9:05 am, 14 Agosto 26 calendario

Puntura di calabrone, cosa fare subito per evitare l’anafilassi

Di: Francis Rosewell
🌐 Puntura di calabrone e shock anafilattico: riconoscere subito i sintomi è decisivo. L’allergologa Antonella Muraro spiega cosa fare nei primi minuti,   e perché non bisogna aspettare una diagnosi di allergia.

Una puntura di calabrone può sembrare, all’inizio, un incidente domestico o una conseguenza spiacevole di una giornata trascorsa in giardino. In alcuni casi, però, pochi minuti possono fare la differenza tra una reazione locale e un’emergenza potenzialmente mortale.

È il drammatico significato della morte di Manuel Mongini, naturalista di 74 anni deceduto dopo essere stato punto da un calabrone mentre lavorava nell’orto della sua abitazione a Soriso, nel Novarese. Secondo le informazioni riportate sul caso, l’uomo ha sviluppato rapidamente uno shock anafilattico, perdendo conoscenza nel giro di pochi minuti.

L’episodio riporta l’attenzione su un rischio spesso sottovalutato durante i mesi caldi: quello delle reazioni allergiche al veleno di api, vespe e calabroni, tutti appartenenti agli imenotteri.

Secondo i dati richiamati dagli specialisti, in Italia si registrano ogni anno da 5 a 20 decessi associati alle punture di questi insetti, anche se il numero potrebbe essere sottostimato perché non esiste una sorveglianza nazionale completa di tutti gli episodi di anafilassi. Il dato è stato riportato anche dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

Il messaggio dell’allergologa Antonella Muraro, professoressa del Centro di riferimento regionale per le Allergie alimentari dell’Azienda ospedale-università di Padova e coordinatrice delle linee guida europee EAACI sull’anafilassi e sull’immunoterapia al veleno di imenotteri, è particolarmente importante: non bisogna aspettare di avere una diagnosi di allergia per imparare a riconoscere i segnali di pericolo.

Puntura di calabrone: quando diventa un’emergenza

Non ogni puntura di calabrone provoca una reazione allergica grave.

Dolore, bruciore, arrossamento e gonfiore limitati alla zona della puntura sono generalmente fenomeni locali. Il problema nasce quando la risposta dell’organismo diventa sistemica, cioè coinvolge organi e apparati diversi dal punto in cui l’insetto ha inoculato il veleno.

L’anafilassi è una reazione allergica grave, a rapida insorgenza, che può compromettere contemporaneamente cute, apparato respiratorio, sistema cardiovascolare e apparato gastrointestinale. Può quindi evolvere rapidamente verso una condizione che mette in pericolo la vita.

I segnali da non sottovalutare comprendono:

  • orticaria diffusa e prurito generalizzato;
  • gonfiore di labbra, lingua, volto o gola;
  • difficoltà a respirare, respiro sibilante o senso di costrizione al petto;
  • difficoltà a parlare o deglutire;
  • capogiri, debolezza improvvisa o sensazione di svenimento;
  • pallore, sudorazione e alterazioni della pressione;
  • nausea, vomito o dolore addominale associati ad altri sintomi;
  • perdita di coscienza.

Un elemento fondamentale è la rapidità. Le reazioni anafilattiche possono comparire nel giro di pochi minuti dopo la puntura. Per questo aspettare per vedere “come evolve” una situazione sospetta può essere pericoloso.

Non aspettare che compaia tutto l’elenco dei sintomi

Uno degli errori più rischiosi consiste nel pensare che l’anafilassi sia riconoscibile soltanto quando una persona presenta contemporaneamente orticaria, gonfiore e difficoltà respiratoria.

Non è così.

Le manifestazioni possono essere diverse da persona a persona e i sintomi cutanei non sono necessariamente presenti. Una compromissione delle vie respiratorie o della circolazione dopo una puntura di imenottero deve essere considerata un’emergenza anche in assenza di un’orticaria evidente.

Per questo il riconoscimento clinico deve precedere, quando necessario, gli eventuali accertamenti allergologici. Le linee guida EAACI raccomandano infatti di riconoscere l’anafilassi attraverso criteri clinici e di utilizzare tempestivamente l’adrenalina intramuscolare come trattamento di prima linea.

Cosa fare subito dopo una puntura di calabrone

La prima cosa da fare è allontanarsi dall’area in cui si trova l’insetto, per evitare una seconda puntura.

