Emanuela Orlandi, il flauto ai Ris: svolta nelle indagini
🌐 Emanuela Orlandi, nuovo giallo sul flauto: nei laboratori dei Ris di Roma sono in corso accertamenti genetici su uno strumento che potrebbe essere collegato alla ragazza scomparsa nel 1983. Convocati i consulenti della difesa di Marco Accetti, mentre la nuova inchiesta torna a concentrarsi sulle piste legate all’adescamento e alla rete di persone che potrebbe aver ruotato attorno al caso.
Il caso di Emanuela Orlandi torna al centro dell’attenzione con un elemento materiale che, se confermato, potrebbe riaprire una delle piste più controverse dell’inchiesta. Nei laboratori dei Ris dei Carabinieri di Tor di Quinto, a Roma, sono infatti in corso accertamenti su un flauto rinvenuto all’interno di uno dei pacchi sottoposti agli investigatori.
A rendere pubblica la notizia è stato Gianluigi Nuzzi, spiegando che sullo strumento dovranno essere effettuate analisi genetiche. L’obiettivo è stabilire se il flauto possa essere ricondotto a Emanuela Orlandi e, soprattutto, chiarire se si tratti dello stesso strumento che Marco Accetti aveva consegnato agli investigatori nel 2013 oppure di un reperto diverso.
La distinzione è tutt’altro che secondaria. Il flauto, infatti, rappresenta da oltre un decennio uno degli oggetti più discussi nella vicenda. E proprio la possibilità di ottenere oggi elementi scientifici che allora non furono sufficienti potrebbe dare nuova linfa a un capitolo mai definitivamente chiarito.

Il flauto di Emanuela Orlandi torna sotto esame
Il nuovo accertamento parte da una domanda apparentemente semplice: a chi appartiene realmente quello strumento?
Nel 2013 Marco Accetti, fotografo romano che si era autoaccusato del coinvolgimento nella scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, consegnò agli inquirenti un flauto sostenendo che fosse quello appartenuto alla giovane cittadina vaticana.
La famiglia Orlandi riconobbe diversi elementi dello strumento e della custodia, ma all’epoca le analisi scientifiche non permisero di stabilire in maniera definitiva la provenienza del flauto. In particolare, mancava una quantità di materiale biologico sufficiente a trasformare il reperto in una prova decisiva.
La stessa documentazione disponibile sul caso ricorda come gli accertamenti scientifici non siano riusciti allora né a confermare né a escludere che lo strumento fosse quello di Emanuela.
Oggi, però, il contesto investigativo è profondamente diverso.
La Procura di Roma ha riaperto una nuova fase dell’indagine e Marco Accetti è tornato sotto la lente degli investigatori. Nel luglio scorso è stato interrogato per diverse ore dai carabinieri, alla presenza del pubblico ministero, nell’ambito del nuovo procedimento sulla scomparsa delle due ragazze.
Perché il Dna potrebbe cambiare il significato del reperto
Il punto decisivo sarà capire se sul flauto siano ancora presenti tracce biologiche utilizzabili.
Un eventuale profilo genetico compatibile con Emanuela potrebbe rappresentare un elemento di grande interesse investigativo. Non sarebbe automaticamente la prova di ciò che accadde alla ragazza dopo la sua scomparsa, ma consentirebbe di rafforzare o indebolire una delle affermazioni centrali di Accetti.
Al contrario, l’assenza di materiale genetico utilizzabile non risolverebbe il mistero. Un risultato negativo potrebbe semplicemente significare che il tempo trascorso, la conservazione dello strumento o la manipolazione successiva non consentono di ottenere un profilo attendibile.
È quindi importante non trasformare l’esame in una conclusione anticipata: il flauto è al momento un oggetto da analizzare, non una prova definitiva.

