Fabio Colapietro, le intercettazioni: la notte dell’omicidio a Torino
🌐 Fabio Colapietro, le nuove intercettazioni restituiscono il racconto drammatico delle ore successive alla morte del 39enne nell’appartamento di via Tommaso Gulli, a Torino. Al centro delle conversazioni finite agli atti dell’inchiesta c’è Cristian Matheus De Oliveira Morando, il 26enne che ha ammesso di aver aggredito la vittima. Nelle parole rivolte alla madre e all’ex compagna, il giovane indica nella coinquilina Nicole Formichetti, 46 anni, la persona che avrebbe assunto un ruolo centrale nella gestione del cadavere. Intanto emergono le videochiamate con l’ex fidanzata, l’acquisto del cemento e quella frase apparentemente incomprensibile sull’“odore di arance”, che secondo la madre sarebbe stata una metafora per comunicare la presenza di un corpo senza vita nell’abitazione.
L’omicidio di Fabio Colapietro: cosa sarebbe accaduto quella notte
La ricostruzione investigativa parte dalla sera del 20 settembre, quando nell’appartamento di via Gulli si trovavano Cristian Matheus De Oliveira Morando, Nicole Formichetti e la 22enne Keith Simon Domingo, conosciuta anche come Sara.
Secondo quanto riferito da Morando agli investigatori, nell’abitazione era in corso un festino caratterizzato dal consumo di droga e alcol. La situazione sarebbe precipitata quando Fabio Colapietro sarebbe entrato nell’appartamento.
Il 39enne, secondo la versione fornita dall’indagato, avrebbe tentato di impossessarsi di un braccialetto d’oro. Da qui sarebbe nata una colluttazione.
Morando ha raccontato di aver reagito afferrando l’uomo al collo e colpendolo. La vittima avrebbe perso conoscenza. Il 26enne sostiene di avere tentato per un certo periodo di rianimarlo, prima di rendersi conto che non c’era più nulla da fare.
Questa è la ricostruzione fornita dall’indagato e dovrà essere confrontata con tutti gli altri elementi raccolti dalla magistratura.
Il dato certo, sul piano investigativo, è che Fabio Colapietro è morto nell’appartamento e che il suo corpo è stato successivamente fatto a pezzi e nascosto.
“Satana”: il ruolo attribuito alla professoressa
È nelle conversazioni intercettate dopo il delitto che compare uno degli elementi più inquietanti dell’inchiesta.
Cristian, parlando con la madre e con la sua ex compagna Miruna Ene, attribuisce a Nicole Formichetti un ruolo decisivo nella fase successiva alla morte.
La donna viene indicata con il soprannome di “Satana”.
Secondo il racconto del 26enne, sarebbe stata lei a prendere in mano la situazione e a spingere gli altri a trovare rapidamente un modo per liberarsi del cadavere.
L’accusa nei confronti della donna, tuttavia, non può essere considerata una verità giudiziaria sulla base delle sole dichiarazioni di Morando. Si tratta di affermazioni provenienti da un indagato, inserite nel quadro probatorio che la Procura e il giudice stanno valutando.
Il racconto attribuisce comunque alla professoressa una funzione centrale nella fase successiva all’omicidio: l’obiettivo sarebbe stato quello di eliminare il corpo e tornare alla normalità.

Dalla valigia al fiume fino alla decisione di sezionare il corpo
Secondo quanto emerge dagli atti, inizialmente sarebbero state prese in considerazione diverse possibilità per nascondere il cadavere.
Tra le ipotesi raccontate da Morando ci sarebbe stata quella di mettere il corpo in una valigia e gettarlo in un fiume. Un’altra possibilità sarebbe stata quella di trasportarlo altrove.
Il piano sarebbe poi cambiato.
La decisione riferita agli investigatori sarebbe stata quella di dividere il corpo, rendendone più semplice il trasporto e l’occultamento.
Per gli investigatori è proprio questo passaggio a rappresentare uno degli elementi più delicati della ricostruzione: capire chi abbia preso le decisioni, chi abbia partecipato materialmente alle diverse fasi e quale fosse il grado di consapevolezza di ciascuno degli indagati.
Il racconto dell’ex compagna: le videochiamate e il cemento
Un altro tassello importante arriva dalla testimonianza dell’ex compagna di Cristian.