Se si tratta di un’ape e il pungiglione è rimasto nella pelle, va rimosso rapidamente. Api, vespe e calabroni, però, non si comportano nello stesso modo: le api possono lasciare il pungiglione, mentre vespe e calabroni generalmente possono pungere più volte.

Se il pungiglione dell’ape è visibile, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù raccomanda di rimuoverlo immediatamente con un movimento rapido; successivamente si può applicare del freddo localmente per contenere dolore e gonfiore.

Ma c’è una distinzione decisiva: la gestione della zona della puntura non deve far perdere tempo se stanno comparendo sintomi generalizzati.

In presenza di difficoltà respiratoria, gonfiore della gola, alterazioni della coscienza, vertigini importanti o altri segnali compatibili con anafilassi, la priorità non è occuparsi del gonfiore locale.

La priorità è attivare immediatamente i soccorsi e somministrare adrenalina quando disponibile e prescritta per la persona.

Adrenalina: il farmaco che può salvare la vita

Il punto più importante indicato dalle linee guida è chiaro: l’adrenalina è il trattamento di prima scelta dell’anafilassi.

L’EAACI raccomanda la somministrazione tempestiva di adrenalina per via intramuscolare e prevede l’utilizzo dell’autoiniettore nella comunità per le persone a rischio. Anche le linee guida dell’European Resuscitation Council pubblicate nel 2025 indicano l’adrenalina intramuscolare nella coscia come trattamento immediato dell’anafilassi.

Questo significa che, per una persona alla quale sia stato prescritto un autoiniettore di adrenalina, sapere dove si trova e come utilizzarlo può essere determinante.

Il Ministero della Salute sottolinea inoltre che, in caso di reazione anafilattica, deve essere sempre attivato il 112.

L’adrenalina non va quindi considerata come una terapia “da provare se gli altri rimedi non funzionano”. Nell’anafilassi è il farmaco salvavita da utilizzare tempestivamente.

Perché antistaminici e cortisone non bastano

Un altro equivoco frequente riguarda antistaminici e cortisonici.

Possono avere un ruolo nella gestione di alcune manifestazioni allergiche, ma non sostituiscono l’adrenalina nell’anafilassi. Il motivo è anche temporale: la loro azione non è sufficientemente rapida per affrontare una compromissione acuta delle vie respiratorie o della circolazione.

Il Ministero della Salute chiarisce che cortisone e antistaminici non sono i farmaci di elezione per contrastare l’anafilassi proprio perché la loro azione è meno rapida rispetto a quella dell’adrenalina.

Per chi assiste una persona colpita da una reazione grave, quindi, non bisogna perdere minuti preziosi cercando prima un antistaminico o un cortisonico.

Come comportarsi mentre arrivano i soccorsi

Dopo aver attivato il 112 e, se indicato, utilizzato l’autoiniettore di adrenalina, la persona deve essere mantenuta in una posizione adeguata alle sue condizioni.

In generale, in presenza di sintomi circolatori e sensazione di svenimento, non bisogna farla alzare o camminare. Il Ministero della Salute raccomanda di mantenere la persona sdraiata, con le gambe sollevate quando appropriato, proprio per evitare un ulteriore peggioramento della pressione.

Se invece la difficoltà respiratoria rende più confortevole una diversa posizione, occorre assecondare le necessità respiratorie evitando comunque che la persona si alzi improvvisamente.

Se perde conoscenza e non respira normalmente, chi è presente deve seguire le indicazioni dell’operatore del 112 e, se formato, iniziare le manovre di rianimazione.

La raccomandazione fondamentale resta una: non lasciare sola la persona e non sottovalutare un miglioramento temporaneo dei sintomi.

Anche chi non è mai stato allergico può avere una reazione grave

È forse uno degli aspetti meno intuitivi dell’anafilassi.

Si potrebbe pensare che il rischio riguardi esclusivamente chi sa già di essere allergico agli imenotteri. In realtà, una parte delle reazioni fatali si verifica in persone che non avevano mai avuto in precedenza episodi allergici generalizzati.

Questo rende impossibile basarsi soltanto sulla propria storia personale per decidere se una puntura sia pericolosa.

