Natalia Potenza, la donna che ora può cambiare la storia di Lavitola
Natalia Potenza, da compagna di Lavitola a possibile testimone
Per capire perché il nome di Natalia Potenza sia improvvisamente diventato importante nell’inchiesta che coinvolge Valter Lavitola bisogna tornare indietro di quasi quindici anni.
Non alla bomba contro Sigfrido Ranucci.
Non alle intercettazioni.
Non alle versioni fornite dall’ex faccendiere davanti ai magistrati.
Bisogna tornare a Buenos Aires, nell’autunno del 2011.
È lì che Potenza, argentina nata nella capitale il 9 maggio 1979, avrebbe conosciuto Lavitola mentre lui si trovava in Argentina da latitante. Secondo la ricostruzione pubblicata da Repubblica, lei aveva 32 anni e decise di seguirlo anche quando il rapporto con la giustizia italiana riportò Lavitola in Europa.
Quando Lavitola rientrò in Italia il 16 aprile 2012 per costituirsi, Natalia era ormai entrata stabilmente nella sua vita.
Da quel momento sarebbero arrivati una famiglia, due figli e un’attività costruita insieme, ma anche anni segnati dalle vicende giudiziarie che hanno accompagnato la figura di Lavitola.
Ora quella storia sembra essere arrivata al punto di rottura.
E la donna che per anni è rimasta al suo fianco potrebbe presto essere ascoltata dai magistrati.

L’incontro a Buenos Aires e il ritorno in Italia
La loro relazione nasce in un momento particolarmente delicato della vita di Lavitola.
Il giornalista e imprenditore era allora al centro di vicende giudiziarie e si trovava fuori dall’Italia. Potenza, secondo le ricostruzioni giornalistiche, non sarebbe rimasta una presenza marginale.
Avrebbe messo a disposizione anche parte dei propri beni, arrivando a vendere due abitazioni in Argentina per sostenere la vita comune.
Poi il trasferimento in Italia.
Roma.
Monteverde.
Una casa.
I figli.
E un’attività destinata a diventare una parte importante della loro quotidianità: il Bistrot Cefalù.
È una storia che, osservata oggi, assume un significato completamente diverso.
Per anni Natalia Potenza non è stata semplicemente “la compagna di Lavitola”.
Ha costruito una propria vita professionale.
Ed è proprio questo elemento a rendere più complesso il nuovo capitolo della vicenda.
Il Cefalù e la vita professionale di Natalia
Dietro il ristorante di Monteverde c’è infatti anche il lavoro di Potenza.
Secondo Repubblica, la donna è stata amministratrice unica della cooperativa Cefalù dalla costituzione nel 2017 e successivamente presidente del consiglio di amministrazione. Nell’agosto 2023 avrebbe inoltre costituito la società Baires, sottoscrivendone l’intero capitale, società che oggi gestisce l’attività del bistrot. Nel 2025 Baires avrebbe registrato ricavi superiori ai 757 mila euro.
Questo dettaglio è importante perché sposta la prospettiva.
La rottura con Lavitola non riguarda soltanto una relazione sentimentale.
Riguarda anche una casa, due figli e un’attività economica.
Ed è proprio sulla protezione di questi elementi che Potenza avrebbe concentrato la propria decisione di prendere le distanze.
Il 26 agosto, secondo quanto riportato dalla stampa, si sarebbe presentata alla stazione dei carabinieri Gianicolense per formalizzare la propria posizione: non avrebbe più voluto Lavitola nella casa familiare e avrebbe revocato anche la disponibilità a farlo lavorare al Cefalù nel caso di una misura alternativa alla detenzione.
Una decisione privata che, nel giro di pochi giorni, è diventata anche un elemento della vicenda giudiziaria.

La scoperta di un’altra relazione
La frattura, secondo le ricostruzioni pubblicate in questi giorni, non sarebbe stata provocata direttamente dall’inchiesta sulla bomba contro Ranucci.
A far precipitare il rapporto sarebbe stata soprattutto la scoperta di un’altra relazione.
Ad agosto Adriana Linhares de Lucena, una donna brasiliana, ha raccontato pubblicamente di essere la compagna di Lavitola. Secondo quanto riportato dalla stampa, la relazione sarebbe iniziata nel febbraio 2026.
Potenza avrebbe scoperto così che mentre lei continuava a condividere con Lavitola casa, figli e attività, nella vita dell’uomo esisteva un’altra relazione.
Una scoperta che avrebbe fatto saltare un equilibrio già fragile.
Repubblica riferisce che in passato Potenza avrebbe già perdonato a Lavitola un’altra relazione. Questa volta, però, avrebbe deciso di non ricucire.
E la frase attribuita alla donna restituisce la dimensione personale dello strappo: «È come se avessi avuto accanto per quasi dieci anni uno sconosciuto».
«Non lo voglio più in casa»
Il passaggio più netto è arrivato nei giorni scorsi.
Potenza ha fatto sapere di non voler più consentire a Lavitola di tornare nell’abitazione familiare nemmeno nell’eventualità che il tribunale concedesse gli arresti domiciliari.
Una posizione che ha un peso concreto perché Lavitola, detenuto nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato a Ranucci, è impegnato in una battaglia giudiziaria per ottenere una misura meno afflittiva.
La questione dell’abitazione è diventata quindi anche un problema giudiziario.
I legali di Lavitola stanno cercando una soluzione per i domiciliari, mentre gli investigatori sarebbero pronti ad ascoltare Potenza.
Ma ciò che potrebbe interessare maggiormente gli inquirenti non sarebbe soltanto la questione della casa.
Potenza potrebbe infatti conoscere rapporti, frequentazioni, attività e confidenze maturate durante gli anni trascorsi accanto a Lavitola.
Questo non significa che ogni sua eventuale dichiarazione abbia automaticamente valore probatorio.
Significa che, per la sua posizione personale, potrebbe conoscere aspetti della vita dell’ex compagno che altri testimoni non conoscono.

