiderio non deve essere interpretata come un invito a rinunciare alle ambizioni.

Avere obiettivi è importante. Studiare per ottenere una qualifica, cercare un lavoro migliore, costruire una relazione, risparmiare per una casa o impegnarsi in un progetto personale possono essere scelte pienamente sensate.

Il punto è evitare che la felicità venga sempre subordinata al raggiungimento dell’obiettivo successivo.

Possiamo desiderare qualcosa e, allo stesso tempo, riconoscere valore al momento presente.

Questa distinzione è fondamentale.

Un conto è dire: “Voglio cambiare la mia situazione”.

Un altro è pensare: “La mia vita comincerà soltanto quando sarò riuscito a cambiarla”.

Nel secondo caso il presente perde progressivamente significato.

Quando il futuro diventa una scusa

Proiettarsi continuamente nel futuro può sembrare una forma di speranza. Ma può anche diventare un modo elegante per evitare di confrontarsi con il presente.

Se siamo convinti che tutto dipenda da ciò che accadrà domani, non siamo costretti a chiederci che cosa stiamo facendo oggi.

Il futuro diventa una promessa permanente e il presente una sala d’attesa.

È una dinamica particolarmente evidente nelle fasi di transizione della vita. Gli studenti possono pensare che tutto inizierà dopo la laurea. Chi ha appena iniziato a lavorare può immaginare di vivere meglio quando avrà una posizione più stabile. Chi ha raggiunto una certa sicurezza economica può fissare un nuovo traguardo.

La sequenza non finisce mai.

E proprio per questo è importante fermarsi, almeno ogni tanto, a verificare la direzione.

Stiamo scegliendo oppure stiamo inseguendo?

Una delle domande più utili che possiamo ricavare dalla filosofia di Kierkegaard riguarda l’origine delle nostre decisioni.

Questo desiderio è davvero mio?

Non è una domanda semplice.

Viviamo circondati da modelli di successo, aspettative familiari, confronti sociali e immagini di felicità continuamente proposte dagli altri. È facile confondere ciò che vogliamo con ciò che abbiamo imparato a considerare desiderabile.

Una persona può desiderare una carriera prestigiosa perché le piace davvero quel percorso. Oppure può inseguirla perché ha bisogno di sentirsi riconosciuta.

Può desiderare più denaro per garantirsi libertà e sicurezza. Oppure può aver trasformato il denaro in una misura del proprio valore.

Può desiderare una relazione perché vuole condividere la propria vita con qualcuno. Oppure può viverla come una condizione necessaria per sentirsi “arrivata”.

Il desiderio, quindi, non va soltanto soddisfatto: va anche interrogato.

La vita non comincia dopo il prossimo traguardo

La lezione più attuale di Kierkegaard potrebbe essere proprio questa: non esiste necessariamente un momento futuro nel quale tutte le condizioni saranno finalmente perfette.

Ci saranno sempre nuovi problemi, nuove responsabilità, nuovi desideri e nuove possibilità.

Aspettare che tutto sia sistemato prima di concedersi il diritto di vivere significa rischiare di trasformare l’intera esistenza in un’attesa.

Questo non significa accontentarsi o smettere di crescere. Significa imparare a distinguere tra ambizione e rinvio, tra progetto e fuga dal presente.

Possiamo voler migliorare la nostra vita senza considerare insufficiente quella che stiamo vivendo adesso.

Possiamo desiderare di più senza pensare che ciò che abbiamo oggi non valga nulla.

Possiamo avere una meta senza trasformare il percorso in un semplice sacrificio.

Una domanda difficile, ma necessaria

La riflessione di Kierkegaard non offre una formula semplice per essere felici. E forse è proprio questo il suo valore.

La filosofia non ci consegna necessariamente una risposta pronta: ci costringe a formulare domande migliori.

E una delle domande più importanti potrebbe essere questa:

“Sto costruendo una vita che desidero davvero oppure sto continuamente preparando le condizioni per iniziare a viverla?”

La differenza può sembrare sottile, ma cambia radicalmente il modo in cui guardiamo al tempo.

Se ogni giorno è soltanto un mezzo per arrivare a un futuro ideale, rischiamo di perdere ciò che sta accadendo nel frattempo. Se invece riusciamo a considerare il futuro come una direzione e non come l’unico luogo possibile della felicità, anche il presente torna ad avere un peso.

Forse, allora, il problema non è voler sempre di più.

Il problema nasce quando abbiamo bisogno di ottenere sempre qualcosa in più per sentirci autorizzati a vivere bene.

Kierkegaard ci ricorda che l’esistenza non consiste soltanto nel raggiungere determinati traguardi. È anche il modo in cui scegliamo di stare dentro le nostre decisioni, di riconoscere i nostri desideri e, soprattutto, di assumerci la responsabilità di diventare ciò che siamo.

E questo significa che la domanda più importante potrebbe non essere “che cosa voglio ottenere?”, ma “che tipo di persona voglio essere mentre vivo la mia vita?”.

17 Settembre 2026 ( modificato il 13 Settembre 2026 | 1:19 )
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