Qusra, italiani espulsi dall’Idf: cresce la tensione in Medio Oriente
🌐 Qusra, cinque italiani espulsi dall’Idf secondo fonti palestinesi mentre il villaggio della Cisgiordania resta al centro dello scontro tra coloni e residenti. Washington parla di “terrorismo”, mentre Jared Kushner prepara una missione tra Israele ed Egitto. Sullo sfondo, la nuova escalation nello Stretto di Hormuz.
La crisi in Medio Oriente si allarga e, nelle ultime ore, mette insieme tre fronti apparentemente distinti ma sempre più intrecciati: la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania, il difficile negoziato su Gaza e la crescente pressione militare nello Stretto di Hormuz.
Al centro della vicenda che coinvolge direttamente l’Italia c’è Qusra, villaggio palestinese a sud di Nablus, dove da giorni alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle proprie abitazioni durante un assedio condotto da coloni israeliani estremisti.
Secondo quanto riferito dall’agenzia palestinese Wafa e ripreso da diverse testate internazionali, cinque cittadini italiani presenti a Qusra sarebbero stati espulsi con la forza dalle forze armate israeliane, l’Idf. La Farnesina sta seguendo gli sviluppi.
La situazione è particolarmente delicata perché la presenza degli italiani si inserisce in un contesto già segnato da blocchi, intimidazioni e scontri. Reuters ha riferito che le forze israeliane sono intervenute nel villaggio dopo che i coloni avevano impedito l’accesso a tre abitazioni palestinesi, isolando circa quindici persone, tra cui due bambini.
Qusra, cosa sta accadendo nel villaggio palestinese
Qusra non è un punto qualsiasi della Cisgiordania. Il villaggio, situato a sud di Nablus, è da tempo una delle aree maggiormente esposte alla pressione degli insediamenti e alla violenza dei coloni.
Negli ultimi mesi la tensione si è intensificata. A marzo un palestinese, Amir Odeh, è stato ucciso durante un’incursione di coloni nella zona, secondo una ricostruzione documentata dall’organizzazione israeliana B’Tselem.
Il nuovo episodio ha però assunto una dimensione internazionale per la presenza di cittadini stranieri e soprattutto per il coinvolgimento di cittadini statunitensi e italiani.
Secondo le ricostruzioni disponibili, i coloni hanno assediato alcune abitazioni, impedendo alle persone di uscire e limitando l’accesso a beni e servizi essenziali. In alcuni momenti sono intervenuti i militari israeliani, che hanno dichiarato di voler garantire la sicurezza dei residenti.
Ma l’intervento dell’esercito ha generato a sua volta nuove contestazioni.
Il Guardian riferisce che le forze israeliane hanno fatto irruzione in alcune abitazioni e che due famiglie palestinesi sono state costrette a lasciare le proprie case durante l’operazione. La stessa ricostruzione evidenzia come il comportamento delle forze sul terreno abbia alimentato dubbi e polemiche sulla capacità dell’esercito di proteggere effettivamente i residenti palestinesi.
È in questo quadro che va collocata la vicenda dei cinque italiani.

Cinque italiani espulsi dall’Idf: cosa sappiamo
La notizia dell’espulsione è stata attribuita a fonti palestinesi e, al momento, deve essere trattata con cautela rispetto ai dettagli operativi.
La Farnesina segue il caso e gli sviluppi sul terreno. L’elemento politicamente più delicato riguarda il fatto che i cittadini italiani non sarebbero stati semplicemente allontanati da una zona di operazioni, ma espulsi con la forza dall’area dall’esercito israeliano, secondo la versione riportata da Wafa.
La circostanza assume un peso particolare perché Qusra è diventata nel frattempo uno dei simboli della crescente tensione tra popolazione palestinese, coloni e apparati di sicurezza israeliani.
Il problema non riguarda dunque soltanto la tutela consolare degli italiani.
Riguarda il più ampio interrogativo su chi abbia il controllo effettivo del territorio e su come vengano applicate le misure di sicurezza quando gli aggressori sono coloni israeliani e le persone sotto assedio sono palestinesi.
Il Financial Times ha descritto l’episodio di Qusra come parte di una crescente escalation della violenza dei coloni in Cisgiordania. Secondo la ricostruzione del quotidiano, i coloni hanno vandalizzato proprietà, lanciato pietre e impedito agli abitanti di muoversi liberamente.
Mike Huckabee parla di “terrorismo”
La vicenda ha provocato una presa di posizione particolarmente significativa da parte degli Stati Uniti.
L’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee ha definito le azioni dei coloni coinvolti nell’assedio di Qusra come atti di terrorismo.
La dichiarazione è politicamente rilevante perché arriva da un diplomatico americano noto per le sue posizioni fortemente favorevoli a Israele e agli insediamenti israeliani.
Il riferimento al “terrorismo” segna quindi un cambio di tono rispetto alla tradizionale prudenza diplomatica americana sulla violenza dei coloni.
