Colori che non esistono più: storie di pigmenti perduti
🌐 Colori che non esistono più: pigmenti e coloranti del passato sono scomparsi dalle tavolozze nella loro formulazione originale per tossicità, instabilità, scarsità delle materie prime o metodi di produzione oggi impensabili.
Prima che il colore diventasse un prodotto confezionato, standardizzato e pronto per essere spremuto da un tubetto, era spesso una materia da cercare, trasformare e domare.
Il pittore poteva dipendere da una miniera lontana, da una pianta esotica, da un animale, da un mollusco o perfino da materiali che oggi nessuno assocerebbe alla pratica artistica. La tavolozza non era soltanto uno strumento creativo: era il risultato finale di una catena di conoscenze artigianali, commerci, esperimenti e, in alcuni casi, rischi per la salute.
È anche per questo che la storia dell’arte può essere letta attraverso i suoi pigmenti. Dietro un blu, un verde, un giallo o un bruno non c’è soltanto una tonalità: c’è una tecnologia, una materia prima, un’epoca e talvolta una storia umana sorprendente.
Alcune di quelle cromie sono ancora riproducibili in laboratorio. Ma il punto è un altro: la formulazione storica che le rendeva ciò che erano è scomparsa, sostituita da composti più sicuri, più stabili e più facilmente reperibili.
Cinque casi, in particolare, raccontano quanto possa essere strana la vita di un colore.
Mummy Brown, il marrone che veniva dai morti
Tra i pigmenti più inquietanti della storia dell’arte c’è senza dubbio il Mummy Brown, letteralmente “marrone mummia”.
Il nome non era una metafora.
Per secoli, in Europa, circolò un pigmento bruno ottenuto a partire da materiale proveniente da mummie egizie. Le sostanze resinose e bituminose utilizzate nei processi di imbalsamazione contribuivano alle caratteristiche cromatiche del materiale, che poteva essere macinato e trasformato in una materia pittorica particolarmente apprezzata per velature e tonalità profonde.
Il suo fascino stava proprio nella resa. Il Mummy Brown poteva offrire un bruno caldo, trasparente e ricco, difficile da replicare con una singola sostanza. Ma aveva anche un problema fondamentale: la materia prima era letteralmente insostituibile.
Con il tempo, infatti, le mummie divennero sempre meno disponibili. Parallelamente cambiò la sensibilità culturale nei confronti dei resti umani e delle testimonianze archeologiche.

Il pigmento finì così per diventare vittima della propria origine.
Una delle vicende più note riguarda il pittore preraffaellita Edward Burne-Jones, che, dopo aver scoperto che il colore in suo possesso conteneva davvero materiale di mummia, avrebbe deciso di seppellire il tubetto. La storia è diventata quasi una leggenda dell’arte, ma restituisce perfettamente il momento in cui un ingrediente considerato curioso e prezioso cominciò a essere percepito come qualcosa di inquietante.
La produzione commerciale non scomparve immediatamente. Una delle ultime aziende britanniche associate al pigmento arrivò a venderlo ancora nel Novecento, fino a quando la disponibilità della materia prima divenne praticamente nulla.
Oggi con il nome Mummy Brown si possono trovare prodotti moderni che richiamano quella tonalità, ma non sono il vecchio pigmento ottenuto dalle mummie.
È una differenza fondamentale: il colore può sopravvivere come imitazione, mentre la sua formula storica è diventata un reperto.
Scheele’s Green, il verde brillante che nascondeva l’arsenico
Nel Settecento arrivò una delle rivoluzioni cromatiche più spettacolari e pericolose: il verde di Scheele.
La sua storia comincia con il chimico svedese Carl Wilhelm Scheele, che sviluppò un pigmento a base di rame e arsenico. Il risultato era un verde particolarmente brillante rispetto a molte alternative disponibili all’epoca.
Per gli artisti, ma anche per l’industria tessile e decorativa, sembrava quasi un dono della chimica moderna.
Il problema era precisamente ciò che lo rendeva così interessante: l’arsenico.
