Steve Jobs: amare ciò che fai e la forza di ricominciare
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ToggleCi sono fallimenti che sembrano la fine di una storia e altri che, soltanto molti anni dopo, si rivelano essere una deviazione necessaria. La vicenda di Steve Jobs appartiene alla seconda categoria, almeno secondo il racconto che lo stesso Jobs fece nel 2005 davanti ai neolaureati di Stanford.
Aveva già costruito Apple, era diventato uno dei volti più riconoscibili della rivoluzione informatica e aveva contribuito alla nascita del Macintosh. Poi, nel 1985, arrivò la rottura con l’azienda.
Jobs lasciò Apple e iniziò una fase completamente diversa della sua vita professionale. Fondò NeXT, investì in quella che sarebbe diventata Pixar e attraversò anni nei quali il successo non era affatto garantito.
Dodici anni più tardi sarebbe tornato proprio ad Apple. E la tecnologia sviluppata da NeXT avrebbe avuto un ruolo centrale nella nuova fase dell’azienda.
Il licenziamento da Apple che cambiò la sua vita
Per capire il significato della frase sull’amore per il proprio lavoro bisogna tornare al 1985.
Apple era ormai una società importante e Steve Jobs si trovava al centro di forti tensioni interne. Dopo l’arrivo di John Sculley alla guida dell’azienda, il rapporto tra i due si deteriorò. Jobs perse progressivamente influenza fino a lasciare Apple. Le ricostruzioni storiche descrivono il processo come una sua emarginazione interna più che come un semplice licenziamento formale. Jobs, tuttavia, nel discorso di Stanford parlò esplicitamente di essere stato “fired”.
Per lui fu uno shock.
Aveva contribuito a fondare Apple nel 1976 insieme a Steve Wozniak. In pochi anni era passato dal garage e dai primi computer alla guida di una delle società tecnologiche più importanti degli Stati Uniti.
Perdere quel ruolo significava perdere anche una parte dell’identità professionale costruita fino a quel momento.
Jobs raccontò di aver attraversato una fase nella quale si sentiva pubblicamente sconfitto. Pensò persino di lasciare la Silicon Valley.
Poi accadde qualcosa.
Si rese conto che, nonostante il fallimento, continuava ad amare ciò che faceva.
Ed è proprio qui che il racconto assume un significato più ampio.

La forza di ricominciare quando tutto sembra perduto
Nel discorso del 2005, Jobs spiegò che essere allontanato da Apple gli aveva tolto il peso associato al successo e gli aveva restituito qualcosa che aveva perso: la libertà di essere nuovamente un principiante.
È una delle parti più interessanti della sua testimonianza.
Quando una persona raggiunge una posizione importante, può finire per identificarsi completamente con quel ruolo. Perdere quella posizione può quindi sembrare una perdita totale.
Jobs raccontò invece di aver scoperto, dopo la rottura con Apple, una nuova libertà creativa.
Non aveva più bisogno di difendere il ruolo che aveva costruito. Poteva ricominciare, sperimentare, sbagliare e costruire qualcosa di nuovo.
Fu in questo periodo che nacquero due progetti fondamentali della sua vita: NeXT e Pixar.
NeXT: un’azienda che sembrava troppo avanti per il mercato
Dopo aver lasciato Apple, Jobs fondò NeXT, una società dedicata alla realizzazione di computer e software destinati soprattutto al mondo accademico e professionale.
Il primo computer NeXT arrivò nel 1988. Era un prodotto tecnologicamente sofisticato, ma il prezzo elevato ne limitò fortemente la diffusione commerciale.
La storia, tuttavia, non finì con le vendite del computer.
Il vero valore di NeXT sarebbe emerso soprattutto dal software e dal sistema operativo NeXTSTEP, che avrebbe attirato sviluppatori e professionisti. Apple avrebbe acquistato NeXT nel 1996 per circa 429 milioni di dollari, aprendo la strada al ritorno di Jobs.
Quello che all’apparenza sembrava un progetto non pienamente riuscito si sarebbe quindi trasformato in un tassello decisivo della futura Apple.
È una delle ironie più significative della sua carriera: l’azienda nata dopo l’uscita da Apple finì per diventare uno dei ponti che lo riportarono ad Apple.
Pixar e la scommessa sull’animazione digitale
Nello stesso periodo Jobs si avvicinò a un’altra realtà destinata a cambiare la cultura popolare: Pixar.
Nel 1986 acquistò la divisione grafica computerizzata di Lucasfilm, trasformandola nella società che sarebbe diventata Pixar Animation Studios. Jobs investì ingenti risorse nel progetto mentre la società cercava una propria strada nel settore dell’animazione.
Il risultato arrivò negli anni Novanta.
Nel 1995 Pixar pubblicò Toy Story, il primo lungometraggio realizzato interamente con animazione computerizzata.
Il film diventò un successo internazionale e dimostrò che la tecnologia digitale poteva trasformare radicalmente il modo di raccontare storie sul grande schermo.
Anche in questo caso, la storia non fu quella di un successo immediato.
Fu una sequenza di rischi, investimenti, tentativi e attese.
Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente significativo il periodo successivo all’uscita da Apple.

