Figli iperprotetti, imparare la fatica fondamentale per crescere
Alberto Pellai: quando proteggere troppo diventa un ostacolo
L’amore dei genitori è una delle principali risorse nella crescita di un bambino. Offre sicurezza, affetto e un punto di riferimento nei momenti difficili. Ma esiste una linea sottile tra proteggere e sostituirsi ai figli, tra aiutarli a superare un ostacolo e rimuoverlo prima ancora che possano provare ad affrontarlo.
È proprio su questo confine che si concentra la riflessione di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, che nel suo nuovo libro invita gli adulti a ripensare il modo in cui accompagnano bambini e adolescenti verso l’autonomia.
Il titolo, Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni, esprime già il senso della proposta: la crescita non può essere ridotta a un percorso senza inciampi. Le difficoltà, quando sono proporzionate all’età e affrontate con il sostegno degli adulti, possono diventare occasioni per sviluppare fiducia nelle proprie capacità.
Secondo Pellai, molti genitori contemporanei hanno cercato di proteggere i figli da delusioni, frustrazioni e insuccessi, finendo talvolta per limitare le esperienze attraverso cui si impara a gestirli.
Il rischio è che un bambino abituato a trovare sempre un adulto pronto a intervenire fatichi, crescendo, a tollerare situazioni inevitabili: un voto inferiore alle aspettative, una discussione con un amico, un’attesa, una sconfitta sportiva o un rifiuto.
Non significa che i ragazzi di oggi siano tutti fragili, né che le generazioni precedenti fossero necessariamente più forti. La questione riguarda piuttosto le opportunità educative: quanto spazio viene lasciato ai più giovani per sperimentare, prendere decisioni, sbagliare e riprovare?
La trappola dell’iperprotezione: l’ansia degli adulti ricade sui figli
L’iperprotezione nasce spesso da intenzioni positive. Un genitore vuole evitare al proprio figlio sofferenza, umiliazioni o situazioni percepite come pericolose. Quando questa preoccupazione diventa dominante, però, l’adulto può finire per confondere la sicurezza con l’assenza assoluta di difficoltà.
Il bambino viene accompagnato ovunque, l’adolescente è costantemente monitorato, il compito scolastico viene corretto prima della consegna e un voto deludente diventa motivo di contestazione nei confronti dell’insegnante.
Presi singolarmente, alcuni interventi possono sembrare innocui. Il problema emerge quando diventano una modalità abituale di relazione: il figlio impara che ogni problema richiede l’intervento di qualcun altro e che la frustrazione è un’esperienza da evitare, non da comprendere e attraversare.
Pellai richiama anche la difficoltà degli adulti nel regolare la propria ansia. La preoccupazione per i figli può spingere a controllare ogni spostamento, anticipare ogni possibile problema e intervenire anche quando sarebbe più utile lasciare spazio all’iniziativa personale.
Il risultato può essere paradossale: nel tentativo di far sentire i ragazzi più sicuri, si riducono le occasioni in cui possono scoprire di saper affrontare una difficoltà.
La risposta non consiste nell’eliminare la protezione, ma nel renderla più consapevole. I bambini hanno bisogno di adulti presenti, capaci di riconoscere i rischi reali e intervenire quando necessario. Hanno anche bisogno di sperimentare una progressiva indipendenza, con limiti e responsabilità adeguati alla loro maturità.

La fatica non è una punizione: è un allenamento alla vita
La parola fatica viene spesso associata a qualcosa da evitare. Nella prospettiva educativa proposta da Pellai, invece, rappresenta una componente inevitabile dell’apprendimento.
Imparare a leggere richiede esercizio. Praticare uno sport significa allenarsi, perdere e riprovare. Costruire un’amicizia comporta anche incomprensioni e momenti di tensione. Prepararsi a un’interrogazione richiede tempo e concentrazione, mentre imparare a suonare uno strumento significa accettare di non riuscire subito.
In tutti questi casi, la soddisfazione non nasce soltanto dal risultato finale, ma dalla scoperta di essere riusciti a fare qualcosa che inizialmente sembrava difficile.