Il verde di Scheele poteva essere impiegato in pittura, carte da parati e altri oggetti decorativi. La diffusione del colore contribuì però anche a una lunga storia di timori e problemi legati all’esposizione a composti arsenicali.
La tossicità non era necessariamente evidente a chi acquistava un oggetto verde. Una parete rivestita di carta da parati poteva apparire semplicemente elegante; il pigmento, invece, apparteneva a una famiglia chimica tutt’altro che innocua.
La ricerca contemporanea sui pigmenti arsenicali ha inoltre mostrato quanto sia complesso identificare con precisione alcuni materiali storici. Campioni etichettati come verde di Scheele possono rivelare composizioni differenti, mentre analisi moderne hanno individuato la presenza del pigmento in oggetti storici anche quando non era stato riconosciuto in precedenza.
Questo dettaglio racconta qualcosa di importante sulla conservazione dell’arte: un colore scomparso dal commercio non scompare necessariamente dalle opere.
Può restare intrappolato nella carta, nei dipinti, nei tessuti e negli strati pittorici per secoli. E oggi gli studiosi possono individuarlo grazie a tecniche spettroscopiche che permettono di riconoscere la composizione dei materiali senza dover distruggere l’opera.
Il verde di Scheele non è quindi soltanto una curiosità storica. È anche una testimonianza del passaggio dall’alchimia artigianale alla chimica industriale e, successivamente, alla moderna scienza della conservazione.

Emerald Green, quando la chimica rese il verde ancora più intenso
Se il verde di Scheele era sorprendente, la generazione successiva avrebbe prodotto qualcosa di ancora più intenso: Emerald Green, conosciuto anche come Paris Green o Schweinfurt Green.
Sviluppato all’inizio dell’Ottocento, era un composto di rame, arsenico e acido acetico. La sua tonalità era straordinariamente brillante e la sua resa pittorica contribuì a renderlo popolare.
Il verde aveva ormai assunto un ruolo simbolico nella modernità: appariva negli interni, nei tessuti, negli oggetti decorativi e nelle tavolozze degli artisti.
Ma la stessa sostanza che offriva una cromia spettacolare introduceva un rischio difficile da ignorare.
L’Emerald Green era un pigmento arsenicale. Il problema non riguardava soltanto chi lo produceva o lo manipolava direttamente: la sua presenza in oggetti d’uso quotidiano rendeva molto più ampia la questione della sicurezza.
La sua storia è anche interessante perché dimostra come un pigmento non venga necessariamente eliminato nel momento in cui se ne scopre la pericolosità. Per decenni possono prevalere il costo, la resa estetica, la tradizione e l’assenza di alternative convincenti.
Solo quando cambiano gli standard di sicurezza e diventano disponibili sostituti adeguati, una determinata formulazione può perdere definitivamente il proprio spazio.
Oggi le moderne vernici verdi possono ottenere tonalità intense attraverso pigmenti differenti e molto più sicuri. Nei cataloghi dei materiali per artisti il nome storico può sopravvivere come riferimento cromatico, ma il composto arsenicale originale appartiene alla storia della chimica dei pigmenti, non alla normale tavolozza contemporanea. La banca dati CAMEO del Museum of Fine Arts di Boston conserva ancora campioni storici di Emerald Green proprio perché questi materiali sono preziosi per lo studio e l’identificazione delle opere.
Il paradosso è evidente: un colore nato per ampliare le possibilità dell’arte è oggi soprattutto importante perché permette agli studiosi di capire come venivano costruite le immagini del passato.
Indian Yellow, il giallo nato da una pratica ormai scomparsa
La storia del giallo indiano sembra uscita da un manuale di alchimia.
Per lungo tempo il pigmento venne associato alla raccolta e alla trasformazione dell’urina di bovini alimentati con una dieta particolare, ricca di foglie di mango. Il materiale veniva poi lavorato fino a ottenere una sostanza gialla intensa e trasparente.
Il pigmento, noto anche come Indian Yellow, era apprezzato per la sua particolare luminosità e per la capacità di produrre velature calde.
