7:56 am, 14 Settembre 26 calendario

Teheran, gli attacchi Usa-Israele e il bilancio sui civili

Di: Redazione Metro.

🌐 Attacchi Usa-Israele a Teheran: una nuova inchiesta ricostruisce il bilancio degli attacchi di marzo, mentre la guerra tra Washington e Teheran torna a intensificarsi e il rischio per i civili resta altissimo.

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran torna al centro dell’attenzione internazionale con una nuova, pesante ricostruzione sugli effetti degli attacchi condotti a Teheran nel marzo 2026. A distanza di mesi, l’analisi di Amnesty International riporta in primo piano una domanda destinata a pesare sul futuro del conflitto: quanto è stato fatto per proteggere la popolazione civile nelle aree urbane colpite?

L’organizzazione per i diritti umani sostiene che gli attacchi esaminati nei quartieri di Niloufar, Resalat e Javadieh abbiano provocato decine di vittime civili e ingenti danni ad abitazioni, negozi e altri edifici. Secondo la ricostruzione, gli episodi dovrebbero essere sottoposti a indagini indipendenti e imparziali per stabilire se possano configurarsi come crimini di guerra.

La questione assume un peso ancora maggiore perché la situazione sul terreno è nuovamente precipitata. Nelle ultime ore Washington ha rilanciato le minacce contro l’Iran, mentre Teheran ha intensificato la pressione sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Il petrolio Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, segnale di quanto il conflitto non riguardi più soltanto il Medio Oriente, ma abbia ormai conseguenze economiche globali.

Attacchi a Teheran, tre quartieri diventano il simbolo della guerra urbana

La ricerca prende in esame tre episodi avvenuti tra il 1° e il 13 marzo 2026. Il filo conduttore è la vicinanza tra obiettivi legati alla sicurezza iraniana e aree densamente abitate.

Il problema centrale, secondo Amnesty, non è soltanto la presenza di un possibile obiettivo militare nelle vicinanze. È soprattutto la portata degli effetti esplosivi e la prevedibilità delle conseguenze in zone nelle quali vivevano migliaia di persone.

Nel caso di Resalat, per esempio, l’attacco avrebbe colpito una struttura appartenente a un battaglione Basij dei Guardiani della rivoluzione. Ma nelle immediate vicinanze sarebbero stati gravemente danneggiati altri edifici, compreso un palazzo residenziale. L’organizzazione riferisce di almeno 16 civili uccisi e decine di feriti.

A Niloufar, nel cuore della capitale iraniana, il bilancio indicato dalla ricerca è ancora più pesante: almeno 20 civili morti nell’attacco del 1° marzo. L’episodio si verificò intorno alle 21, quando ristoranti e locali erano aperti e la presenza di persone nell’area era quindi prevedibile.

L’obiettivo direttamente colpito sarebbe stata la stazione di polizia 104 Abbas Abad, ma la distruzione non si sarebbe fermata alla struttura di sicurezza. Le immagini e i video analizzati mostrano danni estesi a edifici residenziali, negozi e altre strutture civili fino a circa 100 metri dall’esplosione.

Niloufar e Javadieh, quando il bersaglio militare è dentro la città

La ricostruzione di Niloufar è particolarmente significativa perché mette in evidenza la difficoltà di distinguere, nel contesto di una metropoli, un attacco contro un’infrastruttura di sicurezza dai suoi effetti sull’ambiente circostante.

Le immagini satellitari utilizzate nell’indagine mostrano il cambiamento dell’area tra prima e dopo l’attacco. Video verificati successivamente documentano invece edifici danneggiati e una vasta quantità di detriti.

Tra le vittime viene ricordato anche il caso di un padre e del figlio, che lavoravano in una panetteria della zona. È proprio questo tipo di dettaglio a trasformare una statistica militare in una fotografia concreta dell’impatto della guerra sulla vita quotidiana.

A Javadieh, nel sud di Teheran, l’attacco del 13 marzo avrebbe provocato almeno cinque morti appartenenti alla stessa famiglia, oltre a numerosi feriti. Anche in questo caso l’obiettivo individuato comprendeva una stazione di polizia, ma l’onda distruttiva avrebbe investito edifici residenziali e commerciali nelle vicinanze.

È un elemento ricorrente nella guerra combattuta dentro le città: la precisione dichiarata dell’arma non coincide necessariamente con la precisione dell’effetto finale. In una zona densamente abitata, anche un attacco diretto contro un obiettivo specifico può produrre conseguenze molto più ampie.

Resalat e il palazzo Numero 12: il nodo delle vittime civili

A Resalat emerge uno degli episodi più drammatici della ricostruzione. Le immagini satellitari esaminate mostrerebbero quattro edifici pesantemente danneggiati o distrutti.

Tra questi figura il palazzo noto come Numero 12, o Pelak-e 12. Secondo una testimonianza raccolta nell’ambito dell’indagine, nell’edificio sarebbero morte almeno 13 persone: il portinaio e dodici componenti di una stessa famiglia.

Amnesty sottolinea tuttavia un elemento importante: non è stato possibile verificare in maniera indipendente il numero esatto degli attacchi condotti nell’area né la natura di tutti gli edifici colpiti. L’analisi delle immagini e delle testimonianze porta però a ritenere probabile che il palazzo residenziale sia stato colpito da un attacco distinto da quello diretto contro la struttura Basij.