Una persona che non ha mai avuto problemi con api o vespe non dovrebbe quindi ignorare sintomi sistemici comparsi dopo una nuova puntura. La prudenza è particolarmente importante quando la reazione evolve rapidamente.

Puntura di ape, vespa o calabrone: non sono tutti uguali

Nel linguaggio comune si tende a parlare genericamente di “puntura d’insetto”, ma dal punto di vista allergologico è importante distinguere gli imenotteri.

Api, vespe e calabroni appartengono allo stesso grande gruppo, ma i loro veleni non sono identici.

La maggior parte delle reazioni sistemiche da puntura di imenotteri in Europa è associata soprattutto alle vespe, mentre le api rappresentano un’altra importante causa. I calabroni sono meno frequentemente responsabili di reazioni sistemiche, ma possono comunque provocare anafilassi potenzialmente fatale.

In altre parole, il fatto che una persona sia stata punta da un calabrone e non da un’ape non rende automaticamente la situazione meno grave.

Dopo una reazione importante serve l’allergologo

Una persona che ha avuto una reazione sistemica dopo una puntura dovrebbe essere indirizzata a una valutazione specialistica.

L’obiettivo non è soltanto capire se esista un’allergia al veleno, ma valutare il rischio di una nuova reazione e costruire un piano di emergenza personalizzato.

La valutazione allergologica può portare, nei pazienti appropriati, alla prescrizione di un autoiniettore di adrenalina e all’indicazione di portarlo sempre con sé. Ma c’è un passaggio ancora più importante: nei soggetti con allergia al veleno di imenotteri e reazioni sistemiche significative, può essere indicata l’immunoterapia con veleno, una terapia specifica che riduce il rischio di nuove reazioni sistemiche in caso di future punture. Le linee guida EAACI la considerano il trattamento capace di prevenire ulteriori reazioni sistemiche nei pazienti con allergia al veleno e indicazione clinica.

Non è quindi corretto considerare l’episodio come un incidente isolato da dimenticare una volta scomparso il gonfiore.

La prevenzione comincia anche in giardino

Il caso di Soriso dimostra quanto sia difficile eliminare completamente il rischio. Chi lavora in giardino, soprattutto nei mesi caldi, può trovarsi improvvisamente vicino a nidi, alveari o insetti attratti da cibo e bevande.

Alcune precauzioni possono però ridurre la probabilità di una puntura.

Durante le attività all’aperto è consigliabile prestare attenzione a cibi e bevande dolci, tenere i contenitori coperti e non bere direttamente da lattine o bottiglie lasciate aperte. Anche profumi molto intensi possono attirare alcuni insetti.

Quando si lavora tra vegetazione, siepi o alberi, è prudente utilizzare un abbigliamento che protegga maggiormente la pelle e non tentare di colpire o scacciare violentemente un insetto che si avvicina.

Il rischio aumenta soprattutto quando si disturbano accidentalmente nidi o colonie.

Il punto decisivo: riconoscere l’anafilassi prima che sia troppo tardi

La storia di Manuel Mongini porta con sé una lezione che va oltre il singolo episodio.

Una puntura di calabrone può diventare un’emergenza nel giro di pochi minuti anche in una persona che non sapeva di essere allergica. Per questo conoscere i sintomi dell’anafilassi è una forma concreta di prevenzione.

La sequenza da ricordare è semplice: allontanarsi dall’insetto, valutare rapidamente i sintomi, chiamare il 112 se compaiono segnali di reazione sistemica e, per chi ne dispone perché prescritto, utilizzare tempestivamente l’autoiniettore di adrenalina secondo le istruzioni ricevute.

Non bisogna aspettare che la situazione diventi drammatica, né attendere una diagnosi allergologica per prendere sul serio i primi segnali di allarme.

Difficoltà respiratoria, gonfiore della gola, svenimento o segni di compromissione circolatoria dopo una puntura sono un’emergenza medica.

Il trattamento specialistico viene dopo, quando la fase acuta è stata superata. Ed è proprio allora che l’allergologo può stabilire se esiste un’allergia al veleno di imenotteri, quanto sia elevato il rischio futuro e se sia indicata l’immunoterapia.

Perché l’obiettivo non è soltanto intervenire quando una puntura ha già provocato una reazione grave. È arrivare alla prossima puntura, se mai dovesse accadere, molto più preparati.

14 Agosto 2026 ( modificato il 12 Agosto 2026 | 21:12 )
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