La donna ha raccontato agli investigatori di avere ricevuto da Morando diverse videochiamate su WhatsApp nei giorni successivi all’omicidio.
Durante una prima chiamata, il giovane sarebbe apparso in uno stato di forte agitazione e confusione. Avrebbe parlato di cemento e mostrato per pochi istanti alcuni oggetti, tra cui guanti e nastro adesivo.
Il giorno successivo ci sarebbe stata un’altra videochiamata.
Questa volta Morando si sarebbe trovato all’interno di un negozio e la donna avrebbe visto l’acquisto del cemento. Il giovane avrebbe cercato di giustificare la spesa dicendo che serviva ad aiutare un amico.
Poi, secondo il suo racconto, avrebbe avuto una reazione emotiva improvvisa, interrompendo la comunicazione.
Questi episodi assumono particolare rilievo perché si collocano prima della chiamata al 112 e si inseriscono nella sequenza degli eventi che gli investigatori stanno ricostruendo attraverso testimonianze, intercettazioni e altri elementi di prova.
L'”odore di arance”: la frase che avrebbe nascosto la verità
Tra gli elementi più singolari dell’inchiesta c’è una frase pronunciata da Cristian durante una conversazione con la madre: “odore di arance”.
Una frase che, presa isolatamente, potrebbe sembrare priva di significato. Secondo quanto riferito dalla donna agli investigatori, però, aveva un preciso valore simbolico.
La madre avrebbe compreso che il figlio stava cercando di comunicarle qualcosa senza pronunciare direttamente la parola cadavere.
La spiegazione sarebbe legata a un’usanza del Paese d’origine della famiglia: utilizzare le arance in acqua come espediente per contrastare gli odori associati alla presenza di una persona morta.
In quel momento, secondo la ricostruzione riportata nell’ordinanza, il corpo di Colapietro si trovava ancora nell’appartamento.
La conversazione viene quindi considerata dagli investigatori come un ulteriore elemento utile a ricostruire lo stato d’animo di Morando e ciò che stava accadendo nell’abitazione.
Il corpo nella vasca e il tentativo di cancellare le tracce
Dalle carte giudiziarie emerge una gestione del cadavere durata per più giorni.
Il corpo sarebbe stato smembrato e collocato all’interno di sacchi, con il successivo tentativo di utilizzare contenitori e cemento per impedirne l’individuazione.
Gli investigatori stanno cercando di stabilire con precisione la successione delle operazioni e il ruolo ricoperto da ciascuna delle persone presenti nell’appartamento.
Uno degli elementi che emerge dalle ricostruzioni è l’acquisto di diversi materiali: sacchi neri, candeggina, nastro adesivo e strumenti che sarebbero stati utilizzati nel tentativo di ripulire l’abitazione e gestire il corpo.
La sequenza, secondo gli atti, sarebbe stata accompagnata anche dal consumo di sostanze stupefacenti.
È proprio su questo aspetto che le dichiarazioni degli indagati assumono un peso particolare, ma anche una necessaria cautela: le loro versioni non coincidono completamente.
La Procura dovrà quindi stabilire quali parti dei racconti trovino riscontro negli elementi oggettivi raccolti.
Keith Butig: “I cadaveri potevano diventare due”
Un altro capitolo riguarda Keith Simon Domingo, 22 anni.
Nel racconto attribuito a Morando, la giovane avrebbe partecipato alla fase iniziale dello smembramento, per poi riuscire ad allontanarsi dall’appartamento.
La ragazza avrebbe fornito agli investigatori una versione differente, sostenendo di essere stata coinvolta sotto minaccia.
In particolare avrebbe riferito che la situazione era diventata talmente pericolosa da temere che i morti potessero diventare due.
La sua posizione è dunque un altro elemento che dovrà essere verificato attraverso gli accertamenti investigativi.
Il punto centrale dell’inchiesta è proprio questo: ricostruire la responsabilità individuale di ciascun indagato, evitando di sovrapporre automaticamente le dichiarazioni di uno alle responsabilità degli altri.

La droga e il contesto del festino
Un ruolo importante nella ricostruzione della notte viene attribuito anche al consumo di sostanze.
