Usa, si dimette il capo dell’Esercito: scontro con Hegseth
🌐 Dan Driscoll si dimette da segretario dell’Esercito degli Stati Uniti dopo mesi di tensioni con Pete Hegseth. La sua uscita, accettata da Donald Trump, arriva mentre il Pentagono attraversa una profonda riorganizzazione dei vertici militari e gli Stati Uniti sono impegnati sul fronte iraniano.
Il terremoto ai vertici della difesa americana si allarga. Dan Driscoll, segretario dell’Esercito degli Stati Uniti, ha presentato le proprie dimissioni al presidente Donald Trump, mettendo fine a un incarico durato circa un anno e mezzo e segnato da rapporti sempre più difficili con il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
La Casa Bianca ha confermato la decisione e ha elogiato pubblicamente il lavoro di Driscoll, definendolo un esponente efficace nell’attuazione dell’agenda del presidente. La sua uscita arriva tuttavia dopo mesi di contrasti interni al Pentagono, in particolare sulla direzione da imprimere all’Esercito e sulla gestione dei vertici militari.
Secondo le ricostruzioni delle ultime ore, Driscoll dovrebbe lasciare il Pentagono nei prossimi giorni, con una fonte che indica il 3 settembre come data effettiva dell’uscita.
La sua partenza assume un peso particolare perché arriva in un momento estremamente delicato per gli Stati Uniti: l’Esercito è impegnato in operazioni militari mentre il conflitto con l’Iran continua, e contemporaneamente Washington deve gestire la guerra in Ucraina, il rapporto con gli alleati e una profonda trasformazione delle proprie forze armate.

Driscoll e Hegseth, una frattura diventata insanabile
Il rapporto tra Driscoll e Hegseth era problematico da tempo.
Secondo le ricostruzioni emerse negli ultimi mesi, i due avevano visioni differenti sulla gestione dell’Esercito e soprattutto sulla riorganizzazione della leadership militare. I contrasti si sarebbero accentuati dopo la decisione di Hegseth di rimuovere diversi alti ufficiali.
Tra i casi più significativi c’è quello del generale Randy George, capo di stato maggiore dell’Esercito, allontanato dall’incarico nell’aprile scorso. La sua rimozione aveva già provocato interrogativi sulla direzione impressa da Hegseth alla catena di comando.
Driscoll, secondo le fonti citate dalla stampa americana, era particolarmente interessato alla modernizzazione dell’Esercito, allo sviluppo di nuove tecnologie e alla capacità di adattare rapidamente le forze armate a un campo di battaglia nel quale droni, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e armi relativamente economiche stanno cambiando le regole della guerra.
Proprio questo approccio avrebbe contribuito ad alimentare le divergenze con il segretario alla Difesa.
Il nodo delle epurazioni ai vertici militari
Uno dei punti più delicati riguarda la progressiva sostituzione di figure di alto livello all’interno del Pentagono.
La partenza di Driscoll si inserisce infatti in una sequenza di cambiamenti che ha coinvolto numerosi comandanti e funzionari. Dopo Randy George, a giugno aveva lasciato il proprio incarico anche il generale Christopher Donahue, comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa. Altri vertici militari sono stati rimossi o hanno lasciato le loro posizioni nel corso dei mesi.
Il risultato è un apparato militare nel quale diverse posizioni di vertice sono cambiate in tempi relativamente brevi.
Per i sostenitori di Hegseth si tratta di un processo necessario per riportare disciplina, prontezza operativa e una maggiore coerenza con l’agenda dell’amministrazione Trump. Per i critici, invece, il rischio è quello di indebolire la continuità istituzionale e di sostituire esperienza e competenza con una maggiore fedeltà politica.
È una discussione che va ben oltre il caso personale di Driscoll.
Il rapporto con JD Vance e il peso politico di Driscoll
La posizione di Driscoll era resa ancora più particolare dai suoi rapporti con JD Vance.
I due erano amici e compagni di studi alla Yale Law School, un legame che aveva contribuito a rendere Driscoll una figura considerata vicina all’attuale vicepresidente. Prima di entrare nell’amministrazione Trump, Driscoll aveva avuto esperienze nell’esercito, nella finanza e nella politica repubblicana. Era un veterano della guerra in Iraq e nel 2020 aveva tentato senza successo di conquistare un seggio alla Camera.
La sua nomina a segretario dell’Esercito era stata confermata dal Senato nel febbraio 2025, quando aveva appena 38 anni. Era diventato il più giovane Army Secretary della storia degli Stati Uniti, arrivando al Pentagono con una forte attenzione all’innovazione tecnologica e alla modernizzazione delle forze terrestri.
Per un certo periodo, proprio i suoi rapporti con la Casa Bianca lo avevano trasformato anche in un possibile nome per una posizione ancora più importante.
Secondo alcune ricostruzioni, dopo le difficoltà iniziali di Hegseth alla guida del Pentagono, Driscoll era stato considerato in ambienti della Casa Bianca come una possibile alternativa. Una prospettiva che avrebbe inevitabilmente complicato ulteriormente il rapporto tra i due uomini.

