Crepet: «A 18 anni via di casa».Sbagliare fa crescere
🌐 Paolo Crepet torna a criticare l’iperprotezione dei giovani: anticipare la Maturità, uscire di casa a 18 anni e recuperare il valore dell’errore sono, secondo lo psichiatra, passi necessari per costruire autonomia e coraggio.
«Via da casa a 18 anni», Maturità anticipata e ritorno a una scuola capace di valutare senza paura di giudicare. È la ricetta, volutamente provocatoria, proposta da Paolo Crepet per affrontare quella che considera una delle principali fragilità delle nuove generazioni: la difficoltà di crescere senza una rete di protezione sempre pronta a intervenire.
In un’intervista rilanciata nelle ultime ore, lo psichiatra e sociologo ha collegato la permanenza prolungata dei giovani nella famiglia d’origine alla paura di sbagliare, al bisogno di approvazione e alla difficoltà di affrontare il rischio. La sua tesi è netta: se ogni ostacolo viene rimosso dagli adulti, il ragazzo non sviluppa gli strumenti necessari per affrontarlo quando sarà solo.
La proposta non riguarda soltanto la famiglia. Crepet mette insieme scuola, autonomia, lavoro, giudizio e capacità di fallire, sostenendo che siano parti dello stesso problema. E proprio perché il tema tocca milioni di famiglie italiane, le sue parole riaprono una discussione destinata a far discutere: proteggere i figli significa aiutarli oppure, quando la protezione diventa eccessiva, rischia di renderli più fragili?
Crepet e la provocazione dei 18 anni: «Via da casa»
Il punto più forte del ragionamento è anche quello destinato a suscitare maggiori reazioni.
Crepet propone che i giovani escano di casa a 18 anni, collegando l’autonomia abitativa alla capacità di prendere decisioni e affrontarne le conseguenze.
Nella sua lettura, il problema non è l’affetto della famiglia. Il problema nasce quando protezione e controllo diventano permanenti.
Un ragazzo che vive ancora con i genitori può contare quotidianamente su una rete pronta a intervenire: una difficoltà economica può essere tamponata, un errore può essere corretto, una scelta sbagliata può essere rinegoziata con l’aiuto degli adulti. L’autonomia, invece, costringe a confrontarsi con una realtà nella quale non sempre esiste qualcuno che risolve il problema al posto nostro.
Crepet usa un’immagine volutamente estrema: se si è lontani dalla famiglia, persino in un luogo come il Wisconsin, bisogna trovare una soluzione perché non c’è un genitore a intervenire immediatamente.
È questa, secondo lo psichiatra, la palestra che molti giovani rischiano di non frequentare abbastanza.

Il vero problema non sarebbe restare a casa, ma non imparare a cavarsela
La proposta va però letta nel suo significato più ampio.
Dire che un ragazzo dovrebbe uscire di casa a 18 anni non equivale a sostenere che ogni diciottenne sia automaticamente pronto a vivere da solo. La realtà economica italiana, gli affitti, la precarietà lavorativa e le differenze tra famiglie rendono una simile trasformazione tutt’altro che semplice.
Lo stesso Crepet inserisce infatti l’uscita dalla famiglia dentro un discorso più generale sull’autonomia.
Il punto è creare occasioni nelle quali i giovani siano costretti a scegliere, assumersi responsabilità e verificare personalmente le conseguenze delle proprie decisioni.
È una differenza importante: l’obiettivo non sarebbe semplicemente cambiare indirizzo di residenza, ma cambiare rapporto con la responsabilità.
E qui arriva il tema centrale della sua riflessione.
«Se sbagli, ci devi riprovare»: il valore educativo dell’errore
Secondo Crepet, una generazione cresciuta evitando sistematicamente il fallimento rischia di sviluppare una forte paura del giudizio.
Il ragionamento riguarda soprattutto la scuola. Lo psichiatra critica quella che considera una progressiva attenuazione del peso della valutazione e parla provocatoriamente di “non-voti”: se per molti anni il ragazzo non viene abituato a confrontarsi con un giudizio, sostiene, può diventare più difficile affrontare il momento in cui la società comincia a valutarlo davvero.
