Stretto di Hormuz, Trump valuta nuovi attacchi contro l’Iran
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Toggle🌐 Stretto di Hormuz sotto pressione: dopo i nuovi attacchi tra Stati Uniti e Iran, Donald Trump valuta possibili raid limitati per impedire a Teheran di ricostruire radar e sistemi missilistici. Il petrolio torna sopra i 90 dollari mentre cresce il rischio di una nuova escalation regionale.
Trump valuta attacchi limitati nello Stretto di Hormuz
La crisi tra Stati Uniti e Iran torna a salire di livello e questa volta il punto più delicato è ancora una volta lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa una quota fondamentale del commercio energetico mondiale.
Dopo settimane di relativa pausa militare, Washington e Teheran sono tornate a colpirsi direttamente. L’ultimo episodio è partito dall’azione americana contro due lanciamissili iraniani sull’isola di Larak, nell’area dello Stretto. La risposta iraniana è arrivata con il lancio di missili verso obiettivi statunitensi in Giordania, compresa la base di Muwaffaq Salti, mentre sono state segnalate azioni anche nell’area degli Emirati Arabi Uniti. Le autorità americane hanno riferito che i missili diretti contro le proprie installazioni in Giordania sono stati in gran parte intercettati.
Il nuovo elemento che preoccupa maggiormente i mercati e gli alleati di Washington è però quello che potrebbe accadere nelle prossime ore.
Secondo quanto riportato da fonti statunitensi, Donald Trump sta valutando un’operazione militare limitata contro capacità iraniane presenti nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe impedire a Teheran di ricostruire sistemi radar e missilistici utilizzabili contro le navi che attraversano la principale rotta marittima del Golfo Persico. Il piano sarebbe stato elaborato dal Comando Centrale americano e sostenuto dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, ma al momento non risultava ancora formalmente approvato dal presidente.
La distinzione è importante. Non si parla necessariamente di una nuova campagna militare su larga scala, ma di azioni mirate destinate a mantenere sotto pressione le capacità iraniane nello scacchiere marittimo.

La nuova escalation parte da Larak
Larak è diventata uno dei punti strategici della crisi perché si trova vicino al passaggio marittimo attraverso il quale transitano le navi dirette dentro e fuori dal Golfo Persico.
L’attacco americano ha colpito due lanciamissili iraniani. Per Washington non si è trattato di un’azione offensiva nel senso tradizionale, ma di un intervento preventivo contro unità che, secondo la versione americana, stavano preparando operazioni con mine navali e sistemi missilistici in grado di minacciare la navigazione.
Teheran ha fornito una lettura opposta, definendo l’attacco una nuova aggressione e annunciando una risposta. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che il suo Paese non cerca la guerra, ma che reagirà a quelli che considera attacchi contro il territorio e le forze iraniane.
La sequenza degli eventi è particolarmente delicata perché arriva dopo un periodo nel quale il traffico commerciale nello Stretto era già fortemente ridotto. Ogni nuovo attacco aumenta il rischio che le compagnie di navigazione scelgano di evitare l’area, anche senza una chiusura formale del passaggio.
Ed è proprio questa incertezza a essere diventata il principale problema per i mercati.
Petrolio in rialzo: Brent sopra i 90 dollari
La reazione dei mercati è stata immediata.
Il Brent è tornato sopra quota 90 dollari al barile, mentre il WTI ha raggiunto livelli superiori agli 85 dollari. Nel corso della seduta il WTI è arrivato anche intorno a 85,93 dollari, mentre il Brent ha superato i 91 dollari prima di chiudere rispettivamente a circa 85,76 e 90,49 dollari.
Non è soltanto una questione di numeri sui terminali finanziari. Il petrolio incorpora il rischio di un’interruzione delle forniture e soprattutto quello di un blocco prolungato della navigazione.
Lo Stretto di Hormuz è infatti uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta. Se il traffico delle petroliere viene rallentato o bloccato, il problema non rimane confinato al Medio Oriente: aumenta il costo del trasporto, crescono i premi assicurativi e le raffinerie devono cercare rotte e forniture alternative.
Il mercato sta quindi prezzando soprattutto lo scenario peggiore, non necessariamente quello più probabile.