Questa cautela è essenziale. Stabilire responsabilità e qualificazione giuridica di un attacco richiede prove, non soltanto immagini di distruzione o testimonianze. È proprio per questo che l’organizzazione chiede un’inchiesta formale capace di ricostruire tempi, bersagli, armi utilizzate e informazioni disponibili agli attaccanti al momento dell’operazione.

Cosa dice il diritto internazionale sui bersagli militari

Uno dei punti più delicati riguarda le stazioni di polizia.

Nel diritto internazionale umanitario, le forze di polizia sono normalmente considerate civili salvo che siano integrate nelle forze armate o partecipino direttamente alle ostilità. Nel caso iraniano, la struttura delle forze di sicurezza è più complessa: la polizia è inserita in un apparato più ampio collegato alla struttura militare dello Stato.

Questo significa che una stazione di polizia può, in determinate circostanze, essere considerata un obiettivo militare. Ma la presenza di un obiettivo militare non elimina automaticamente gli obblighi di protezione dei civili.

Il punto decisivo diventa quindi un altro: quali precauzioni erano possibili, quale effetto dell’arma era prevedibile e quale rapporto esisteva tra il vantaggio militare atteso e il rischio per la popolazione?

Amnesty sostiene che proprio la combinazione tra aree densamente popolate, armi dagli effetti estesi, danni agli edifici circostanti e assenza di preavvisi efficaci debba essere analizzata dalle autorità competenti.

Le prove: satelliti, video e testimonianze

La ricerca non si basa soltanto sulle dichiarazioni delle autorità iraniane.

Amnesty afferma di avere analizzato immagini satellitari, verificato 60 video pubblicati online, esaminato dichiarazioni ufficiali provenienti dalle parti coinvolte e raccolto testimonianze direttamente dall’interno dell’Iran.

L’utilizzo combinato di queste fonti permette di ricostruire gli eventi anche quando l’accesso indipendente alle zone di guerra è limitato.

Le immagini satellitari, in particolare, consentono di confrontare la situazione di un edificio prima e dopo un attacco. I video permettono invece di osservare gli effetti immediati dell’esplosione, mentre le testimonianze aiutano a comprendere cosa accadde alle persone presenti sul posto.

È una metodologia sempre più importante nei conflitti contemporanei, dove la battaglia delle informazioni procede parallelamente a quella militare.

La nuova escalation cambia il significato dell’inchiesta

La pubblicazione dell’indagine arriva in un momento particolarmente delicato.

Il 1° settembre, un attacco statunitense nel sud dell’Iran ha colpito un’area nella quale si stava svolgendo una festa di matrimonio. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’episodio ha provocato almeno cinque morti e più di 60 feriti; Washington ha annunciato un’indagine sull’accaduto. Analisi successive sulle immagini e sui frammenti di munizioni hanno rafforzato i dubbi sull’origine dell’ordigno utilizzato.

Nel frattempo, l’Iran ha intensificato le proprie azioni contro la navigazione nello Stretto di Hormuz. Gli attacchi alle navi e le operazioni militari statunitensi hanno alimentato nuovi timori per le forniture energetiche internazionali.

È in questo contesto che il caso di Teheran assume un significato più ampio. Non riguarda soltanto ciò che è accaduto a marzo, ma il modo in cui le operazioni militari vengono condotte mentre il conflitto continua a espandersi.

Il rischio per i civili resta il punto più fragile

Secondo i dati riportati nella ricerca, tra il 28 febbraio e il 24 luglio in Iran sarebbero stati uccisi almeno 1.469 civili. Anche le rappresaglie iraniane hanno provocato vittime fuori dai confini del Paese, mentre il conflitto si è progressivamente esteso ad altri teatri regionali.

La denuncia, dunque, non è rivolta soltanto a una delle parti.

Il principio che emerge è quello della protezione dei civili indipendentemente dalla bandiera di chi conduce l’attacco. Le stesse regole devono valere per gli Stati Uniti e Israele come per l’Iran e per le forze alleate o collegate che operano nella regione.

La richiesta finale è quindi quella di un cessate il fuoco duraturo, accompagnato da accertamenti credibili sulle possibili violazioni del diritto internazionale. L’obiettivo indicato è arrivare a una verifica imparziale delle responsabilità, anche attraverso gli organismi delle Nazioni Unite.

La guerra di Teheran, intanto, è entrata in una fase nella quale ogni nuovo attacco rischia di produrre un doppio effetto: aggravare il bilancio umano e rendere ancora più difficile una soluzione diplomatica.

E mentre Washington continua a minacciare nuovi obiettivi strategici iraniani, compresa l’area fortificata di Pickaxe Mountain, Teheran mantiene alta la pressione militare e marittima.

Il risultato è una spirale nella quale i civili rimangono il punto più esposto. Le macerie di Niloufar, Resalat e Javadieh non sono soltanto la traccia materiale degli attacchi di marzo: sono anche il monito di ciò che può accadere quando la guerra entra nel tessuto quotidiano di una grande città e la distanza tra un obiettivo militare e una casa diventa sempre più difficile da proteggere

14 Settembre 2026 ( modificato il 11 Settembre 2026 | 19:48 )
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