Secondo Associated Press, Huckabee ha condannato con durezza gli attacchi e ha espresso sostegno alle famiglie palestinesi coinvolte. La vicenda è stata descritta come un caso particolarmente grave anche perché alcune delle persone intrappolate nelle abitazioni erano cittadini stranieri.
La presa di posizione americana arriva inoltre in un momento in cui Washington cerca di mantenere un ruolo centrale nel futuro politico di Gaza.
Ed è proprio qui che il dossier Cisgiordania comincia a intrecciarsi con quello della Striscia.
Jared Kushner torna in campo per Gaza
La prossima settimana Jared Kushner, inviato di Donald Trump e figura centrale della diplomazia americana sul dossier mediorientale, dovrebbe recarsi in Israele per incontrare il premier Benjamin Netanyahu.
La missione dovrebbe avere come obiettivo il rilancio dei colloqui sulla situazione di Gaza e l’attuazione della proposta americana per la fase successiva del conflitto.
Kushner dovrebbe poi raggiungere il Cairo, dove incontrerà i mediatori egiziani, qatarini e turchi. Reuters riferisce che la missione rientra negli sforzi dell’amministrazione Trump per portare avanti il piano americano per Gaza, nonostante le difficoltà politiche e le divergenze con il governo israeliano.
La sua presenza assume un significato ancora maggiore perché il negoziato appare nuovamente bloccato.
Il piano sostenuto da Washington prevede passaggi estremamente delicati, tra cui il disarmo di Hamas, una progressiva ridefinizione della presenza israeliana a Gaza e la creazione di una nuova struttura palestinese per la gestione civile del territorio.
Il governo Netanyahu ha però espresso forti riserve.
Secondo Associated Press, la proposta americana incontra una netta opposizione da parte del governo israeliano, mentre Hamas ha manifestato una disponibilità condizionata. Il nodo principale rimane il disarmo dell’organizzazione e il futuro ruolo delle forze israeliane nella Striscia.

Netanyahu e Trump, una trattativa tutt’altro che semplice
La missione di Kushner arriva dunque in un momento politicamente complicato.
Da una parte c’è Donald Trump, che vuole presentare un percorso credibile verso una stabilizzazione di Gaza. Dall’altra c’è Netanyahu, che deve confrontarsi con una coalizione interna nella quale le forze della destra radicale hanno un peso determinante.
La questione della Cisgiordania rende tutto ancora più complesso.
Mentre Washington cerca una soluzione per Gaza, la situazione nei territori occupati continua a deteriorarsi. Gli insediamenti si espandono, gli attacchi dei coloni aumentano e la prospettiva di uno Stato palestinese diventa sempre più difficile da realizzare sul terreno.
Il caso Qusra rappresenta quindi una contraddizione evidente: si cerca una soluzione diplomatica per Gaza mentre in Cisgiordania aumentano gli episodi che rendono più fragile qualsiasi prospettiva politica futura.
Non è soltanto una questione geografica. È una questione strategica.
La Cisgiordania come nuovo epicentro della crisi
Negli ultimi mesi la Cisgiordania è diventata progressivamente più instabile.
A Qusra la pressione sui residenti non è iniziata con l’attuale assedio. Già a gennaio erano stati segnalati nuovi insediamenti e l’installazione di strutture su terreni palestinesi nelle aree circostanti.
A febbraio, inoltre, erano stati denunciati nuovi attacchi contro residenti palestinesi e abitazioni del villaggio.
La sequenza degli episodi mostra come Qusra sia diventata un punto di attrito permanente.
Il rischio è che l’episodio attuale non rimanga isolato, ma contribuisca a una dinamica di escalation nella quale ogni nuovo attacco produce una risposta, ogni risposta genera nuove tensioni e il controllo del territorio diventa progressivamente più difficile.
È un meccanismo già osservato in diverse altre aree della Cisgiordania.
L’aspetto più delicato: il rapporto tra coloni e forze israeliane
Una delle questioni più controverse riguarda il comportamento delle forze di sicurezza.
L’esercito israeliano ha dichiarato di essere intervenuto a Qusra per proteggere i residenti e ripristinare l’ordine. Ma immagini e testimonianze hanno alimentato polemiche sulla condotta di alcuni militari.
Reuters ha riferito che alcuni soldati sarebbero apparsi in atteggiamenti di sostegno ai coloni e che l’esercito ha avviato procedimenti disciplinari dopo la diffusione delle immagini.
È una questione fondamentale.
In qualsiasi territorio sottoposto a controllo militare, la credibilità delle forze di sicurezza dipende dalla percezione che le regole vengano applicate indipendentemente dall’identità di chi commette le violenze.
Se una parte della popolazione ritiene che i coloni possano agire impunemente, la fiducia nelle istituzioni crolla.
E quando la fiducia scompare, anche il controllo militare rischia di diventare insufficiente.
Dalla Cisgiordania allo Stretto di Hormuz
Mentre Qusra resta sotto i riflettori, a migliaia di chilometri di distanza un’altra crisi minaccia la stabilità regionale.
Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro delle tensioni dopo che gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver attaccato due navi appartenenti alla Abu Dhabi National Oil Company, ADNOC.