Marco Accetti e il nuovo capitolo dell’inchiesta
Il nome di Marco Accetti è tornato con forza nelle indagini dopo anni di controversie.
L’ex fotografo aveva sostenuto di aver avuto un ruolo nel presunto rapimento di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, collegando la vicenda a una struttura più ampia e a una strategia di pressione nei confronti del Vaticano. Le sue dichiarazioni furono a lungo considerate inattendibili e il procedimento che lo riguardava venne archiviato.
Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni elementi sono tornati sotto esame.
Tra questi ci sono le perizie foniche sulle telefonate arrivate alla famiglia Orlandi dopo la scomparsa della ragazza. Una consulenza resa nota nel 2024 aveva indicato una significativa compatibilità tra la voce dell’uomo che si presentò come “l’Americano” e quella di Accetti. Successivamente altre verifiche hanno contribuito a mantenere il suo nome al centro della ricostruzione investigativa.
Questo non significa che tutte le ricostruzioni fornite da Accetti siano state automaticamente considerate vere. Ed è proprio qui che il flauto assume un’importanza particolare.
Se l’oggetto dovesse essere autenticamente riconducibile a Emanuela, una delle sue affermazioni più controverse acquisirebbe un elemento materiale da sottoporre a ulteriori verifiche.
La nuova pista sull’adescamento
Il nuovo procedimento giudiziario sta prendendo in considerazione anche una pista diversa rispetto alle ricostruzioni più note del passato.
Gli investigatori stanno valutando l’ipotesi di una rete di adescamento di minorenni, all’interno della quale Emanuela potrebbe essere stata coinvolta prima della scomparsa.
Si tratta di una pista delicatissima e ancora da dimostrare. Secondo le ricostruzioni emerse negli ultimi mesi, Accetti potrebbe aver avuto un ruolo nel reclutamento di giovani destinati a essere fotografati o filmati. L’ex fotografo ha respinto le accuse e ha contestato diverse ricostruzioni che lo chiamano in causa.
Il tema dell’adescamento è tornato a essere discusso anche attraverso gli elementi emersi nell’attività della commissione parlamentare d’inchiesta.
È proprio la mole di testimonianze, vecchie e nuove, a rendere il quadro particolarmente complesso: persone ascoltate a distanza di decenni, ricordi inevitabilmente condizionati dal tempo, telefonate, lettere, reperti e dichiarazioni spesso difficili da verificare.
Il rischio, in un caso così lungo, è che ogni nuovo dettaglio venga interpretato come la chiave definitiva. La realtà investigativa è invece molto più prudente.
Oggi la Commissione Orlandi torna ad ascoltare Bonarelli
Il nuovo accertamento sul flauto arriva in una giornata particolarmente importante anche sul fronte parlamentare.
Il 10 settembre 2026, infatti, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ha in programma l’audizione di Raoul Bonarelli, già sovrastante del Corpo della vigilanza dello Stato della Città del Vaticano.
Il suo nome è riemerso nel lavoro della commissione perché considerato un possibile elemento di collegamento tra alcune delle persone e degli ambienti comparsi nella lunga storia investigativa. L’audizione è inserita ufficialmente nel calendario della commissione.
Il suo ascolto arriva dopo una serie di audizioni e approfondimenti che nel 2026 hanno riportato sotto esame vecchi episodi, vecchie conoscenze e luoghi già comparsi nelle indagini.
Tra questi c’è anche il bar di via Nomentana frequentato all’epoca da personaggi poi entrati, a vario titolo, nella storia del caso Orlandi-Gregori. Le recenti ricostruzioni hanno inoltre riportato l’attenzione sull’esistenza di un sotterraneo sotto il locale, alimentando nuove domande sul contesto nel quale scomparve Mirella Gregori.

Quarantatré anni dopo, il caso resta senza una risposta
Emanuela Orlandi scomparve il 22 giugno 1983, a soli 15 anni. Era uscita dalla scuola di musica in centro a Roma e da quel momento di lei si persero le tracce.
Quarantatré anni dopo, il caso continua a essere uno dei più enigmatici della storia italiana contemporanea.
Nel corso del tempo si sono intrecciate piste internazionali, Vaticano, criminalità organizzata, telefonate anonime, presunti depistaggi e testimonianze contraddittorie. Nessuna di queste ricostruzioni ha però prodotto una verità giudiziaria capace di spiegare definitivamente che cosa sia accaduto alla ragazza.
La nuova fase investigativa prova a cambiare approccio: meno attenzione alle sole dichiarazioni e maggiore peso agli elementi materiali e scientifici.
È questa la possibile novità rappresentata dal flauto.
Un oggetto conservato per decenni può sembrare insignificante, ma in un’indagine basata anche su testimonianze difficili da verificare può assumere un peso completamente diverso se contiene una traccia biologica utilizzabile.
Il punto decisivo sarà ciò che troveranno i Ris
Adesso l’attenzione è tutta sui laboratori di Tor di Quinto.
Gli specialisti dovranno stabilire se il flauto è quello già indicato da Accetti, se presenta tracce genetiche analizzabili e, soprattutto, se queste possono essere attribuite con sufficiente certezza a Emanuela Orlandi.
Sono passaggi distinti e tutti indispensabili.
Anche un eventuale risultato positivo dovrà essere inserito nel complesso quadro dell’inchiesta. Un Dna potrebbe dimostrare un contatto con lo strumento, ma non spiegare da solo quando sia avvenuto, in quali circostanze e quale rapporto avesse quel reperto con la scomparsa.
È proprio questa la cautela necessaria per evitare che un nuovo elemento venga trasformato prematuramente nella soluzione del mistero.
Ma dopo decenni di piste rimaste sospese, il fatto che un reperto già noto venga nuovamente sottoposto ad analisi genetiche rappresenta comunque un passaggio investigativo di grande interesse.
E mentre la commissione parlamentare continua ad ascoltare i protagonisti e i testimoni di quella lontana estate del 1983, nei laboratori dei Ris si cerca una risposta molto più concreta: non nelle dichiarazioni, non nelle ipotesi, ma nelle tracce che il tempo potrebbe aver lasciato su un semplice flauto.
Per il caso di Emanuela Orlandi, potrebbe essere un piccolo oggetto a riportare l’indagine davanti a una domanda rimasta senza risposta per oltre quattro decenni: che cosa accadde davvero alla ragazza dopo quel 22 giugno 1983?
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