Da qui la sua proposta: ripristinare il valore dei voti e accettare che un errore possa essere seguito da un nuovo tentativo.
Non riuscire al primo colpo, nella sua impostazione, non dovrebbe equivalere a essere bocciati dalla vita.
Al contrario, l’errore dovrebbe diventare una parte dell’apprendimento.
È una concezione diametralmente opposta a quella dell’educazione costruita attorno all’idea di evitare a tutti i costi frustrazione e fallimento.

Perché l’iperprotezione può diventare un problema
La questione sollevata da Crepet va oltre la singola provocazione.
Un genitore che interviene continuamente per evitare al figlio una delusione può farlo con le migliori intenzioni. Ma proteggere dall’esperienza non significa necessariamente preparare all’esperienza.
Se un adolescente non deve mai affrontare un conflitto, non deve mai scegliere da solo, non deve mai perdere, non deve mai aspettare e non deve mai confrontarsi con una conseguenza negativa, avrà meno occasioni per sviluppare quelle capacità che servono proprio quando la protezione degli adulti viene meno.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di rendere più facile l’infanzia, si rischia di rendere più difficile l’età adulta.
Crepet aveva già affrontato questo tema in precedenti interventi, criticando un modello genitoriale nel quale l’adulto finisce per eliminare fatica, dolore e difficoltà dalla vita dei figli.
Questo non significa che ogni forma di protezione sia negativa. Un adolescente ha bisogno di limiti, sostegno e presenza adulta. La questione è piuttosto dove finisce la protezione e dove dovrebbe iniziare l’autonomia.
La proposta di anticipare la Maturità
L’altro grande punto della proposta riguarda la scuola.
Crepet chiede di abbassare l’età alla quale si consegue la Maturità, osservando che in alcuni sistemi europei il diploma viene ottenuto a 18 anni, mentre in Italia il percorso ordinario porta generalmente al diploma intorno ai 19.
Non è soltanto una questione anagrafica.
Nella sua visione, anticipare il termine della scuola superiore significherebbe anche anticipare il momento in cui un ragazzo deve decidere cosa fare della propria vita.
Università, lavoro, trasferimento in un’altra città, esperienze all’estero: il passaggio dovrebbe avvenire prima e con una maggiore responsabilità personale.
L’idea si inserisce dunque nella stessa filosofia dell’uscita di casa: meno tempo protetti, più tempo per sperimentare.
Naturalmente, anticipare la Maturità richiederebbe una riforma complessiva dell’organizzazione scolastica e dei programmi. La proposta di Crepet, per come è stata formulata, è soprattutto un indirizzo culturale e politico, non un progetto legislativo dettagliato.

Giovani e paura del fallimento: il problema dell’imprenditorialità
Crepet collega la questione anche al lavoro e, in particolare, alla difficoltà dei giovani italiani di sviluppare una maggiore propensione all’iniziativa.
Il ragionamento è diretto: se una persona ha imparato per tutta la vita che sbagliare è qualcosa da evitare, sarà meno propensa a rischiare quando dovrà scegliere un percorso professionale.
Questo può riguardare l’imprenditoria, ma anche decisioni molto più comuni: cambiare città, accettare un lavoro diverso, ricominciare dopo un insuccesso, lasciare un ambiente che non funziona o tentare un percorso meno convenzionale.
Nell’intervista Crepet invita inoltre a diffidare dell’idea delle scorciatoie verso il successo, criticando la rappresentazione secondo cui basterebbe una startup digitale per diventare rapidamente ricchi. Il suo messaggio è invece centrato su competenza, lavoro e capacità di riprovare.
«Servono bravi, non raccomandati»
È un’altra delle espressioni più forti utilizzate da Crepet.
La sua critica investe una cultura nella quale il successo può essere percepito come qualcosa che dipende dalle conoscenze personali, dalla ricerca del consenso o dalla capacità di evitare i rischi.
La risposta, secondo lo psichiatra, dovrebbe essere opposta: diventare competenti e accettare di essere valutati.
È qui che il tema dei voti torna a intrecciarsi con quello dell’autonomia.
Un voto insufficiente può essere vissuto come una bocciatura personale oppure come un’informazione: qualcosa non ha funzionato, bisogna capire perché e riprovare.