La fatica, quindi, non va confusa con la sofferenza imposta o con l’umiliazione. Un’educazione che espone deliberatamente i bambini a situazioni eccessive, senza ascoltare le loro esigenze, non favorisce necessariamente la resilienza.
La sfida educativa è diversa: proporre esperienze raggiungibili ma non sempre immediate, offrire sostegno senza sostituirsi al figlio e consentire che l’apprendimento richieda tempo.
Un bambino che impara ad allacciarsi le scarpe, per esempio, potrebbe impiegare più tempo rispetto a un adulto che lo fa al suo posto. Se il genitore interviene ogni volta per accelerare la routine, risolve il problema del momento ma sottrae al figlio un’occasione di esercizio.
Lo stesso principio può valere per preparare lo zaino, organizzare il materiale scolastico, gestire piccoli impegni e affrontare le conseguenze di una dimenticanza. Naturalmente, il grado di responsabilità deve essere commisurato all’età: autonomia non significa abbandono.
Smartphone e gratificazione immediata: il mondo che non insegna ad aspettare
Un altro tema centrale è il rapporto tra le nuove generazioni e la tecnologia. Smartphone, piattaforme digitali e videogiochi offrono stimoli continui, contenuti immediatamente accessibili e occasioni di gratificazione rapide.
Questi strumenti possono essere utili e divertenti, ma un utilizzo eccessivo rischia di sottrarre tempo ad altre esperienze importanti: movimento, gioco libero, lettura, relazioni in presenza e attività che richiedono concentrazione prolungata.
La difficoltà non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti a uno schermo. Riguarda anche il modo in cui ci si abitua a ricevere stimoli e a reagire quando questi vengono interrotti.
Aspettare il proprio turno, affrontare un momento di noia, impegnarsi in un compito impegnativo o accettare che una richiesta non venga soddisfatta immediatamente sono esperienze attraverso cui bambini e adolescenti possono allenare pazienza e capacità di autoregolazione.
Quando ogni momento di disagio viene compensato con un dispositivo, si rischia di perdere occasioni per imparare a gestire le emozioni.
La risposta, però, non può limitarsi a togliere il telefono. Occorre offrire alternative concrete: una passeggiata, un’attività sportiva, un gioco condiviso, un pomeriggio con gli amici o un progetto da portare a termine.
La tecnologia non è necessariamente il nemico della crescita. La questione è quale spazio occupi nella vita quotidiana e se lasci tempo sufficiente alle esperienze reali, comprese quelle che richiedono impegno e pazienza.

Geolocalizzazione e controllo continuo: sicurezza o ansia dei genitori?
Le applicazioni di localizzazione consentono agli adulti di sapere dove si trovano i figli e possono essere utili in determinate circostanze. Ma il loro impiego solleva una domanda educativa: il controllo è sempre necessario per garantire la sicurezza oppure, a volte, serve soprattutto a calmare l’ansia di chi lo esercita?
Pellai invita a riflettere proprio su questa distinzione. Sapere in ogni momento dove si trova un adolescente può offrire una sensazione di tranquillità al genitore, ma non sostituisce l’apprendimento delle competenze necessarie per muoversi nel mondo.
La crescita richiede infatti una progressiva capacità di orientarsi, rispettare gli accordi, riconoscere i rischi e chiedere aiuto quando serve.
Questo non significa rinunciare a ogni controllo. Età, contesto, maturità e condizioni di sicurezza devono essere valutati concretamente. Per un bambino piccolo le esigenze sono diverse da quelle di un sedicenne che inizia a spostarsi autonomamente.
Il punto è evitare che la sorveglianza diventi una risposta automatica a ogni preoccupazione. Quando è possibile, è preferibile concordare regole chiare, orari, modalità di comunicazione e responsabilità, spiegando le ragioni delle decisioni.
L’obiettivo finale non è sapere sempre tutto, ma aiutare il ragazzo a diventare capace di gestire gradualmente la propria libertà.
Autorità, autorevolezza e permissività: tre cose diverse
Il rapporto tra genitori e figli è attraversato da un equilibrio complesso. Gli adulti devono ascoltare, comprendere e rispettare le emozioni dei ragazzi, ma anche stabilire limiti che non dipendano esclusivamente dall’umore del momento.
