È morto Enzo Bianchi, addio al fondatore della Comunità di Bose
🌐 Enzo Bianchi è morto a 83 anni alle Molinette di Torino. Fondatore della Comunità di Bose, biblista, scrittore e protagonista del dialogo ecumenico, lascia una storia segnata da oltre mezzo secolo di ricerca spirituale, ma anche dalla dolorosa rottura con la comunità che aveva creato.
È morto Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e una delle figure più riconoscibili della spiritualità cristiana italiana degli ultimi decenni. Aveva 83 anni e si è spento nella mattina di martedì 1° settembre all’ospedale Molinette di Torino, dove era stato ricoverato dopo l’aggravarsi delle sue condizioni di salute.
La notizia chiude una vicenda umana e spirituale lunga più di mezzo secolo. Una vicenda nella quale convivono la scelta radicale della vita monastica, l’apertura al dialogo tra confessioni cristiane, l’impegno culturale e la frattura con Bose, culminata nel provvedimento della Santa Sede del 2020.
Ma la sua storia non si esaurisce nell’ultimo capitolo, quello più doloroso. Negli ultimi anni Bianchi aveva infatti provato a trasformare l’esilio in un nuovo inizio, fondando la Fraternità monastica Casa della Madia, vicino ad Albiano d’Ivrea

Enzo Bianchi, dalle colline piemontesi alla Comunità di Bose
Enzo Bianchi era nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano. Dopo gli studi in ragioneria aveva iniziato Economia all’Università di Torino, ma la sua vita avrebbe presto preso una direzione completamente diversa.
Nel 1965 arrivò a Bose, una piccola località nel territorio di Magnano, nel Biellese. Era un luogo appartato, lontano dai grandi centri, ma destinato a diventare uno dei punti di riferimento più originali del cristianesimo italiano contemporaneo.
Bianchi iniziò vivendo in solitudine, in una casa semplice. Il progetto non nasceva però dall’idea di costruire una realtà separata dal mondo. Al contrario, l’intuizione era quella di recuperare la radicalità della vita monastica aprendola alla contemporaneità.
Nel corso degli anni arrivarono altri uomini e donne. Cattolici e appartenenti ad altre confessioni cristiane cominciarono a condividere preghiera, lavoro, studio e vita quotidiana.
Era una scelta innovativa, soprattutto nell’Italia degli anni Sessanta. Bose diventò così un laboratorio di ecumenismo vissuto, non soltanto discusso nei convegni o nei documenti ecclesiali.
La comunità si sviluppò progressivamente e Bianchi ne divenne il primo priore. La sua figura finì per andare ben oltre i confini del monastero.
Il monaco che portò la Bibbia nel dibattito pubblico
Uno degli elementi più importanti dell’eredità di Bianchi è il rapporto con la Sacra Scrittura.
Biblista, autore di numerosi libri e conferenziere, trasformò la riflessione sulla Bibbia in uno strumento per interrogare la società contemporanea. Non si rivolse soltanto ai credenti praticanti. Parlava anche a chi si trovava ai margini della Chiesa, agli agnostici, agli intellettuali e a quanti cercavano un linguaggio spirituale capace di confrontarsi con la modernità.
La sua produzione editoriale fu enorme. Bianchi fu inoltre tra i fondatori delle Edizioni Qiqajon, nate nell’ambito della Comunità di Bose e diventate negli anni un punto di riferimento per testi di spiritualità, teologia, monachesimo e tradizione cristiana.
Il suo stile era riconoscibile: una parola spesso semplice, ma capace di affrontare questioni complesse come la fede, la solitudine, la morte, il rapporto con l’altro, la crisi delle istituzioni religiose e il futuro del cristianesimo in Europa.
Per questo, nel tempo, Bianchi divenne una presenza abituale anche nel dibattito culturale italiano.

Il rapporto con il Vaticano e Papa Francesco
La sua autorevolezza crebbe anche all’interno della Chiesa. Bianchi partecipò come esperto a importanti assemblee del Sinodo dei vescovi e nel 2014 fu nominato consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
Papa Francesco lo volle inoltre tra gli uditori al Sinodo sui giovani del 2018, confermando il peso che il suo pensiero aveva assunto nel panorama ecclesiale.
Tra Bianchi e Francesco ci fu un rapporto personale caratterizzato da attenzione e stima. Proprio per questo, gli sviluppi successivi della vicenda di Bose apparvero ancora più dolorosi.
Nel frattempo, infatti, all’interno della comunità erano emerse tensioni riguardanti il governo, l’esercizio dell’autorità e il clima della vita fraterna.
La questione non riguardava soltanto il passato di Bianchi. Il problema centrale era anche come accompagnare il passaggio generazionale e istituzionale di una comunità cresciuta intorno alla personalità del suo fondatore.
Il passaggio di consegne e la crisi di Bose
Nel gennaio 2017 Bianchi lasciò l’incarico di priore. Alla guida della comunità arrivò Luciano Manicardi, segnando formalmente il passaggio a una nuova fase.
Bianchi, però, rimaneva una presenza fortissima nella storia e nell’identità di Bose. Il rapporto tra il fondatore e la comunità avrebbe continuato a essere uno dei nodi più delicati.
Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 la Santa Sede dispose una visita apostolica per approfondire la situazione interna. L’indagine prese in esame, tra gli altri aspetti, l’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno.
Il risultato fu un intervento senza precedenti nella storia della comunità.

