Nucleare in Italia, prime centrali nel 2033-2034: e le scorie?
🌐 Nucleare in Italia, centrali nucleari, SMR, scorie radioattive e Deposito nazionale: dopo il via libera definitivo alla legge delega, il Paese riapre il dossier sull’atomo. Il governo indica il 2033-2034 come possibile orizzonte per le prime centrali, ma restano da definire siti, tecnologie, autorizzazioni e soprattutto la destinazione definitiva dei rifiuti radioattivi.
Il ritorno del nucleare in Italia entra in una fase nuova. Non perché siano già iniziati i lavori per una centrale, ma perché il Parlamento ha completato l’iter della legge delega sul nucleare sostenibile, approvata definitivamente dal Senato il 23 settembre 2026. Il provvedimento costruisce il quadro normativo necessario per disciplinare un eventuale nuovo ciclo nucleare italiano, dalla scelta delle tecnologie alla sicurezza, dalla costruzione degli impianti alla gestione dei rifiuti radioattivi.

Il passaggio è rilevante anche per un altro motivo: per la prima volta dopo decenni il calendario torna a essere una questione concreta. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile data per l’entrata in funzione delle prime centrali. Si tratta però di una stima politica e tecnica, non di una scadenza fissata dalla legge. Prima di arrivare all’elettricità prodotta da nuovi reattori bisogna infatti completare una lunga sequenza di passaggi normativi, industriali e autorizzativi.
Nucleare in Italia, cosa è stato approvato davvero
Il voto del Senato ha chiuso l’iter parlamentare della legge delega con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Il testo era già stato approvato dalla Camera nel giugno scorso.
Il punto centrale è che la legge non autorizza automaticamente la costruzione di una centrale. Affida invece al governo il compito di predisporre una disciplina organica per l’intero ciclo di vita dell’energia nucleare.
Il perimetro comprende autorizzazioni, realizzazione ed esercizio degli impianti, sicurezza, vigilanza, gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, disattivazione delle centrali e ricerca. Sono previste inoltre disposizioni sulla produzione di idrogeno collegata all’energia nucleare.
Il governo dispone di 12 mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti legislativi previsti dalla delega; il percorso comprende anche la possibilità di successivi interventi correttivi.
Questo significa che il calendario del 2033-2034 deve essere letto come un obiettivo indicato dall’esecutivo, non come la data certa in cui una nuova centrale italiana comincerà a produrre elettricità.
Prime centrali nel 2033-2034: perché la data è ancora da verificare
La tempistica è uno degli aspetti più delicati del nuovo programma.
Per costruire una centrale nucleare non basta individuare un’area. Servono una tecnologia disponibile e autorizzabile, un sito compatibile, valutazioni ambientali e di sicurezza, un modello industriale e finanziario, le autorizzazioni e la successiva realizzazione dell’impianto.
Il progetto italiano guarda in particolare alle nuove generazioni di reattori, inclusi gli SMR, Small Modular Reactor, e agli AMR, Advanced Modular Reactor. La legge mantiene però un principio di neutralità tecnologica: non viene indicato un unico modello di reattore come soluzione obbligatoria.
Gli SMR sono reattori più piccoli rispetto alle grandi centrali convenzionali e sono concepiti, a seconda dei progetti, per una produzione maggiormente standardizzata e modulare. Il problema è che molte delle tecnologie oggi considerate per il futuro nucleare europeo sono ancora in fase di sviluppo, certificazione o prima industrializzazione.

Di conseguenza, 2033-2034 rappresenta un orizzonte ambizioso che dipende dalla maturazione delle tecnologie, dalle decisioni industriali e dall’intero iter autorizzativo.
Un elemento concreto, intanto, arriva dal settore europeo. EDF ha annunciato un programma per realizzare dieci piccoli reattori nell’Unione europea entro il 2035, con il primo previsto in Francia e un altro destinato all’Italia nell’ambito di una possibile filiera che coinvolge anche imprese italiane.
Dove sorgeranno le nuove centrali nucleari?
La risposta, oggi, è semplice: non è ancora stato deciso.
La legge delega non indica una lista di località nelle quali costruire le nuove centrali e non trasforma automaticamente gli ex siti nucleari in aree destinate a ospitare nuovi reattori. Saranno necessari criteri tecnici, ambientali, territoriali e di sicurezza prima di arrivare alla scelta di un sito.
Questo lascia aperta anche la questione degli impianti storici.
L’Italia ha avuto quattro centrali nucleari: Trino, Caorso, Latina e Garigliano. Oggi sono tutte in fase di dismissione. La centrale di Caorso, per esempio, è sottoposta a un articolato programma di decommissioning e gestione temporanea dei rifiuti prodotti dallo smantellamento.
Il fatto che esistano già infrastrutture nucleari in questi territori non significa quindi che siano automaticamente candidati per le future centrali.
Il vero nodo: dove finiranno le scorie nucleari?
È probabilmente la domanda più concreta dell’intero progetto.
L’Italia non ha ancora individuato il sito definitivo del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.
La nuova legge prevede che il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica proceda all’individuazione del Deposito nazionale entro un anno dall’entrata in vigore della legge, secondo quanto stabilito dal testo approvato dal Parlamento.
Il deposito non sarebbe destinato soltanto alle eventuali future centrali. L’Italia deve infatti gestire anche i rifiuti radioattivi già prodotti dalle attività nucleari del passato, dalla ricerca e da applicazioni industriali e sanitarie.
Attualmente i materiali provenienti dalle vecchie centrali e dagli altri impianti vengono gestiti attraverso strutture temporanee e siti distribuiti sul territorio nazionale. Il Deposito nazionale dovrebbe concentrare la sistemazione definitiva dei rifiuti a molto bassa e bassa attività, mentre quelli a media e alta attività sarebbero destinati allo stoccaggio temporaneo in attesa della soluzione geologica definitiva.
È una distinzione fondamentale perché spesso il termine “scorie” viene utilizzato per indicare materiali molto diversi tra loro.