Pellai distingue l’autorità, intesa come imposizione, dall’autorevolezza, che si costruisce attraverso coerenza, responsabilità e qualità della relazione. La permissività, invece, può emergere quando il genitore rinuncia a mantenere un limite perché teme il conflitto o non riesce a tollerare la protesta del figlio.
Un adolescente può arrabbiarsi perché gli viene chiesto di rispettare un orario, limitare l’uso del telefono o assumersi una responsabilità. La sua reazione merita ascolto, ma non obbliga automaticamente l’adulto a ritirare la regola.
Dire di no non significa essere freddi o insensibili. Significa riconoscere che il compito educativo comprende anche decisioni che, nell’immediato, possono risultare sgradite.
La fermezza, tuttavia, deve accompagnarsi al rispetto. Un limite non dovrebbe diventare una minaccia, un’umiliazione o uno strumento per esercitare un potere arbitrario. Spiegare le ragioni delle regole, mantenere una comunicazione aperta e riconoscere gli errori degli adulti aiuta a rendere l’autorità più credibile.
L’obiettivo non è vincere ogni discussione, ma costruire una relazione nella quale il figlio possa contestare una decisione senza che il rapporto venga messo continuamente in discussione.

Scuola e famiglia: perché la collaborazione è fondamentale
La crescita dei ragazzi non dipende esclusivamente dalle scelte dei genitori. Anche la scuola, le associazioni sportive, i gruppi di amici e la comunità locale contribuiscono alla formazione delle competenze sociali ed emotive.
Secondo la riflessione di Pellai, quando famiglia e scuola entrano in conflitto per ogni errore o incidente, si riduce lo spazio per esperienze educative autonome. Gli insegnanti possono diventare più prudenti nell’organizzare attività fuori dall’aula, mentre i genitori possono essere tentati di intervenire per evitare qualsiasi inconveniente.
La sicurezza resta un requisito essenziale. Ma una cultura che considera ogni rischio inaccettabile può rendere più difficile proporre esperienze formative all’aperto, attività di gruppo e occasioni in cui i ragazzi imparano a collaborare.
Un’uscita didattica, un percorso in bicicletta adeguato all’età, un’attività sportiva o un progetto collettivo possono offrire occasioni per esercitare responsabilità, capacità di organizzazione e rispetto delle regole.
Perché queste esperienze funzionino, serve fiducia reciproca tra adulti e chiarezza sulle responsabilità. La scuola non può sostituire la famiglia e la famiglia non può delegare tutto agli insegnanti. Una comunità educativa efficace è quella in cui le figure di riferimento collaborano, pur mantenendo ruoli distinti.
Amicizia e relazioni reali: crescere anche attraverso i coetanei
L’iperprotezione può avere effetti anche sulla vita sociale. Se gli adolescenti trascorrono gran parte del tempo in ambienti controllati o isolati, rischiano di avere meno occasioni per sperimentare direttamente la complessità delle relazioni.
Le amicizie non sono sempre semplici. Comprendono incomprensioni, gelosie, divergenze e momenti in cui è necessario trovare un compromesso. Proprio per questo possono diventare un contesto importante per imparare a comunicare, riconoscere i bisogni altrui e gestire i conflitti.
Gli adulti hanno un ruolo essenziale nel garantire protezione quando emergono bullismo, violenza o situazioni pericolose. Non devono però trasformarsi automaticamente negli intermediari di ogni discussione tra coetanei.
Quando il contesto è sicuro, può essere utile lasciare ai ragazzi la possibilità di provare a chiarirsi, sostenendoli senza decidere al loro posto come debba concludersi ogni rapporto.
Anche favorire occasioni d’incontro in presenza può fare la differenza: attività sportive, pomeriggi condivisi, laboratori, gruppi di interesse e momenti trascorsi nel quartiere permettono di sviluppare legami al di fuori delle interazioni digitali.
La socialità non è un’abilità che si acquisisce soltanto ascoltando consigli. Si costruisce anche praticandola, con tutte le imperfezioni che comporta.
Come educare alla fatica nella vita quotidiana
Tradurre i principi in comportamenti concreti non richiede necessariamente cambiamenti radicali. Spesso sono le piccole responsabilità quotidiane a offrire le occasioni più efficaci.
