Caso Garlasco, i reperti distrutti prima del via libera dei giudici
🌐 Caso Garlasco, reperti distrutti, Ris di Parma e traccia 33: nuove carte riaccendono il dibattito sulla gestione delle prove scientifiche raccolte dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Il punto più delicato riguarda gli eluiti del Dna, smaltiti nel 2016 mentre l’autorizzazione giudiziaria alla distruzione dei reperti sarebbe arrivata soltanto nel 2022. Il Ris sostiene però che quegli estratti fossero intermedi di lavorazione e non reperti giudiziari soggetti alla stessa procedura.
Il caso Garlasco torna a interrogare non soltanto gli investigatori che lavorarono sull’omicidio di Chiara Poggi, ma anche la storia della conservazione delle prove scientifiche. A quasi vent’anni dal delitto, una nuova ricostruzione documentale apre infatti un capitolo inatteso: alcune soluzioni liquide ottenute durante le analisi di laboratorio furono smaltite nel 2016, molti anni prima dell’autorizzazione giudiziaria che avrebbe riguardato la distruzione di altri reperti.
La questione è delicata perché tra il materiale analizzato dal Ris di Parma figurano anche campioni collegati alla traccia 33, uno degli elementi oggi tornati al centro della nuova indagine sul delitto del 13 agosto 2007.
Ma c’è un punto fondamentale da chiarire subito: non è stato accertato che l’eluito della traccia 33 fosse necessariamente tra quelli distrutti. Ed è proprio questo uno degli aspetti che la Procura di Pavia sta cercando di ricostruire.
Garlasco, cosa sono gli “eluiti” e perché sono importanti
La parola chiave della nuova vicenda è eluito. Si tratta, semplificando, della soluzione liquida ottenuta durante il procedimento di estrazione e lavorazione di materiale biologico sottoposto ad analisi.
Non coincide quindi automaticamente con il reperto originario. Il reperto può essere un frammento, un tessuto, una porzione di intonaco o altro materiale raccolto sulla scena del crimine; l’eluito è invece un prodotto intermedio del processo tecnico utilizzato per cercare ed estrarre il Dna.
Questa distinzione è diventata decisiva nella ricostruzione effettuata dal Ris di Parma. La posizione del reparto è che gli eluiti non fossero equiparabili ai reperti giudiziari sottoposti a sequestro e che, una volta terminati gli accertamenti, potessero essere smaltiti secondo le procedure previste per quel tipo di materiale.
Gli approfondimenti più recenti hanno riguardato in particolare gli eluiti ottenuti dall’intonaco indicato come “33dattilo”, dal reperto denominato “97F” e dai frammenti delle unghie di Chiara Poggi.
Sono proprio questi elementi a rendere la vicenda particolarmente sensibile. Nel caso della traccia 33, infatti, si parla di una delle impronte più discusse dell’intera storia investigativa di Garlasco.

Il nodo delle date: 2016 contro 2022
La nuova ricostruzione ruota attorno a una apparente contraddizione temporale.
Da una parte, le carte emerse nell’ambito degli accertamenti più recenti indicano che gli eluiti furono smaltiti nel 2016. Le prime informazioni diffuse collocavano l’operazione nel maggio di quell’anno, mentre la ricostruzione documentale successivamente fornita dal Ris colloca lo smaltimento nella seconda metà di settembre 2016.
Dall’altra parte, esiste un passaggio giudiziario successivo: nel 2021 venne affrontata la questione della distruzione di una serie di reperti ancora sottoposti a sequestro e, nel gennaio 2022, arrivò l’autorizzazione alla distruzione di parte di quel materiale.
Il problema nasce dal confronto tra queste due vicende, che riguardano però categorie di materiali differenti.
Per la ricostruzione del Ris, gli eluiti erano già stati considerati intermedi di lavorazione e non reperti giudiziari. Per questo motivo, sostiene il reparto, non sarebbe stata necessaria una specifica autorizzazione dell’autorità giudiziaria per il loro smaltimento.
È una distinzione tecnica che può sembrare burocratica, ma che nel caso Garlasco assume un peso enorme: significa stabilire quali materiali fossero ancora giuridicamente conservabili e quali, invece, potessero essere eliminati dopo la conclusione delle analisi.
La sentenza definitiva su Stasi e lo smaltimento dei campioni
Un altro elemento temporale è la condanna definitiva di Alberto Stasi, divenuta irrevocabile nel dicembre 2015.
Secondo la ricostruzione fornita dal Ris, gli eluiti vennero smaltiti l’anno successivo, quindi dopo la conclusione definitiva del procedimento a carico di Stasi.
Le provette, secondo la documentazione ricostruita, erano state comunque conservate per anni in condizioni controllate. Il materiale sarebbe rimasto in un freezer dedicato del reparto di Biologia e sarebbe stato registrato nei sistemi interni di gestione.
La successiva eliminazione sarebbe avvenuta nell’ambito di uno smaltimento cumulativo di rifiuti speciali, insieme a materiali provenienti da altri procedimenti.
Il Ris ha inoltre spiegato che non sarebbe stato redatto un verbale specifico per ogni singolo eluito proprio perché questi materiali venivano considerati intermedi della lavorazione e non reperti giudiziari.
È questo il punto sul quale oggi si confrontano due esigenze diverse: da una parte la necessità di ricostruire fedelmente ciò che accadde nel 2007 e negli anni successivi; dall’altra la valutazione della correttezza delle procedure applicate nel 2016.