La modernizzazione dell’Esercito come terreno di scontro
Driscoll aveva costruito il proprio profilo politico e amministrativo attorno a una parola chiave: trasformazione.
L’obiettivo era rendere l’Esercito più agile e capace di adattarsi alle nuove forme di conflitto. In particolare, il segretario aveva sostenuto l’esigenza di accelerare i processi di acquisizione e di puntare su sistemi d’arma meno costosi e più facilmente producibili su larga scala.
La guerra in Ucraina aveva fornito una dimostrazione concreta di quanto fosse cambiato il rapporto tra tecnologia e combattimento.
I droni hanno assunto un ruolo centrale, mentre sistemi relativamente economici possono essere utilizzati per neutralizzare mezzi molto più costosi. L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno inoltre modificando la raccolta delle informazioni, la sorveglianza e la capacità di prendere decisioni sul campo.
Driscoll era diventato particolarmente identificato con questo processo, tanto da essere soprannominato “drone guy” all’interno dell’ambiente della difesa americana.
Secondo fonti citate da Reuters, inoltre, aveva criticato la dipendenza dell’Esercito dai grandi contractor della difesa e sostenuto la necessità di sviluppare armi più economiche e processi di acquisizione più rapidi.
La Casa Bianca difende il suo operato
Nonostante le tensioni, la reazione ufficiale della Casa Bianca è stata tutt’altro che critica.
La portavoce presidenziale Anna Kelly ha descritto Driscoll come un dirigente che ha avuto un ruolo importante nel rafforzare la prontezza operativa e la letalità dell’Esercito, oltre ad aver contribuito alle operazioni militari e ai negoziati tra Russia e Ucraina.
È un riconoscimento significativo perché evita di presentare la sua uscita come una bocciatura politica.
Il presidente Trump ha infatti accettato le dimissioni mentre l’amministrazione continua a difendere pubblicamente la propria strategia per le forze armate.
Ma il contrasto tra la versione istituzionale e le ricostruzioni provenienti dagli ambienti della difesa rimane evidente.
La Casa Bianca parla di un dirigente efficace; le fonti vicine al Pentagono descrivono invece mesi di tensioni con Hegseth.
Un Pentagono sempre più trasformato
La partenza di Driscoll assume un significato ancora maggiore se inserita nel quadro complessivo delle modifiche avvenute ai vertici delle forze armate.
L’Esercito, la Marina e l’Aeronautica hanno visto cambiare i propri vertici nel corso dell’era Hegseth, mentre numerosi ufficiali di alto grado sono stati rimossi o hanno lasciato l’incarico. Il fenomeno è stato descritto dalla stampa americana come una vera e propria ristrutturazione della leadership militare.
Il problema, per i critici dell’amministrazione, riguarda la continuità del comando.
Quando un numero elevato di figure esperte viene sostituito in un periodo relativamente breve, il rischio è quello di perdere una parte della memoria istituzionale necessaria per gestire operazioni complesse e programmi militari pluriennali.
È proprio su questo punto che sono arrivate le critiche più dure dal Congresso. Alcuni esponenti democratici hanno accusato Hegseth di aver creato un ambiente nel quale il dissenso viene penalizzato e hanno espresso preoccupazione per il numero di dirigenti militari usciti dall’amministrazione.

La partenza arriva mentre gli Usa combattono in Medio Oriente
La tempistica rende la situazione ancora più delicata.
Gli Stati Uniti sono nuovamente impegnati in operazioni militari contro obiettivi iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha reagito con attacchi contro obiettivi americani nella regione. La crisi coinvolge direttamente le forze statunitensi e pone nuove esigenze operative al Pentagono.
In questo contesto, l’uscita del segretario dell’Esercito lascia temporaneamente la principale forza terrestre americana senza un vertice civile confermato dal Senato. È un elemento che rende la successione particolarmente importante.
Il prossimo segretario dovrà infatti muoversi in un ambiente caratterizzato da operazioni in corso, trasformazione tecnologica e tensioni interne sulla catena di comando.
Chi arriverà dopo Driscoll?
Per ora la questione della successione resta aperta.
La partenza del segretario dell’Esercito potrebbe alimentare nuove ipotesi sulla composizione dei vertici del Pentagono e sulla direzione che l’amministrazione Trump intende imprimere alle forze terrestri.
Il nome di Sean Parnell, portavoce di Hegseth, era già stato indicato nei mesi scorsi come possibile candidato nel caso Driscoll avesse lasciato l’incarico. All’epoca, però, Driscoll aveva pubblicamente escluso l’ipotesi di dimissioni.
Ora quello scenario è diventato realtà.
La sua uscita non rappresenta quindi soltanto l’addio di un alto funzionario. È un nuovo tassello nella ridefinizione del Pentagono voluta da Hegseth, con possibili conseguenze sulla politica militare americana nei prossimi mesi.
E soprattutto lascia aperta una domanda: quanto potrà spingersi la trasformazione dei vertici delle forze armate senza creare una frattura tra la necessità di una nuova linea politica e quella, altrettanto importante, di garantire continuità e stabilità alla macchina militare?
La risposta dipenderà dalle prossime nomine. Ma una cosa è già evidente: la stagione dei cambiamenti al Pentagono non è finita con Dan Driscoll.
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