Volkswagen, Blume: situazione più che critica, è allarme
🌐 Volkswagen è in una fase più che critica: Oliver Blume prepara il confronto con i lavoratori mentre il gruppo accelera sulla ristrutturazione, tra concorrenza cinese, margini in calo, dazi Usa e il futuro incerto di diversi stabilimenti tedeschi.
Volkswagen, la crisi entra nella fase decisiva
Non è più soltanto una questione di bilanci, vendite o competitività. La crisi di Volkswagen è diventata una partita industriale, occupazionale e politica, con il futuro del più grande gruppo automobilistico europeo sempre più legato alle decisioni che verranno prese nelle prossime settimane.
Oliver Blume ha scelto parole insolitamente dure per descrivere il momento attraversato dal gruppo: la situazione sarebbe “più che critica”. Un giudizio che arriva mentre l’amministratore delegato affronta direttamente i dipendenti tedeschi per difendere una strategia di trasformazione destinata a modificare profondamente dimensioni, costi e organizzazione dell’azienda.
Il confronto è iniziato il 25 agosto a Wolfsburg, quartier generale storico del gruppo. Qui oltre 10 mila lavoratori si sono radunati per contestare il piano di ristrutturazione, accogliendo Blume con forti proteste. Il clima rende evidente quanto sia diventato difficile trovare un punto di equilibrio tra le esigenze finanziarie dell’azienda e la difesa dell’occupazione.
La posta in gioco, però, va oltre Volkswagen. In discussione c’è la capacità dell’industria automobilistica tedesca di restare competitiva in un mercato che sta cambiando a una velocità senza precedenti.
Perché Volkswagen è arrivata a questo punto
I numeri spiegano meglio delle dichiarazioni la pressione esercitata sul gruppo.
Nel primo semestre del 2026 Volkswagen ha registrato 158,1 miliardi di euro di ricavi, sostanzialmente in linea con lo stesso periodo dell’anno precedente. Il problema è soprattutto la redditività: il risultato operativo è sceso a 5,9 miliardi di euro, con una contrazione dell’11,6%, mentre il margine operativo si è fermato al 3,8%. Le vendite di veicoli sono diminuite dell’8,4%, a circa 4 milioni di unità.
Sono numeri che, presi singolarmente, non raccontano un gruppo vicino al collasso. Volkswagen resta un colosso globale, con centinaia di migliaia di dipendenti e una presenza capillare nei principali mercati. Ma la questione è strutturale: un’azienda di queste dimensioni deve generare margini sufficienti per finanziare nuovi modelli, batterie, software, piattaforme elettriche e tecnologie future.
Ed è proprio qui che si concentra l’allarme di Blume.
Il gruppo considera il margine attuale insufficiente per sostenere gli investimenti necessari nei prossimi anni. La stessa Volkswagen ha indicato la necessità di ridurre strutturalmente la propria base di costi, semplificare la gamma, aumentare l’efficienza degli stabilimenti e velocizzare i processi decisionali.
Il problema, quindi, non è semplicemente vendere più automobili. Volkswagen deve produrle in modo più efficiente, svilupparle più rapidamente e soprattutto riuscire a guadagnare di più su ogni vettura.

La Cina è diventata il fronte più difficile
Uno degli elementi più delicati della crisi riguarda la Cina.
Per decenni il mercato cinese è stato uno dei principali motori della crescita dei costruttori tedeschi. Oggi, invece, la situazione si è capovolta. I produttori cinesi di auto elettriche hanno conquistato una posizione sempre più forte sul mercato domestico e stanno aumentando la pressione anche in Europa.
Volkswagen deve quindi affrontare una doppia difficoltà: vende meno in Cina proprio mentre i marchi cinesi avanzano sul mercato europeo.
Nel primo semestre del 2026 il gruppo ha registrato una contrazione significativa delle attività legate al mercato cinese, mentre la concorrenza dei produttori locali continua a crescere. La stessa azienda ha sottolineato che il mercato cinese complessivo è diminuito e che l’aumento delle esportazioni dei concorrenti sta incrementando la pressione competitiva in Europa.