Traccia 33, il vero punto interrogativo
La domanda più importante resta però un’altra: tra gli eluiti distrutti nel 2016 c’era anche quello riconducibile alla traccia 33?
Al momento, la risposta non è definitiva.
La Procura di Pavia ha chiesto al Ris di ricostruire lo storico dei materiali conservati, proprio per capire quale sorte abbiano avuto i campioni collegati agli accertamenti originari. Le verifiche hanno fatto emergere documentazione interna e testimonianze di militari che all’epoca prestavano servizio nel reparto.
Il nome dell’allora responsabile del Ris, il colonnello Alberto Marino, compare nella ricostruzione relativa allo smaltimento. Secondo quanto emerso, sarebbe stato lui a disporre l’operazione. Il quadro deve però essere letto alla luce della posizione attuale del Ris, secondo cui la procedura sarebbe stata conforme alle regole applicabili agli intermedi di lavorazione.
Questa precisazione è importante anche per evitare una conclusione automatica: la distruzione degli eluiti non significa, di per sé, che sia stata distrutta una prova giudiziaria senza autorizzazione.
Il tema investigativo è invece stabilire esattamente che cosa sia stato distrutto, quale status avesse quel materiale e quale procedura fosse applicabile in quel momento.
Il nuovo capitolo dell’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi
La vicenda si inserisce in un’inchiesta che negli ultimi mesi ha riportato Garlasco al centro dell’attenzione nazionale.
La nuova indagine ha riaperto il dossier sugli accertamenti scientifici eseguiti all’epoca, concentrandosi su Dna, impronte, reperti, analisi di laboratorio e documentazione investigativa.
Il nome di Andrea Sempio è tornato al centro del procedimento, mentre la posizione processuale di Stasi continua a rappresentare il punto di partenza giudiziario della vicenda: la sua condanna per l’omicidio di Chiara Poggi è definitiva.
Nel frattempo, la Procura sta verificando anche la completezza e la trasmissione agli investigatori dell’epoca di alcuni risultati delle analisi. Il nuovo fronte sui reperti distrutti si aggiunge dunque a un quadro più ampio nel quale la domanda non riguarda soltanto chi abbia ucciso Chiara Poggi, ma anche come siano state gestite nel tempo le informazioni scientifiche raccolte sul caso.
La posizione dell’Arma: massima collaborazione se emergeranno responsabilità
Sul caso è intervenuto anche il comandante generale dei Carabinieri Salvatore Luongo, chiarendo che eventuali irregolarità individuali dovranno essere accertate e, se confermate, affrontate nelle sedi competenti.
Il messaggio dell’Arma è duplice: difesa del valore e della professionalità del Ris, ma anche disponibilità a collaborare pienamente con la magistratura qualora emergano responsabilità personali.
È una posizione che fotografa bene la fase attuale dell’inchiesta: non ci sono ancora conclusioni definitive sulla legittimità di ogni singolo passaggio, mentre gli accertamenti documentali sono ancora fondamentali per ricostruire una catena di decisioni lunga quasi vent’anni.
Cosa può cambiare davvero nel caso Garlasco
La distruzione degli eluiti non riscrive automaticamente la storia processuale del delitto. Il valore della vicenda dipenderà soprattutto da ciò che gli investigatori riusciranno a stabilire sul contenuto e sulla natura dei campioni eliminati.
Se l’eluito della traccia 33 fosse effettivamente tra il materiale smaltito, diventerebbe impossibile effettuare oggi una nuova analisi su quella specifica soluzione. Ma anche in questo caso occorrerebbe distinguere tra la perdita materiale del campione e l’eventuale esistenza di dati, fotografie, risultati analitici o documentazione tecnica prodotti quando quel materiale era ancora disponibile.
La scienza forense moderna, infatti, non si basa soltanto sulla provetta. Esistono dati grezzi, profili genetici, fotografie, report, registrazioni delle procedure e documentazione di laboratorio che possono consentire, almeno in parte, di ricostruire ciò che venne fatto.
Il vero interrogativo è dunque se ciò che oggi non è più materialmente disponibile abbia lasciato una traccia documentale sufficiente per consentire nuove verifiche indipendenti.

Un giallo procedurale che si aggiunge al mistero giudiziario
Il caso Garlasco si trova così davanti a un paradosso: dopo quasi vent’anni, mentre la tecnologia forense è diventata molto più sofisticata, alcuni dei materiali raccolti all’epoca non possono più essere sottoposti a nuove analisi perché sono stati smaltiti.
Il punto, tuttavia, non è stabilire attraverso il clamore mediatico se qualcuno abbia commesso un illecito. Sarà la magistratura a dover verificare procedure, responsabilità, autorizzazioni e natura giuridica dei materiali.
Resta però un dato destinato a pesare nel dibattito pubblico: nel 2007 il Ris aveva previsto la conservazione degli eluiti a disposizione dell’autorità giudiziaria, mentre anni dopo quegli stessi materiali risultano essere stati smaltiti.
Ed è proprio questo scarto temporale, insieme all’incertezza sulla presenza dell’eluito collegato alla traccia 33, a trasformare la gestione dei reperti in uno dei nuovi nodi del caso Garlasco. Una vicenda che, a distanza di quasi vent’anni dalla morte di Chiara Poggi, continua a riportare alla luce domande sulle prove, sulle procedure e sulle decisioni prese durante la lunga storia giudiziaria dell’omicidio.
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