Secondo Reuters, l’episodio è avvenuto il 13 agosto mentre le due imbarcazioni stavano attraversando lo stretto. Non sono stati segnalati feriti e ADNOC ha dichiarato che la situazione era stata riportata sotto controllo.
L’accusa è stata duramente respinta sul piano politico da Abu Dhabi, che ha definito gli attacchi una grave minaccia alla sicurezza regionale e alla navigazione internazionale.
Il Bahrain ha a sua volta condannato un precedente attacco contro una petroliera emiratina durante il transito nello Stretto di Hormuz.
Il punto strategico è evidente.
Hormuz è uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il trasporto di petrolio e gas naturale liquefatto. Ogni minaccia alla libera navigazione può avere conseguenze immediate sui mercati energetici, sui costi dei trasporti e, in ultima analisi, sull’economia globale.

Hormuz, perché la tensione preoccupa i mercati
La questione non riguarda soltanto Emirati e Iran.
Ogni incidente nello Stretto può coinvolgere indirettamente le principali potenze economiche e militari, perché il traffico marittimo attraverso quella rotta è essenziale per l’approvvigionamento energetico internazionale.
Per questo l’aumento degli attacchi contro navi commerciali rappresenta una leva geopolitica potentissima.
L’Iran ha già dimostrato di poter aumentare la pressione sulla navigazione senza necessariamente arrivare alla chiusura formale dello stretto. Anche un semplice aumento del rischio percepito può spingere compagnie assicurative e armatori a modificare le proprie rotte o ad aumentare i premi assicurativi.
Il risultato può essere un aumento dei costi anche quando il traffico non viene completamente interrotto.
Tre crisi, un unico equilibrio regionale
Qusra, Gaza e Hormuz sembrano appartenere a tre dossier diversi.
In realtà sono collegati dalla stessa instabilità regionale.
La Cisgiordania rappresenta il fronte territoriale e politico, Gaza quello diplomatico e umanitario, Hormuz quello energetico e militare.
In mezzo ci sono gli Stati Uniti, impegnati contemporaneamente a sostenere Israele, a cercare una soluzione politica per Gaza e a contenere le conseguenze della crisi con l’Iran.
La missione di Kushner assume quindi un valore che va oltre il semplice incontro con Netanyahu.
Se Washington riuscisse a riaprire un percorso negoziale credibile su Gaza, potrebbe contribuire a ridurre almeno una parte delle tensioni regionali. Ma se contemporaneamente la violenza in Cisgiordania continuerà ad aumentare, qualsiasi accordo rischierà di nascere già indebolito.
E la questione di Qusra dimostra quanto rapidamente un episodio locale possa diventare un problema diplomatico internazionale.
La presenza di cittadini italiani, la condanna dell’ambasciatore americano e il coinvolgimento dell’esercito israeliano hanno trasformato un assedio locale in una vicenda osservata dalle cancellerie.
L’Italia osserva e cerca margini diplomatici
Per Roma, la priorità immediata resta la tutela dei cittadini italiani coinvolti.
Ma la vicenda arriva in un momento nel quale l’Italia, insieme agli altri partner europei, deve confrontarsi con una situazione mediorientale sempre più difficile da separare in singoli dossier.
L’Europa è direttamente interessata alla stabilità del Mediterraneo orientale, alla sicurezza energetica e alla libertà di navigazione.
La crisi di Hormuz può produrre conseguenze economiche. Quella di Gaza può alimentare nuove tensioni politiche e migratorie. La violenza in Cisgiordania rischia invece di compromettere ulteriormente la possibilità di una soluzione a due Stati.
Sono tre rischi differenti che possono rafforzarsi a vicenda.
La prossima settimana può diventare decisiva
La missione di Jared Kushner potrebbe rappresentare uno dei prossimi passaggi cruciali.
Il viaggio in Israele e al Cairo arriva infatti mentre la diplomazia americana cerca di convincere le parti ad accettare un percorso per Gaza che richiede concessioni politiche difficili.
Ma la situazione sul terreno non aspetta la diplomazia.
A Qusra, le famiglie palestinesi continuano a vivere in una condizione di forte vulnerabilità. A Hormuz, gli attacchi alle navi aumentano il rischio di una nuova escalation internazionale. E a Gaza il futuro dell’amministrazione del territorio resta ancora incerto.
Il vero interrogativo è quindi se la diplomazia riuscirà a recuperare terreno prima che le crisi locali si trasformino in un’unica grande escalation regionale.
Per l’Italia, intanto, il caso dei cinque cittadini coinvolti a Qusra aggiunge un elemento diretto a una crisi che Roma non può più osservare soltanto da lontano.
La vicenda sarà seguita con particolare attenzione nelle prossime ore, mentre la Farnesina verifica la situazione e Washington prepara la missione di Kushner.
Nel frattempo, tra Cisgiordania, Gaza e Stretto di Hormuz, il Medio Oriente continua a muoversi lungo una linea sempre più sottile tra pressione diplomatica ed escalation militare.
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