Bar in crisi in Italia: Roma perde 2.827 attività
🌐 Bar in crisi in Italia, con oltre 24mila imprese scomparse tra il 2019 e il 2025. Sono circa 11 bar al giorno in meno. Il fenomeno colpisce soprattutto il Centro Italia, mentre Roma diventa uno dei simboli della trasformazione: nella Capitale sono sparite 2.827 attività, oltre il 30% del totale. Un dato che sorprende anche considerando la forte crescita dei flussi turistici.
Il bar sotto casa sta diventando sempre più raro
Il bar è uno dei luoghi più riconoscibili della quotidianità italiana. Il caffè consumato rapidamente al bancone, la colazione prima del lavoro, l’aperitivo, il giornale letto al tavolino o semplicemente due parole scambiate con il barista sono abitudini che hanno contribuito per decenni a costruire la vita dei quartieri.
Oggi, però, questo modello di attività è sotto pressione.
Secondo l’elaborazione di Confesercenti sui dati delle Camere di commercio, le imprese del servizio bar sono passate dalle 169.839 del 2019 alle 145.766 del 2025. La diminuzione è di 24.073 attività, pari al 14,2% in sei anni. In media significa quasi 11 imprese in meno ogni giorno.
Non si tratta soltanto della scomparsa dei piccoli locali dei paesi o dei tradizionali bar sport. La contrazione riguarda anche i bar di quartiere delle grandi città, proprio quei luoghi che per molti residenti rappresentano un punto di riferimento quotidiano.
Il fenomeno viene inserito da Confesercenti nel quadro più ampio della desertificazione commerciale, cioè la progressiva riduzione delle attività fisiche presenti nelle strade e nei quartieri.

Perché i bar stanno chiudendo
Dietro i numeri non c’è una sola causa. Il modello economico del bar deve fare i conti con una combinazione di fattori che negli ultimi anni ha reso più difficile mantenere aperta un’attività con margini spesso ridotti.
Uno dei principali elementi è l’aumento dei costi di gestione. Energia, materie prime e altri costi operativi hanno inciso sui bilanci delle imprese, mentre il costo del lavoro pesa particolarmente su un’attività che richiede una presenza continua di personale.
A questo si aggiunge la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie. Per un bar, dove il valore medio dello scontrino è generalmente contenuto, anche una diminuzione della frequenza delle consumazioni può avere effetti significativi.
C’è poi un cambiamento nelle abitudini delle città.
Lo smart working ha ridotto in alcune zone i flussi quotidiani di lavoratori, soprattutto nei giorni feriali. Quartieri che un tempo vivevano di colazioni, pause caffè e pranzi veloci legati agli uffici hanno visto modificarsi il numero e la distribuzione dei clienti durante la giornata.
Confesercenti indica inoltre tra i fattori di pressione la diversa distribuzione dei consumi, la concorrenza della grande distribuzione e la crescita dei nuovi servizi di consegna.
Il risultato è una trasformazione che non riguarda semplicemente il destino di una singola impresa. Quando un bar chiude, soprattutto in una zona periferica o in un piccolo centro, viene meno anche un servizio di prossimità.
Il Centro Italia è l’area più colpita
La crisi non ha la stessa intensità in tutte le zone del Paese.
Il dato più pesante riguarda il Centro Italia, dove tra il 2019 e il 2025 sono scomparsi 7.323 bar, con una diminuzione del 20,8% rispetto alla situazione di sei anni prima.
Seguono il Nord-Est, che registra una contrazione del 16,3%, e il Nord-Ovest, con il 16,1%.
Più contenuto, ma comunque negativo, il bilancio del Mezzogiorno: nel Sud la diminuzione è del 6,7%, mentre nelle Isole raggiunge il 6,5%. In nessuna delle macroaree considerate, dunque, il saldo è positivo.
Il dato racconta una geografia particolare della crisi. Le città e le aree più dinamiche dal punto di vista economico non sono necessariamente quelle che riescono a preservare la rete dei piccoli esercizi.
Anzi, proprio nei grandi centri urbani la trasformazione degli spazi commerciali può procedere rapidamente, spinta da affitti, cambiamenti dei flussi di persone e modificazione della domanda.
Lombardia e Lazio ai vertici per numero di chiusure
In termini assoluti, la regione che registra la perdita maggiore è la Lombardia, con 4.957 bar in meno rispetto al 2019.
Al secondo posto si trova il Lazio, che perde 4.405 attività, seguito da Veneto con 2.806, Emilia-Romagna con 1.916 e Piemonte con 1.915.
Se invece si considera la percentuale di riduzione, la situazione cambia.
Il calo più consistente viene registrato nelle Marche, con una contrazione del 25%. Il Lazio arriva al 23,9%, mentre Valle d’Aosta e Veneto registrano rispettivamente il 22,2% e il 20,1%.
Per il Lazio, quindi, il dato assoluto e quello percentuale convergono nel delineare una situazione particolarmente significativa.
E dentro il Lazio c’è soprattutto un caso che attira l’attenzione: quello di Roma.