È una trasformazione che mette in discussione un modello industriale consolidato. Il vantaggio tecnologico e industriale che per anni ha favorito i grandi costruttori europei non è più sufficiente.
I nuovi concorrenti sono spesso più veloci nello sviluppo dei prodotti, più aggressivi sui prezzi e maggiormente integrati nella filiera delle batterie e dell’elettronica.
Per Volkswagen questo significa dover ridurre i tempi di sviluppo e i costi senza perdere qualità, sicurezza e riconoscibilità del marchio. È una sfida particolarmente complessa per un gruppo che deve gestire contemporaneamente un enorme portafoglio di marchi, piattaforme e stabilimenti.
Dazi Usa e costi: un’altra pressione sul bilancio
Alla concorrenza cinese si aggiunge il problema del commercio internazionale.
I dazi statunitensi rappresentano un ulteriore peso sui margini, proprio mentre il gruppo sta cercando di recuperare redditività. Blume ha indicato l’impatto delle tariffe americane tra i fattori che rendono ancora più urgente la riorganizzazione del gruppo.
Il quadro complessivo è quindi quello di una tempesta perfetta: mercato cinese più difficile, competizione crescente in Europa, costi industriali elevati, trasformazione verso l’elettrico e barriere commerciali.
In questo scenario, la dimensione stessa di Volkswagen diventa contemporaneamente una forza e una debolezza. Il gruppo dispone di risorse finanziarie, marchi globali e capacità produttive enormi, ma proprio questa complessità rende più difficile reagire con la velocità richiesta dal nuovo mercato automobilistico.

Fino a 50 mila tagli aggiuntivi: cosa c’è davvero sul tavolo
Uno dei punti più controversi del piano riguarda l’occupazione.
Volkswagen ha già concordato un programma di riduzione della forza lavoro che prevede importanti tagli entro il 2030. Ma nelle ultime settimane Blume ha messo sul tavolo anche l’ipotesi di ulteriori 50 mila posti di lavoro da eliminare, come riferimento teorico per colmare il divario di competitività rispetto ai concorrenti.
Questo non significa che 50 mila licenziamenti siano già stati decisi. Il numero rappresenta una dimensione potenziale del problema, non un piano definitivo già approvato. Anche sul futuro degli stabilimenti non esiste ancora una decisione conclusiva.
Eppure l’ipotesi ha avuto un effetto dirompente.
I siti di Zwickau, Emden, Hannover e Neckarsulm sono tra quelli considerati più esposti nella riorganizzazione. In alcuni casi il problema è legato alla capacità produttiva futura; in altri alla possibilità di individuare attività economicamente sostenibili per gli anni successivi.
Il caso di Zwickau è particolarmente simbolico: lo stabilimento era stato trasformato in uno dei principali centri europei della produzione elettrica di Volkswagen. Oggi la contrazione della domanda e la trasformazione del mercato hanno reso molto più difficile mantenere quei livelli di utilizzo.
La vera battaglia si combatte dentro Volkswagen
Il punto più delicato, tuttavia, non è soltanto economico.
Blume deve convincere anche il sistema di governance interno del gruppo.
In Volkswagen il consiglio di sorveglianza non è un organo nel quale il management dispone di un controllo incontrastato. I rappresentanti dei lavoratori hanno un peso decisivo e la presenza della Bassa Sassonia, azionista rilevante, rende il confronto ancora più complesso.
Il piano presentato dal management ha già incontrato ostacoli e, secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, i rappresentanti dei lavoratori e la Bassa Sassonia stanno preparando proposte alternative di rilancio da sottoporre al consiglio di sorveglianza del 4 settembre.
È un passaggio fondamentale perché introduce una possibilità concreta: non si discute più soltanto di come applicare il piano di Blume, ma di quale piano industriale debba guidare Volkswagen nei prossimi anni.
