10:49 am, 23 Febbraio 26 calendario

🌐 JPMorgan conferma di aver chiuso i conti di Trump dopo il 6 gennaio

Di: Redazione Metrotoday

Trump al centro di una nuova controversia legale dopo che JPMorgan Chase ha ammesso in un documento giudiziario di aver chiuso i conti bancari di Donald Trump e delle sue imprese nel febbraio 2021, circa un mese dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Il fatto emerge nel contesto di una causa da 5 miliardi di dollari intentata dall’attuale presidente contro la banca e il suo CEO Jamie Dimon, che accusa JPMorgan di “de‑banking” per ragioni politiche, un concetto che indica la chiusura o la negazione di servizi bancari per motivi discriminatori o di reputazione.

Cosa ha riconosciuto JPMorgan nelle carte del tribunale

JPMorgan Chase ha confermato per la prima volta in un atto processuale che nel febbraio 2021 ha comunicato a Donald Trump e a società legate a lui la chiusura di alcuni conti bancari sia nella sua divisione commerciale (“CB”) sia in quella privata (“PB”). In precedenza la banca non aveva mai ammesso per iscritto di aver chiuso quei conti.

La banca ha dichiarato che può talvolta decidere di interrompere una relazione con un cliente quando ritiene che la sua gestione non sia più allineata agli interessi dell’istituto, ma non ha elencato una ragione specifica nella corrispondenza inviata a Trump.

L’accusa di Trump: “debanking” politico

Donald Trump ha fatto causa a JPMorgan per 5 miliardi di dollari, sostenendo che la chiusura dei conti sia stata motivata da fattori politici legati alla sua vicenda con l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, e non da questioni bancarie legittime. Secondo i legali di Trump, la banca lo avrebbe inserito su una sorta di “lista nera reputazionale” che avrebbe ostacolato la sua capacità di accedere ai servizi finanziari e danneggiato le sue attività.

La causa mira a dimostrare che JPMorgan abbia deliberatamente e “illegittimamente” tolto l’accesso ai servizi finanziari a Trump, alla sua famiglia e alle sue imprese, causando “danni finanziari schiaccianti”.

La difesa di JPMorgan

La banca ha respinto le accuse definendo la causa priva di fondamento e ha presentato una mozione per portare il caso dal tribunale statale della Florida a un tribunale federale a New York — dove si trovavano effettivamente molti dei conti interessati — sostenendo che la giurisdizione sia più appropriata lì.

Secondo JPMorgan, le chiusure dei conti sono state decisioni di gestione del rischio e non motivazioni politiche, e ha messo in discussione l’inclusione personale del CEO Jamie Dimon nel procedimento, sostenendo che non fosse giustificata sulla base delle politiche bancarie contestate.

Il contesto più ampio del dibattito sul “debanking”

La disputa tra Trump e JPMorgan si inserisce in un più ampio dibattito negli Stati Uniti sul fenomeno del “debanking”, ovvero la chiusura o il rifiuto di servizi bancari a clienti ritenuti politicamente o socialmente controversi. Recentemente questo tema ha attirato l’attenzione di politici conservatori, che sostengono che banche e istituti finanziari possano discriminare in base a opinioni politiche o reputazionali, un’accusa che gli istituti bancari negano citando esigenze di compliance, gestione del rischio e normative.

Ripercussioni politiche e legali

La pubblicazione dei documenti giudiziari in cui JPMorgan ammette di aver chiuso i conti ha intensificato lo scontro legale e mediatico tra Trump e l’istituto finanziario più grande degli Stati Uniti. Gli avvocati di Trump definiscono la confessione della banca come una “concessione devastante” che avvalora le loro accuse, mentre JPMorgan continua a sostenere che il caso non ha meritocome causa legale.

La questione resta al centro di un acceso dibattito sul ruolo delle grandi banche, la libertà di accesso ai servizi finanziari e la loro possibile “politicizzazione”, e può avere impatti normativi e politici più ampi negli Stati Uniti.

23 Febbraio 2026 ( modificato il 22 Febbraio 2026 | 22:55 )
© RIPRODUZIONE RISERVATA