Roma perde oltre 2.800 bar nonostante il turismo
La Capitale rappresenta forse la contraddizione più evidente.
Roma continua a essere una delle principali destinazioni turistiche internazionali e beneficia di flussi di visitatori che alimentano alberghi, ristoranti, attività legate all’ospitalità e commercio. Eppure, nello stesso periodo, la rete dei bar ha subito una contrazione estremamente forte.
Dal 2019 al 2025 Roma ha perso 2.827 bar, con una diminuzione superiore al 30%. È uno dei cali più elevati registrati tra le città italiane.
Il dato suggerisce che il turismo, da solo, non basta a garantire la sopravvivenza di un modello commerciale.
Un visitatore può concentrare la propria spesa in alcune zone, in determinate fasce orarie e in attività maggiormente orientate alla domanda turistica. Un bar di quartiere, invece, dipende soprattutto dalla clientela abituale, dai residenti, dai lavoratori e dalla frequenza quotidiana delle consumazioni.
È quindi possibile avere strade affollate di turisti e, contemporaneamente, quartieri nei quali le attività tradizionali faticano a mantenere la sostenibilità economica.
Non è soltanto una questione di caffè
La scomparsa dei bar ha anche una dimensione economica più ampia.
Secondo le stime di Confesercenti, la riduzione delle attività tra il 2019 e il 2025 si traduce in un impoverimento dei territori superiore a 7,2 miliardi di euro, considerando gli effetti su consumi, occupazione e gettito fiscale.
Il ragionamento riguarda quindi l’intero ecosistema che ruota intorno a un’attività commerciale.
Un bar genera reddito per il titolare e lavoro per i dipendenti, acquista prodotti e servizi, paga affitti, utenze e imposte e contribuisce alla presenza quotidiana di persone nelle strade.
Quando una saracinesca resta abbassata definitivamente, una parte di queste attività economiche viene meno.
Ma esiste anche un effetto più difficile da misurare: quello sulla socialità.
Quando chiude un bar cambia anche il quartiere
La definizione di bar come semplice esercizio commerciale rischia di non cogliere completamente il ruolo che questi locali hanno avuto nella storia urbana italiana.
In molti quartieri, soprattutto quelli con una popolazione anziana, il bar rappresenta ancora uno dei pochi luoghi facilmente accessibili dove incontrare altre persone.
La chiusura può quindi contribuire a una progressiva perdita di presidi di prossimità.
Non è un fenomeno esclusivamente italiano. Le città stanno modificando il proprio rapporto con il commercio fisico, mentre crescono acquisti online, grandi superfici, catene specializzate e servizi digitali.
Ma nel caso italiano il bar ha una caratteristica particolare: è profondamente inserito nelle abitudini quotidiane.
Per questo la sua riduzione può essere letta anche come un indicatore di una trasformazione più ampia delle città.

Una trasformazione che coinvolge anche il resto del commercio
La crisi dei bar non è isolata.
La stessa Confesercenti ha documentato negli ultimi anni una progressiva riduzione delle attività indipendenti nel commercio e nel turismo. Tra il 2019 e il 2025, secondo una sua elaborazione, sono diminuiti di oltre 177mila gli addetti autonomi nei comparti considerati, mentre l’occupazione complessiva è cresciuta grazie soprattutto al lavoro dipendente.
È un cambiamento importante: non significa necessariamente che l’economia dei servizi stia scomparendo, ma che sta diventando meno frammentata e più concentrata.
La crescita dell’occupazione nelle imprese più strutturate può quindi procedere parallelamente alla diminuzione delle piccole attività indipendenti.
Ed è proprio questa dinamica che alimenta il tema della desertificazione commerciale.
Il rischio è una città sempre più uniforme
Il problema sollevato dai dati non riguarda soltanto il numero di imprese.
La questione è anche che tipo di attività rimangono negli spazi lasciati liberi.
Una città nella quale scompaiono progressivamente piccoli esercizi e aumentano attività rivolte soprattutto ai flussi turistici può modificare profondamente il proprio equilibrio. Il centro può diventare più attrattivo per i visitatori ma meno funzionale alla vita quotidiana dei residenti.
Roma è un esempio particolarmente evidente di questa tensione.
La Capitale dispone di una domanda turistica enorme, ma la presenza dei visitatori non sostituisce automaticamente quella dei residenti. Un bar di quartiere vive infatti di una relazione quotidiana che non può essere misurata soltanto attraverso il numero di arrivi turistici.
La fotografia del 2025 apre una domanda per il futuro
I 145.766 bar rimasti in Italia nel 2025 rappresentano ancora una rete capillare, ma il confronto con i 169.839 del 2019 mostra quanto rapidamente sia cambiato il settore.
La domanda adesso riguarda il futuro.
Il bar tradizionale dovrà probabilmente adattarsi a nuove abitudini di consumo, nuovi orari, nuove forme di lavoro e una clientela sempre più diversificata. Ma la trasformazione non riguarda soltanto gli imprenditori.
Coinvolge le amministrazioni locali, la gestione degli spazi urbani, gli affitti commerciali, la mobilità e le politiche per mantenere vivi i quartieri.
Perché dietro quelle 11 chiusure al giorno non ci sono soltanto numeri di un registro delle imprese.
Ci sono saracinesche che si abbassano, clienti abituali che cambiano abitudini e strade che perdono uno dei loro punti di riferimento.
E il caso di Roma dimostra che nemmeno una città capace di attirare milioni di visitatori può considerarsi immune dalla trasformazione del commercio di prossimità.
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