Il provvedimento del Papa del 2020
Nel maggio 2020 arrivò il decreto firmato dal cardinale Pietro Parolin e approvato specificamente da Papa Francesco.
Il provvedimento stabiliva che Enzo Bianchi e altri tre membri dovessero lasciare Bose e trasferirsi altrove, decadendo dagli incarichi ricoperti. La decisione arrivava dopo la visita apostolica conclusa nei mesi precedenti.
Fu il momento più traumatico della parabola di Bianchi.
Per un uomo che aveva fondato Bose e vi aveva trascorso gran parte della propria vita, lasciare quel luogo significava interrompere un legame non soltanto istituzionale, ma profondamente personale.
La vicenda si trascinò ancora per mesi e il trasferimento definitivo di Bianchi avvenne nel 2021. Da quel momento la parola “esilio” venne spesso associata alla sua storia, anche se il diretto interessato cercò progressivamente di guardare avanti.
Casa della Madia e l’idea di un nuovo inizio
Bianchi non smise di vivere la propria vocazione.
Dopo il distacco da Bose nacque la Casa della Madia, una nuova fraternità monastica nei pressi di Albiano d’Ivrea. Anche qui tornavano alcuni degli elementi fondamentali della sua esperienza: vita comune, preghiera, accoglienza e ricerca spirituale.
Era, nelle sue intenzioni, un nuovo inizio.
Nonostante l’età e il peggioramento delle condizioni di salute, Bianchi continuò a incontrare persone, scrivere, parlare e progettare. La sua presenza pubblica si ridusse, ma non scomparve.
E proprio alla Casa della Madia si è compiuto l’ultimo tratto della sua vita.
L’ultimo tentativo di riconciliazione con Bose
C’è un particolare che rende ancora più significativa la notizia della sua morte.
Nelle settimane precedenti, Bianchi e il priore di Bose Sabino Chialà avevano riaperto un dialogo con l’obiettivo di arrivare a un incontro e a una riconciliazione dopo anni di distanza.
Bianchi aveva espresso il desiderio di rivedere i fratelli e le sorelle della comunità. Chialà aveva risposto manifestando a sua volta la volontà di incontrarlo. Il progetto, tuttavia, non è riuscito a concretizzarsi prima del ricovero e della morte del fondatore.
È una delle immagini più forti lasciate dall’ultimo capitolo della sua vita: l’uomo che aveva costruito una comunità sulla fraternità cercava, alla fine, di ricucire una frattura rimasta aperta per anni.
Bose, nel ricordarlo, ha parlato di un percorso di riconciliazione che aveva iniziato a muovere passi concreti, ma che il tempo non ha permesso di portare fino a un incontro visibile.

I funerali a Castel Boglione
Il ritorno alle origini sarà anche fisico.
I funerali di Enzo Bianchi sono previsti giovedì 3 settembre alle 16.30 nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, il paese dell’Astigiano dove era nato. Dopo la celebrazione, la salma sarà accompagnata al cimitero del paese, dove sarà sepolta secondo la sua volontà.
La camera ardente sarà allestita da mercoledì 2 settembre alla Casa della Madia, mentre nella stessa fraternità è prevista una veglia di preghiera.
È un epilogo simbolico. Da Castel Boglione era partito il ragazzo che avrebbe scelto di abbandonare gli studi economici per inseguire una strada diversa. A Bose aveva costruito il progetto che lo avrebbe reso famoso. Alla Casa della Madia aveva cercato di ricominciare dopo la rottura più dolorosa.
L’eredità di Enzo Bianchi oltre Bose
Raccontare Bianchi soltanto attraverso il conflitto con la comunità che aveva fondato sarebbe però riduttivo.
La sua eredità è molto più ampia e comprende il dialogo ecumenico, la centralità della Bibbia, l’ospitalità, la cultura dell’ascolto e il tentativo di rendere la spiritualità cristiana comprensibile anche fuori dagli ambienti ecclesiali.
Per generazioni di lettori, Bianchi è stato soprattutto una voce capace di affrontare senza scorciatoie le domande fondamentali dell’esistenza.
La sua parabola contiene una contraddizione che forse, proprio per questo, la rende umana: il fondatore di una comunità costruita sulla fraternità ha conosciuto una profonda frattura con quella stessa comunità.
Eppure gli ultimi messaggi con Bose mostrano che, fino alla fine, la possibilità della riconciliazione non era stata abbandonata.
Enzo Bianchi se ne va dunque lasciando un’eredità complessa, non consegnabile a una sola definizione. Monaco laico, biblista, scrittore, fondatore, uomo del dialogo e protagonista di una vicenda ecclesiale controversa, ha attraversato più di cinquant’anni della storia religiosa italiana.
La sua morte riapre inevitabilmente il bilancio su Bose, ma soprattutto restituisce alla memoria pubblica la figura di un uomo che aveva scelto di fare della ricerca, dell’ascolto e della fraternità il centro della propria vita.
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