1:26 am, 18 Settembre 26 calendario

Innovare significa rendere imprese e territori capaci di fare di più

Di: o.c.

Dalle imprese alle amministrazioni locali, passando per i programmi nazionali ed europei: la vera sfida dell’innovazione è trasformare tecnologie, competenze, risorse e opportunità in nuove capacità. Ne parliamo con Silvio Lanciotti, da oltre vent’anni impegnato sui temi dell’impresa, della consulenza, della trasformazione digitale e della Governance dell’Innovazione, con esperienze anche in ambito istituzionale e territoriale in Italia e in Europa.

Lanciotti, oggi imprese e pubbliche amministrazioni sentono parlare continuamente di intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuovi strumenti. Da dove bisognerebbe partire davvero?

“Da una domanda molto più semplice: che cosa dobbiamo diventare capaci di fare che oggi non riusciamo a fare, oppure non riusciamo a fare abbastanza bene? Può voler dire conoscere meglio i propri margini, rispondere più velocemente ai clienti, organizzare meglio il lavoro, delegare mantenendo il controllo, utilizzare i dati in modo più efficace oppure offrire un servizio pubblico più semplice. La tecnologia può aiutare moltissimo, ma non dovrebbe essere il punto di partenza. Il risultato di un progetto di innovazione non è avere un nuovo software o utilizzare l’intelligenza artificiale. È avere costruito una nuova capacità nell’organizzazione”.

Eppure oggi esistono moltissimi strumenti, incentivi e programmi dedicati alla trasformazione delle imprese.

“È uno dei paradossi che osservo più spesso. Le opportunità esistono: incentivi, formazione, programmi europei, strumenti regionali, competenze universitarie, associazioni, tecnologie e professionalità specialistiche.

Molte risorse, però, vengono utilizzate in maniera frammentata o rimangono inutilizzate.

Non necessariamente perché manchino volontà o risorse. Spesso manca la capacità di conoscere ciò che esiste, capire cosa può essere utile e collegare strumenti differenti intorno a un obiettivo concreto.

Un’impresa non dovrebbe chiedersi soltanto: Quale contributo posso ottenere? Dovrebbe chiedersi: Quale capacità devo costruire per diventare più competitiva e quali strumenti posso mettere insieme per riuscirci?”.

Quindi il problema è anche mettere in relazione mondi che spesso parlano linguaggi differenti?

“Esattamente. L’imprenditore parla di clienti, margini, persone, tempi e crescita. La pubblica amministrazione ragiona in termini di servizi, regole, responsabilità e impatto sul territorio. Chi sviluppa tecnologia vede opportunità tecniche. Chi lavora sulla formazione o sulla finanza agevolata conosce altri strumenti ancora. Tutti possono avere una parte della soluzione.

Il punto è riuscire a mettere questi elementi in relazione e trasformare esigenze e opportunità in un percorso coerente. È un lavoro di connessione che diventa sempre più importante”.

Lei ha attraversato diversi di questi mondi. Quanto incide questo nella sua lettura dei problemi?

“Molto. L’esperienza in ambiti differenti consente di osservare lo stesso fenomeno da prospettive diverse. Come imprenditore vivo direttamente i problemi dell’organizzazione, della crescita e della competitività. Nella consulenza incontro aziende che devono trasformare processi e modelli di lavoro. Nei ruoli istituzionali e associativi mi confronto con amministratori, territori e organizzazioni molto diverse. Anche l’esperienza politica locale, compresa la candidatura a sindaco, è stata importante: quando provi a costruire una proposta per una comunità devi mettere insieme esigenze economiche, servizi, infrastrutture, associazioni, cittadini, imprese e risorse disponibili. Sono contesti differenti, ma con un problema ricorrente: spesso possediamo già molti degli elementi necessari per migliorare una situazione, ma non riusciamo a metterli a sistema”.

Questo vale anche per i territori?

“Forse ancora di più. Un territorio dispone di imprese, amministrazioni, associazioni, competenze, patrimonio culturale, risorse naturali, strumenti finanziari e persone. Ma la presenza di questi elementi non genera automaticamente sviluppo. Serve capacità organizzativa. Bisogna conoscere ciò che esiste, raccogliere dati, far dialogare soggetti diversi, stabilire priorità e costruire progetti realmente realizzabili. Per questo credo che la Governance dell’Innovazione non riguardi soltanto le aziende. Lo stesso metodo può essere applicato a un’impresa, a una pubblica amministrazione o a un territorio: partire dagli obiettivi, individuare le capacità necessarie e soltanto dopo scegliere strumenti, tecnologie e risorse”. 

E l’intelligenza artificiale, in questo scenario, che ruolo può avere?

“Un ruolo enorme, ma non magico. L’IA può aiutarci ad analizzare dati, automatizzare attività, supportare decisioni, migliorare servizi e aumentare la produttività. Ma non può stabilire da sola quale problema un’organizzazione debba risolvere. Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto che cosa può fare l’IA?, ma che cosa possiamo diventare capaci di fare meglio grazie all’IA? Il rischio, altrimenti, è introdurre strumenti avanzati senza modificare realmente il modo di lavorare”.

Qual è allora la domanda che un imprenditore dovrebbe portarsi a casa?

“Una domanda molto concreta: Che cosa deve diventare capace di fare la mia impresa nei prossimi tre anni che oggi non riesce ancora a fare? Da lì possono nascere scelte molto più precise su organizzazione, persone, dati, tecnologie, investimenti e opportunità finanziarie.

Perché innovare non significa semplicemente cambiare strumenti. Significa aumentare ciò che un’organizzazione è capace di fare”.

È questa, in definitiva, la sua idea di Governance dell’Innovazione?

“Sì. Il cambiamento conta quando diventa qualcosa che l’organizzazione sa realmente fare, utilizzare e governare. La tecnologia è una leva. Le risorse sono una leva. Le competenze sono una leva. Il vero risultato è la capacità che riusciamo a costruire mettendo tutto questo insieme”.

 

18 Settembre 2026
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