Perché Hormuz è diventato il cuore della crisi
La geografia spiega gran parte della tensione.
Lo Stretto collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all’Oceano Indiano. Attraverso questo passaggio transitano grandi quantità di petrolio e gas naturale liquefatto destinati ai mercati asiatici e internazionali.
Per questo motivo il controllo della navigazione rappresenta una leva strategica enorme. L’Iran non ha bisogno di interrompere completamente il traffico per creare conseguenze economiche: è sufficiente mantenere un livello di minaccia abbastanza elevato da rendere rischioso il passaggio delle navi.
Washington, dal canto suo, considera la libertà di navigazione una questione strategica e sta cercando di mantenere aperto il corridoio attraverso operazioni di sminamento, protezione del traffico e neutralizzazione delle capacità iraniane che potrebbero colpire navi commerciali e militari.
È qui che si trova il principale punto di collisione tra le due strategie.
Per l’Iran, Hormuz è una leva di pressione. Per gli Stati Uniti, deve rimanere una rotta aperta.
Trump: «L’Iran è una nazione ufficialmente fallita»
Nel frattempo Donald Trump ha alzato ulteriormente il tono dello scontro politico.
Il presidente americano ha definito l’Iran una «nazione ufficialmente fallita», arrivando ad aggiungere che il Paese «è morto». Le parole sono arrivate mentre l’amministrazione americana intensifica contemporaneamente la pressione economica e militare su Teheran.
La dichiarazione non è isolata. Washington sta infatti combinando sanzioni, pressione finanziaria e minaccia militare, cercando di costringere il governo iraniano a tornare al tavolo negoziale da una posizione di debolezza.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato nuove misure contro reti finanziarie legate all’Iran, mentre l’amministrazione ha lasciato intendere che la pressione economica potrebbe proseguire con ulteriori provvedimenti.
Il rischio, però, è che l’inasprimento simultaneo delle pressioni economiche e militari produca l’effetto contrario a quello desiderato, spingendo Teheran a una risposta ancora più aggressiva.
Il nodo delle basi americane in Giordania
La risposta iraniana al raid su Larak ha dimostrato che il confronto non è più circoscritto alle acque dello Stretto.
Teheran ha lanciato missili contro obiettivi americani in Giordania, con particolare riferimento alle installazioni militari utilizzate dalle forze statunitensi. L’attacco è stato presentato come una ritorsione diretta per l’operazione americana.
Il fatto che la risposta abbia raggiunto un Paese alleato degli Stati Uniti aggiunge un ulteriore livello di complessità. Washington deve infatti proteggere le proprie forze nella regione senza trasformare ogni attacco iraniano in una spirale di rappresaglie sempre più ampia.
La situazione è ulteriormente complicata dalle notizie relative agli Emirati Arabi Uniti, dove le autorità hanno comunicato l’intercettazione di un drone iraniano nelle proprie acque territoriali.
La geografia dello scontro si sta quindi allargando: Iran, Hormuz, Giordania, Emirati e basi americane sono ormai parti dello stesso sistema di rischio regionale.

Il caso Kharg e la nuova guerra delle informazioni
Nelle ultime ore Trump ha inoltre rilanciato sui social affermazioni molto pesanti riguardo all’isola iraniana di Kharg, importante infrastruttura energetica del Paese.
Il presidente americano ha sostenuto che l’isola fosse oggetto di pesanti attacchi, ma non sono arrivate conferme indipendenti dell’azione descritta. Anche un video diffuso insieme alle dichiarazioni è stato successivamente indicato come generato con strumenti di intelligenza artificiale.
Il dettaglio è tutt’altro che secondario. In una crisi caratterizzata da attacchi missilistici, immagini satellitari, comunicati militari e propaganda, la guerra dell’informazione corre ormai quasi alla stessa velocità delle operazioni sul terreno.
Per i mercati questo significa che ogni nuova dichiarazione deve essere verificata prima di poter essere trasformata in una previsione sulle forniture energetiche.
Cosa può succedere ora nello Stretto di Hormuz
La prossima mossa americana sarà decisiva.
Se Trump autorizzerà attacchi limitati, Washington potrebbe puntare a distruggere o neutralizzare radar, lanciatori e altre infrastrutture senza aprire una nuova offensiva generalizzata. È la logica che sta emergendo dalle valutazioni militari: colpire ciò che può minacciare la navigazione e fermarsi prima di provocare una guerra ancora più ampia.
Il problema è che Teheran potrebbe interpretare anche un’operazione circoscritta come un nuovo atto di aggressione e rispondere nuovamente contro basi americane o infrastrutture regionali.
A quel punto il rischio sarebbe quello di una sequenza difficile da interrompere.
E il petrolio sarebbe tra i primi indicatori a segnalarlo.
Il mercato guarda a una sola domanda: Hormuz resterà aperto?
Le quotazioni sopra i 90 dollari del Brent rappresentano già un campanello d’allarme, ma il vero spartiacque sarà la continuità della navigazione.
Se le navi torneranno a transitare con maggiore regolarità, il premio per il rischio geopolitico potrebbe ridursi rapidamente. Se invece aumenteranno gli attacchi, le mine, i droni o le minacce contro le petroliere, il mercato potrebbe iniziare a incorporare una crisi energetica più persistente.
Le previsioni degli analisti già indicano che il petrolio potrebbe rimanere sopra gli 80 dollari nel 2026 proprio a causa delle interruzioni legate al conflitto e delle difficoltà nel traffico attraverso Hormuz.
Per famiglie e imprese il problema potrebbe quindi emergere nei prossimi mesi attraverso carburanti più costosi, trasporti più cari e una nuova pressione sull’inflazione.
Per Donald Trump, invece, la partita è soprattutto strategica: impedire che l’Iran recuperi la capacità di minacciare la principale arteria energetica della regione senza trascinare gli Stati Uniti in un conflitto ancora più grande.
Ed è proprio questa la contraddizione che rende le prossime ore così delicate: più Washington cerca di rendere sicuro lo Stretto di Hormuz attraverso la forza, maggiore è il rischio che nuovi attacchi finiscano per rendere quello stesso Stretto ancora più instabile.
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