Lasciare spazio agli errori. Se un bambino dimentica qualcosa, prima di intervenire automaticamente si può valutare se sia possibile aiutarlo a trovare una soluzione e a ricordarsene la volta successiva.
Non perfezionare ogni compito. Il lavoro scolastico dovrebbe rappresentare il livello di apprendimento del ragazzo. Il genitore può aiutarlo a organizzarsi e chiarire i dubbi, senza correggere tutto al posto suo per ottenere un risultato impeccabile.
Assegnare responsabilità realistiche. Preparare lo zaino, riordinare i propri oggetti, collaborare nelle attività domestiche e rispettare piccoli impegni sono modi per sperimentare autonomia.
Accettare la frustrazione. Quando una richiesta viene negata o un risultato delude, è possibile riconoscere la tristezza o la rabbia senza cercare immediatamente di cancellarle.
Proporre esperienze concrete. Camminare, andare in bicicletta, praticare uno sport, cucinare insieme o partecipare a un’attività di gruppo permette di affrontare sfide diverse da quelle del mondo digitale.
Aumentare gradualmente la libertà. Le responsabilità possono crescere con l’età, accompagnate da accordi chiari e verifiche proporzionate. L’autonomia non è un interruttore, ma un processo.
Il criterio fondamentale è osservare il singolo ragazzo. Una sfida utile per un adolescente può risultare eccessiva per un altro, soprattutto in presenza di difficoltà specifiche o di un periodo di particolare vulnerabilità.

Attenzione: educare alla fatica non significa minimizzare il disagio
Il messaggio di Pellai non dovrebbe essere interpretato come un invito a ignorare le sofferenze dei giovani. Ansia persistente, isolamento, tristezza intensa, difficoltà scolastiche o cambiamenti marcati nel comportamento meritano ascolto e, quando necessario, un aiuto professionale.
Non tutti gli ostacoli sono opportunità educative e non tutte le difficoltà si superano semplicemente impegnandosi di più. Le condizioni personali, familiari e sociali influenzano il modo in cui ciascuno affronta le esperienze.
La resilienza non consiste nel non provare dolore, ma nel poter attraversare le difficoltà con risorse adeguate e relazioni di sostegno.
Per questo, il genitore non deve scegliere tra protezione e autonomia come se fossero due alternative incompatibili. Può accogliere le emozioni del figlio e, allo stesso tempo, aiutarlo a individuare un passo concreto per affrontare il problema.
Se un adolescente teme un’interrogazione, per esempio, è possibile riconoscere la sua preoccupazione e aiutarlo a pianificare lo studio, senza promettere che andrà tutto bene né svolgere il lavoro al suo posto.
L’equilibrio sta proprio qui: essere presenti senza sostituirsi, sostenere senza controllare ogni dettaglio e riconoscere quando una difficoltà supera le risorse disponibili.
Il messaggio ai genitori: accompagnare, non spianare ogni strada
La riflessione di Alberto Pellai invita gli adulti a interrogarsi sul significato concreto dell’amore educativo. Proteggere un figlio non significa impedirgli di provare delusione, fatica o paura, ma offrirgli strumenti per affrontare queste esperienze in modo adeguato alla sua età.
Un percorso di crescita senza ostacoli è impossibile. Tentare di costruirlo può rendere più difficile l’apprendimento delle competenze necessarie per affrontare la realtà, dalle responsabilità quotidiane alla gestione delle relazioni.
Il compito dei genitori non è lasciare i ragazzi soli davanti alle salite, né costringerli a percorrerle senza aiuto. È camminare accanto a loro, incoraggiarli quando sono in difficoltà e riconoscere quando è necessario intervenire.
La fiducia si costruisce anche attraverso le esperienze: ogni volta che un ragazzo affronta un problema, prova una soluzione e scopre di poter migliorare, acquisisce elementi utili per le sfide successive.
Amare significa anche permettere ai figli di diventare capaci di fare a meno del nostro intervento continuo. Non perché debbano cavarsela sempre da soli, ma perché possano crescere sapendo di avere un punto di riferimento e, allo stesso tempo, le risorse per affrontare il mondo.
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