Il Deposito nazionale: 67 aree potenzialmente idonee
Il percorso per arrivare al deposito non parte da zero.
La proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI) ha individuato 67 aree che, sulla base dei criteri tecnici adottati, possono essere sottoposte alle successive verifiche per la localizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico. Una di queste dovrà essere scelta come sito definitivo, ma l’elenco delle aree potenzialmente idonee non equivale alla decisione finale.
La procedura prevede ulteriori valutazioni ambientali, approfondimenti tecnici e un confronto con Regioni ed enti locali. Dopo l’approvazione della Carta nazionale delle aree idonee, sono previste anche manifestazioni d’interesse volontarie e non vincolanti da parte dei territori interessati.
Il meccanismo rende evidente quanto sia complessa la scelta.
Non basta infatti stabilire che un’area rispetta determinati parametri. Entrano in gioco sicurezza geologica, caratteristiche ambientali, infrastrutture, collegamenti, caratteristiche socio-territoriali e consenso istituzionale.
Quanto tempo servirà per costruire il Deposito nazionale?
Anche in questo caso esiste un percorso già delineato.
Secondo la programmazione pubblicata per il Deposito nazionale e Parco tecnologico, dopo l’individuazione definitiva dell’area sono previsti circa quattro anni per la costruzione, seguiti da circa due anni per collaudi e licenze di esercizio.
Il dato aiuta a capire perché la questione delle scorie non può essere separata dal ritorno del nucleare.
L’Italia deve infatti risolvere la gestione dei rifiuti radioattivi già esistenti mentre discute dell’eventuale produzione di nuovi rifiuti derivanti dalle future centrali.
Cosa succede alle scorie delle vecchie centrali
Il problema è già presente, indipendentemente dal ritorno o meno dell’energia nucleare.
Le quattro centrali italiane dismesse e gli altri impianti del ciclo del combustibile hanno generato rifiuti che oggi vengono trattati, condizionati e custoditi in strutture temporanee.
Nel caso di Caorso, per esempio, le attività di decommissioning prevedono specifiche strutture di deposito provvisorio all’interno del sito. Il rilascio definitivo dell’area resta collegato alla disponibilità di un sistema nazionale per la sistemazione dei rifiuti radioattivi.
Il Deposito nazionale avrebbe quindi una funzione che va oltre il nuovo programma nucleare: chiudere una partita aperta da decenni e creare una struttura centralizzata per la gestione dei rifiuti radioattivi che oggi sono distribuiti in più siti.

Le scorie ad alta attività richiedono una soluzione diversa
C’è poi un secondo livello del problema.
Il progetto del Deposito nazionale prevede lo smaltimento definitivo dei rifiuti a molto bassa e bassa attività e lo stoccaggio temporaneo di quelli a media e alta attività. Per questi ultimi la prospettiva indicata è quella di un successivo trasferimento in un deposito geologico idoneo, destinato alla sistemazione definitiva.
Questo significa che parlare semplicemente di “deposito delle scorie” rischia di semplificare eccessivamente una questione che comprende categorie di rifiuti differenti e soluzioni tecnologiche differenti.
Per l’Italia, inoltre, la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti derivanti dal passato programma nucleare è già una questione internazionale: parte del combustibile italiano è stata inviata all’estero per il riprocessamento, con il successivo rientro dei materiali condizionati previsto dagli accordi.
Nucleare italiano, il calendario dei prossimi anni
Il percorso può essere sintetizzato in una sequenza precisa.
Primo passaggio: la legge delega appena approvata deve entrare in vigore e il governo dovrà completare la disciplina attuativa.
Secondo passaggio: dovranno essere definite le regole per autorizzazioni, sicurezza, vigilanza, gestione dei rifiuti e individuazione dei siti.
Terzo passaggio: si dovranno trasformare le intenzioni industriali in progetti concreti, individuando tecnologie, operatori, finanziamenti e aree compatibili.
Quarto passaggio: parallelamente dovrà avanzare il procedimento per il Deposito nazionale.
Quinto passaggio: soltanto dopo questo insieme di procedure sarà possibile arrivare alla costruzione dei nuovi impianti.
L’obiettivo indicato dal governo resta quello di avere le prime centrali operative tra il 2033 e il 2034.
La partita dell’atomo riparte, ma il calendario è ancora aperto
Il dato più importante, oggi, è distinguere ciò che è già avvenuto da ciò che deve ancora accadere.
È legge la delega sul nucleare sostenibile. Non sono invece ancora state costruite nuove centrali, non sono stati definiti i siti dei futuri impianti e non è stato individuato il luogo definitivo del Deposito nazionale.
Il governo ha indicato il 2033-2034 come possibile traguardo per le prime centrali, mentre sul fronte delle scorie il Parlamento ha inserito un termine di un anno dall’entrata in vigore della legge per arrivare all’individuazione del Deposito nazionale.
La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi trasformare un quadro legislativo in un sistema industriale completo: centrali, sicurezza, autorizzazioni, rete elettrica, combustibile, rifiuti e smantellamento dovranno essere affrontati come parti dello stesso ciclo.
E soprattutto, alla domanda “dove finiranno le scorie?”, oggi la risposta non è ancora il nome di un Comune: il sito definitivo del Deposito nazionale deve ancora essere scelto.
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