“L’unico modo per fare un grande lavoro è amare ciò che fai”
Nel 2005, quando Jobs salì sul palco dell’Università di Stanford, aveva ormai alle spalle una carriera straordinaria e una lunga esperienza di successi e fallimenti.
Il suo discorso non fu però una celebrazione dei risultati economici.
Jobs raccontò tre episodi della propria vita: il collegamento tra gli eventi apparentemente casuali, il licenziamento da Apple e il rapporto con la morte.
Nella seconda storia arrivò il passaggio destinato a diventare uno dei più citati.
“L’unico modo per fare un grande lavoro è amare ciò che fai”, disse Jobs, spiegando che la passione per il lavoro era stata ciò che gli aveva permesso di continuare dopo la rottura con Apple.
La frase viene spesso utilizzata come una semplice massima motivazionale.
Nel contesto originale, però, assume un significato più preciso.
Jobs non stava dicendo che amare il proprio lavoro rende automaticamente una persona di successo. Stava raccontando qualcosa di diverso: quando il risultato viene meno, la motivazione può sopravvivere se esiste ancora un legame profondo con ciò che si sta facendo.
È una distinzione importante.
Non accontentarsi e continuare a cercare
Nel discorso di Stanford c’è anche un altro messaggio che accompagna quello sul lavoro: non accontentarsi.
Jobs invitò gli studenti a continuare a cercare ciò che amavano fare e a non considerare definitiva una situazione soltanto perché era quella in cui si trovavano in quel momento.
La sua storia personale rendeva il concetto particolarmente potente.
Nel 1985 aveva perso Apple.
Nel 1986 aveva investito in Pixar.
Aveva costruito NeXT.
Nel 1996 Apple aveva acquistato NeXT e nel 1997 Jobs era tornato alla guida di Apple.
A quel punto sarebbe iniziata una delle fasi più importanti nella storia dell’azienda.
Il ritorno ad Apple e la trasformazione della sconfitta
Il ritorno non cancellò ciò che era accaduto nel 1985.
Al contrario, rese quella vicenda parte integrante della storia successiva.
La tecnologia sviluppata da NeXT sarebbe diventata la base del sistema operativo della nuova Apple. Nel frattempo Jobs avrebbe guidato il rilancio dell’azienda attraverso prodotti come iMac, iPod, iPhone e iPad, contribuendo a trasformare Apple in una delle società tecnologiche più influenti del mondo.
Questo non significa che il licenziamento fosse necessariamente “necessario” o che ogni fallimento conduca a un successo.
È un punto che vale la pena sottolineare.
La storia di Jobs è una vicenda personale e imprenditoriale particolare, non una formula applicabile automaticamente a chiunque perda un lavoro o attraversi una crisi.
Il valore del racconto sta soprattutto nel modo in cui Jobs interpretò retrospettivamente ciò che gli era accaduto.
Dal successo alla vulnerabilità, e poi di nuovo alla creatività
La parte più umana della vicenda è forse proprio questa: per un periodo Jobs non sapeva quale sarebbe stato il finale.
Nel momento della rottura con Apple non aveva la certezza che NeXT avrebbe avuto successo. Non poteva sapere che Pixar avrebbe prodotto Toy Story. E certamente non poteva sapere che sarebbe tornato ad Apple e avrebbe guidato la società nell’era dell’iPhone.
Queste cose sono diventate evidenti soltanto dopo.
La tentazione, quando si raccontano le biografie dei grandi imprenditori, è trasformare ogni passaggio della loro vita in una sequenza inevitabile: il fallimento diventa immediatamente una lezione, la difficoltà si trasforma in opportunità e il successo appare già scritto.
La storia reale è molto meno lineare.
C’è stato un periodo in cui Jobs aveva perso la posizione costruita ad Apple e non sapeva cosa sarebbe successo dopo.
Ed è proprio questa incertezza a rendere il racconto di Stanford ancora attuale.

La lezione di Steve Jobs: il fallimento non definisce tutta una vita
La storia di Steve Jobs può essere letta senza trasformarla in una favola sul successo.
Il punto non è che ogni licenziamento porta a qualcosa di migliore. Non è così.
Il punto è che un evento negativo può assumere significati diversi nel corso del tempo. Una porta che si chiude può costringere una persona a cercarne un’altra, ma non esiste alcuna garanzia sul risultato.
Nel caso di Jobs, quella ricerca lo portò a NeXT e Pixar e, molti anni dopo, nuovamente ad Apple.
La sua frase sul lavoro nasce proprio da questa esperienza.
Amare ciò che si fa non significa non attraversare difficoltà, delusioni o fallimenti. Significa avere una ragione per continuare a cercare anche quando il risultato che si desiderava è improvvisamente scomparso.
Ed è forse questo il passaggio più interessante della sua storia.
Nel 1985 Steve Jobs perse Apple.
Nel 1997 tornò alla sua azienda.
Tra quei due momenti ci furono NeXT, Pixar, anni di incertezza, nuovi progetti e una quantità enorme di lavoro.
Quando nel 2005 raccontò quella vicenda agli studenti di Stanford, Jobs poteva guardare indietro e vedere un filo conduttore che nel 1985 non era ancora visibile.
La sua conclusione fu semplice: continuare a cercare ciò che si ama fare e non accontentarsi di una vita professionale vissuta soltanto per inerzia.
Una frase che, a distanza di anni, continua a essere associata al suo nome non perché prometta il successo, ma perché ricorda quanto possa essere difficile riconoscere il significato di una sconfitta mentre la si sta vivendo.
Nota: il discorso originale di Stanford del 12 giugno 2005 conferma sia la frase sul “great work” sia il racconto del periodo successivo all’uscita da Apple; le ricostruzioni biografiche distinguono invece tra l’uso personale del termine “fired” da parte di Jobs e il processo societario che portò alla sua uscita nel 1985.
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