Da una parte c’è la linea del management, orientata a una drastica riduzione dei costi e della capacità in eccesso. Dall’altra, la rappresentanza dei lavoratori chiede una strategia che non si limiti a ridurre personale e stabilimenti, ma individui nuove attività e nuove prospettive industriali.

Il 4 settembre può diventare la data chiave
Il prossimo appuntamento decisivo sarà la riunione del consiglio di sorveglianza prevista per 4 settembre.
Prima di quella data Blume dovrà affrontare una lunga serie di incontri con i dipendenti degli stabilimenti tedeschi. Wolfsburg è soltanto l’inizio: il confronto proseguirà nei siti maggiormente coinvolti dal processo di trasformazione.
Il significato di questi incontri va oltre la comunicazione interna. Il CEO deve ricostruire un rapporto di fiducia con una forza lavoro che teme di essere chiamata a pagare il prezzo della crisi.
Le proteste di Wolfsburg dimostrano quanto sia difficile.
Il tema della comunicazione è diventato quasi importante quanto quello dei tagli. I lavoratori contestano il fatto che informazioni molto pesanti sul futuro degli stabilimenti siano emerse pubblicamente prima di un confronto completo con la forza lavoro.
Per Blume è dunque una sfida su due fronti: convincere i mercati che Volkswagen può tornare a generare margini competitivi e convincere i dipendenti che la trasformazione non equivale necessariamente allo smantellamento dell’industria automobilistica tedesca.
Il paradosso dell’auto elettrica: Volkswagen deve cambiare, ma senza perdere terreno
La parte più interessante della vicenda è forse il paradosso che sta vivendo Volkswagen.
Il gruppo deve investire ancora nell’elettrico, nel software e nelle nuove piattaforme, proprio mentre la redditività è sotto pressione. Allo stesso tempo deve tagliare costi e complessità per poter finanziare quella trasformazione.
Eppure qualche segnale positivo esiste.
La domanda europea per i modelli elettrici del gruppo sta crescendo: il portafoglio ordini europeo dei veicoli elettrici è aumentato di oltre il 50%, mentre la nuova famiglia di modelli elettrici urbani ha già raccolto oltre 70 mila ordini.
Questo dimostra che il problema non può essere spiegato semplicemente con un presunto fallimento dell’auto elettrica.
La vera questione è quanto costa a Volkswagen sviluppare e produrre la nuova generazione di automobili e quanto margine riesce a ottenere da ogni modello.
È qui che si gioca la partita industriale.
Volkswagen non è davanti a una semplice crisi, ma a un cambio di epoca
La frase di Blume sulla situazione “più che critica” va quindi letta all’interno di una trasformazione molto più ampia.
Volkswagen non sta soltanto cercando di risparmiare. Sta tentando di ridisegnare un modello industriale costruito nel corso di decenni, mentre il baricentro dell’automobile mondiale si sposta verso nuovi protagonisti, nuove tecnologie e nuovi mercati.

La concorrenza cinese ha accelerato il processo. I dazi hanno aumentato l’incertezza. L’elettrificazione ha imposto investimenti giganteschi. Il software ha cambiato la natura stessa dell’automobile. E gli stabilimenti tedeschi devono ora dimostrare di poter competere con strutture produttive più flessibili.
Per questo il confronto iniziato a Wolfsburg assume un significato che va ben oltre Volkswagen.
Se Blume riuscirà a imporre la sua linea, il gruppo potrebbe uscire dalla crisi con una struttura molto più snella e una drastica riduzione dei costi. Se invece prevarrà una soluzione alternativa, la sfida sarà dimostrare che esiste una strada diversa capace di salvaguardare occupazione e fabbriche senza compromettere la competitività.
Il tempo, però, stringe. E mentre il management prepara nuovi tagli, i lavoratori preparano il contrattacco e la Bassa Sassonia cerca una mediazione, Volkswagen si trova davanti alla più difficile trasformazione della sua storia recente.
La domanda non è più soltanto quante automobili riuscirà a vendere.
La domanda decisiva è quale Volkswagen arriverà al 2030.
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