Secondo gli atti, nell’appartamento sarebbero state assunte diverse droghe, insieme ad alcolici. Questo elemento viene considerato dagli investigatori per comprendere il contesto nel quale sarebbe maturata l’aggressione e soprattutto ciò che accadde nelle ore successive.
Morando avrebbe raccontato di avere continuato ad assumere sostanze anche dopo la morte di Colapietro.
È un particolare che aiuta a delineare il quadro ambientale descritto nell’ordinanza, ma che non elimina la necessità di ricostruire lucidamente la sequenza dei fatti, le condotte individuali e l’eventuale presenza di un piano per occultare il cadavere.
Il momento della chiamata alla polizia
Il racconto dell’ex compagna assume particolare rilievo anche per la fase immediatamente precedente all’intervento delle forze dell’ordine.
Secondo la sua testimonianza, Morando le avrebbe inviato un messaggio audio nel quale appariva fortemente agitato. Avrebbe parlato di una situazione ormai compromessa e della necessità di sistemare ciò che stava accadendo prima di rivolgersi alla polizia.
Le successive videochiamate avrebbero mostrato il giovane alle prese con l’acquisto dei materiali.
Poi è arrivato il momento della chiamata al 112.
La sequenza temporale di questi passaggi è uno degli aspetti che la magistratura deve ricomporre per comprendere cosa sia accaduto nell’appartamento di via Gulli e quali decisioni siano state prese dopo la morte di Colapietro.
Tre arresti e un’inchiesta ancora da completare
Il gip del Tribunale di Torino ha disposto la custodia cautelare in carcere per Cristian Matheus De Oliveira Morando, Nicole Formichetti e Keith Simon Domingo.
Il giudice non ha convalidato i fermi ritenendo non sussistente il pericolo di fuga, ma ha comunque disposto per tutti e tre la custodia cautelare.
La posizione dei tre resta quindi al centro dell’inchiesta.
Per Morando esiste inoltre un elemento particolarmente rilevante: il giovane ha fornito agli investigatori una ricostruzione nella quale ammette di avere aggredito Colapietro, ma allo stesso tempo attribuisce alla professoressa un ruolo determinante nelle decisioni prese dopo la morte.
Questa versione dovrà essere verificata.
Le intercettazioni cambiano la lettura della notte di via Gulli
Le nuove conversazioni non rappresentano semplicemente un racconto dell’orrore successivo all’omicidio.
Permettono soprattutto agli investigatori di ricostruire come i protagonisti avrebbero reagito dopo la morte, quali decisioni avrebbero preso e quanto tempo sarebbe trascorso prima dell’intervento della polizia.
La frase sull’odore di arance, le videochiamate, l’acquisto del cemento e i racconti dell’ex compagna sono tasselli differenti dello stesso mosaico.
Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, può raccontare l’intera vicenda.
Messi in relazione con gli altri elementi dell’inchiesta, però, contribuiscono a delineare la sequenza di una notte che, secondo l’accusa, sarebbe iniziata come un incontro all’interno di un appartamento e sarebbe finita con la morte di Fabio Colapietro e un lungo tentativo di nasconderne il corpo.
La domanda ancora aperta: chi decise cosa fare del corpo?
È questo uno dei nodi più delicati dell’indagine.
Cristian punta il dito contro Nicole Formichetti e la indica come la persona che avrebbe assunto il controllo della situazione dopo la morte di Colapietro.
La donna, però, ha una propria posizione processuale e saranno gli accertamenti della magistratura a stabilire quale sia stato effettivamente il suo ruolo.
Anche le dichiarazioni di Keith Butig devono essere confrontate con gli altri elementi raccolti.
La Procura dovrà quindi mettere a confronto intercettazioni, testimonianze, reperti, acquisti, spostamenti e accertamenti tecnici, ricostruendo una cronologia precisa.
Ed è proprio la cronologia a poter chiarire uno dei punti fondamentali dell’inchiesta: quando è stata presa la decisione di occultare il corpo e chi l’ha presa.
La morte di Fabio Colapietro, intanto, resta al centro di un’indagine che continua a far emergere nuovi dettagli. Le intercettazioni aggiungono parole alle immagini e agli elementi materiali già raccolti dagli investigatori. Ma sarà il confronto complessivo delle prove, e non il singolo racconto di uno degli indagati, a stabilire cosa sia realmente accaduto quella notte in via Tommaso Gulli.
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