Ma la storia della sua origine è stata a lungo discussa e ricostruita attraverso documenti, analisi chimiche e studi sui campioni conservati nelle collezioni museali.
Secondo la documentazione tecnica del Museum of Fine Arts di Boston, il pigmento storico era costituito principalmente da euxantato di magnesio e la produzione tradizionale venne proibita all’inizio del Novecento. Le attuali vernici vendute con il nome di Indian Yellow utilizzano invece sostanze sintetiche capaci di imitare la tonalità originale.
Qui la scomparsa del colore ha una dinamica completamente diversa da quella del Mummy Brown.
Non è la materia prima a essere finita per sempre, né è soltanto la tossicità a decretarne la fine. È il metodo di produzione a essere diventato incompatibile con nuovi criteri di tutela animale e con la necessità di ottenere pigmenti industriali in modo controllabile.
E c’è un’altra particolarità.
Il giallo indiano autentico può essere identificato anche attraverso il suo comportamento alla luce ultravioletta, sotto la quale presenta una caratteristica fluorescenza. Per un conservatore, quindi, quella vecchia sostanza non è semplicemente “un giallo”: è una firma chimica capace di raccontare la storia di un dipinto.
La tavolozza contemporanea può ricreare l’effetto visivo. Non può però ricreare il percorso storico che portava a quel pigmento.
Porpora di Tiro, il colore che valeva più della materia prima
La porpora di Tiro appartiene a una categoria ancora diversa.
Più che un pigmento da tubetto nel senso moderno del termine, era soprattutto un colorante straordinariamente prezioso ottenuto dalle secrezioni di alcuni molluschi marini, in particolare appartenenti al gruppo dei murici.
Il procedimento era lungo, laborioso e tutt’altro che elegante.
Le ghiandole contenenti la sostanza colorante venivano estratte, lavorate e sottoposte a processi di fermentazione e ossidazione. Il risultato poteva assumere tonalità differenti, dal rosso violaceo al blu-porpora, a seconda delle condizioni di produzione.
Il valore del risultato finale era enorme.
Nel mondo antico la porpora divenne un simbolo di potere, ricchezza e autorità. Il suo costo dipendeva anche dall’enorme quantità di molluschi necessaria per ottenere una quantità relativamente piccola di colorante. Il British Museum ricorda come la produzione fosse un processo laborioso e che il colore fosse considerato persino più prezioso dell’oro in determinati contesti storici.
Il nome stesso è diventato immortale. “Porpora” è entrata nel linguaggio, nella politica, nella religione e nell’immaginario collettivo.
Eppure il mondo che aveva trasformato quel colore in un prodotto di lusso è scomparso.
La porpora di Tiro può essere ricreata attraverso procedure moderne e sperimentali, e il principio chimico che la produce è conosciuto. Ma la filiera antica, il suo sistema economico e il suo ruolo sociale non esistono più.
È dunque un caso particolare di “colore perduto”: non è scomparsa la possibilità di ottenere la molecola, ma è scomparso il mondo che faceva di quella sostanza un oggetto quasi mitologico.
Il passaggio alla chimica moderna avrebbe poi cambiato definitivamente la storia del viola. Nell’Ottocento la scoperta della malva sintetica, ottenuta accidentalmente durante gli esperimenti di William Henry Perkin, aprì la strada alla produzione industriale di coloranti viola molto più accessibili.
Il colore che un tempo apparteneva agli imperatori entrava così nell’era della fabbrica.

Quando un colore scompare, non scompare davvero
La cosa più affascinante è che nessuno di questi colori è veramente “morto”.
Il Mummy Brown può essere imitato. L’Indian Yellow può essere riprodotto sinteticamente. I verdi arsenicali possono essere ricostruiti in laboratorio per scopi scientifici. La porpora di Tiro può essere ottenuta nuovamente attraverso procedure controllate.
Ciò che è scomparso è l’identità materiale originale.
Ed è una distinzione decisiva per chi osserva un’opera antica.
Un dipinto non è fatto soltanto di immagini. È fatto di
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