Cosa potrebbe raccontare ai magistrati
Qui è necessario procedere con cautela.
Non esiste, allo stato delle informazioni pubbliche, una deposizione completa di Natalia Potenza che consenta di sapere quali elementi consegnerà effettivamente agli investigatori.
Le ricostruzioni giornalistiche parlano di una possibile memoria e di una deposizione.
Repubblica riferisce che i carabinieri sarebbero pronti a sentirla e che Potenza potrebbe parlare non tanto dell’attentato a Ranucci — vicenda sulla quale Lavitola avrebbe già ammesso di aver commissionato l’azione — quanto di altri aspetti della sua vita e delle sue relazioni.
Questo è il punto più delicato.
Non bisogna trasformare una possibile testimonianza in una verità già acquisita.
Potenza può essere una persona informata sui fatti.
Può avere informazioni utili.
Può raccontare ciò che ha visto o sentito.
Ma saranno poi gli investigatori e la magistratura a valutare attendibilità, riscontri e rilevanza delle eventuali dichiarazioni.
L’inchiesta sulla bomba a Ranucci
Il contesto nel quale arriva questa possibile testimonianza è particolarmente pesante.
Lavitola è detenuto nell’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report.
Secondo quanto riportato nelle ultime settimane, Lavitola avrebbe ammesso di essere il mandante dell’azione, sostenendo però una ricostruzione nella quale l’obiettivo sarebbe stato quello di realizzare un attentato dimostrativo finalizzato a rafforzare la protezione del giornalista.
Una versione che i magistrati non avrebbero ritenuto sufficiente e sulla quale la difesa è tornata a lavorare in vista del Riesame.
Il quadro resta quindi giudiziario e, soprattutto, in evoluzione.
Le responsabilità definitive dovranno essere accertate nelle sedi competenti.
Ma proprio mentre Lavitola cerca di convincere i giudici a modificare la misura cautelare, l’ex compagna sembra prepararsi a raccontare la propria versione.

Una donna che dice di voler difendere i figli
C’è poi un aspetto che rischia di essere oscurato dalla dimensione giudiziaria.
Natalia Potenza è madre di due figli avuti con Lavitola.
E nelle dichiarazioni riportate dalla stampa il tema dei bambini ritorna insieme a quello del lavoro.
«Voglio difendere i miei figli e il mio lavoro» è il senso della posizione attribuita alla donna.
È una prospettiva molto diversa da quella di chi osserva la vicenda dall’esterno.
Per i giornali c’è un caso giudiziario.
Per i magistrati ci sono atti, testimonianze, intercettazioni e responsabilità da accertare.
Per Lavitola c’è una battaglia per la libertà personale.
Per Potenza, invece, c’è anche la necessità di proteggere una famiglia e un’attività professionale da una vicenda che rischia di travolgere ogni cosa.
Quindici anni dopo, la porta si chiude
La parabola è quasi cinematografica.
Una donna argentina incontra un uomo italiano a Buenos Aires quando lui è lontano dal proprio Paese.
Decide di seguirlo.
Lo accompagna nel rientro in Italia.
Condivide con lui arresti, processi e difficoltà.
Costruisce una famiglia.
Costruisce un lavoro.
Gli resta accanto per anni.
Poi scopre che nella vita di quell’uomo c’è un’altra donna.
E decide di chiudere la porta.
Ma proprio quando la porta della casa si chiude, potrebbe aprirsi quella della procura.
È questo il paradosso della vicenda di Natalia Potenza.
La persona che per anni è rimasta più vicina a Lavitola potrebbe ora diventare una delle voci che gli investigatori vogliono ascoltare.
Non necessariamente per raccontare l’attentato.
Non necessariamente per accusarlo.
Ma per ricostruire un pezzo di vita che, fino a oggi, è rimasto soprattutto privato.

La storia non è ancora arrivata all’ultima pagina
Il prossimo passaggio sarà capire cosa Potenza deciderà realmente di dire ai magistrati e quali elementi, eventualmente, potranno essere verificati.
Il suo ruolo non deve essere anticipato.
Né trasformato in quello di una “testimone chiave” prima che abbia effettivamente reso dichiarazioni e prima che gli investigatori ne abbiano valutato il contenuto.
Ma il suo ingresso nella vicenda è comunque significativo.
Perché conosce Lavitola da prima dei processi più recenti, prima dell’attuale detenzione e prima che la vicenda Ranucci esplodesse.
Conosce la persona privata oltre il personaggio pubblico.
Conosce la famiglia.
Conosce il lavoro.
Conosce gli anni trascorsi insieme.
E ora ha deciso di prendere le distanze.
Non sappiamo ancora quanto questa decisione cambierà l’inchiesta.
Sappiamo però che il silenzio è finito.
Per quasi quindici anni Natalia Potenza è rimasta accanto a Valter Lavitola.
Adesso, mentre lui cerca una strada per uscire dal carcere e affrontare il Riesame, lei sembra aver scelto una strada diversa: quella di proteggere ciò che resta della propria vita e raccontare ai magistrati ciò che ritiene di dover raccontare.
E questa volta, la sua voce potrebbe essere ascoltata molto più lontano dalle mura di casa.
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