La seconda interpretazione presuppone una cultura nella quale fallire non significa perdere definitivamente il proprio valore.
Ed è proprio questa distinzione che rende il messaggio di Crepet più interessante della semplice provocazione sui 18 anni.
Anche l’amore entra nella critica al bisogno di consenso
Il discorso dello psichiatra non si ferma alla scuola o al lavoro.
Crepet porta la questione dell’autonomia anche dentro le relazioni sentimentali, criticando il bisogno dei giovani di ottenere l’approvazione familiare sulle proprie scelte affettive. Nell’intervista racconta, con un riferimento generazionale, di aver vissuto in modo diverso le proprie prime relazioni, mentre oggi osserva ragazzi che tendono a coinvolgere maggiormente la famiglia anche nella dimensione sentimentale.
Anche qui il punto non è stabilire se sia giusto o sbagliato presentare una persona ai propri genitori.
La questione sollevata è un’altra: quanto spazio resta alla scelta personale quando ogni decisione deve essere approvata da qualcuno?
L’autonomia, in questa prospettiva, comprende anche la possibilità di scegliere una persona sbagliata, cambiare idea, soffrire per una relazione e imparare dall’esperienza.

Il tema della fuga dei cervelli: partire non è sempre una sconfitta
Crepet affronta infine un tema strutturale dell’Italia: la partenza dei giovani qualificati.
La sua posizione è volutamente controcorrente. Se un giovane trova migliori opportunità all’estero, sostiene, non dovrebbe necessariamente essere considerato una vittima della fuga dei cervelli.
Partire può significare anche acquisire esperienza, confrontarsi con un altro sistema, imparare una lingua, affrontare problemi nuovi e diventare più autonomi.
La critica dello psichiatra è rivolta soprattutto alla tendenza a considerare ogni esperienza all’estero come una perdita per il Paese.
Il problema, semmai, diventa capire perché tanti giovani debbano partire per trovare condizioni che consentano loro di crescere professionalmente.
La provocazione più difficile: e se proteggere meno fosse davvero educativo?
La proposta di Crepet è volutamente estrema e non può essere applicata meccanicamente a ogni famiglia.
Non tutti i diciottenni sono uguali. Non tutti hanno le stesse risorse economiche, la stessa maturità, le stesse opportunità o lo stesso sostegno familiare. E vivere da soli non è automaticamente sinonimo di indipendenza.
Ma il cuore della provocazione resta.
Un giovane può avere una casa confortevole, genitori presenti e ogni comodità possibile e, allo stesso tempo, non aver mai imparato a gestire una vera responsabilità.
Può conoscere perfettamente il mondo digitale e non sapere come affrontare un fallimento. Può avere moltissime opportunità e non riuscire a scegliere. Può essere protetto dalla sofferenza e diventare proprio per questo terrorizzato dalla possibilità di soffrire.
Il tema, quindi, non è semplicemente “mandare via i figli”.
È insegnare loro, prima che sia troppo tardi, che non tutto deve andare bene per poter andare avanti.
Crescere significa anche perdere, scegliere e ricominciare
La parte più interessante della proposta di Crepet non è forse quella anagrafica.
Non è il numero 18 a risolvere il problema dell’autonomia. Non basta anticipare un esame o cambiare una regola scolastica per trasformare automaticamente un adolescente in un adulto.
Il vero passaggio è culturale.
Significa accettare che un figlio possa sbagliare senza che il genitore intervenga immediatamente, possa scegliere una strada diversa da quella immaginata dalla famiglia, possa ricevere un giudizio negativo, possa cambiare università, perdere un lavoro, partire, tornare e riprovare.
La crescita non è una linea retta.
E forse è proprio questo il messaggio che sta dietro alle provocazioni di Crepet: l’autonomia non si insegna spiegandola, si costruisce esercitandola.
A volte significa lasciare che un ragazzo faccia una scelta imperfetta. A volte significa non correre a risolvere il problema. E altre volte significa semplicemente permettergli di scoprire che, dopo un errore, il mondo non finisce.
Perché diventare adulti non significa imparare a non sbagliare.
Significa imparare che si può sbagliare, assumersene la responsabilità e avere comunque il coraggio di ricominciare.
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