Caldo estremo, l’estate si allunga: il dato della NASA
🌐 Caldo estremo sempre più fuori stagione: un nuovo studio guidato dal Goddard Institute for Space Studies della NASA mostra che, in circa metà delle terre emerse del pianeta, gli episodi di calore eccezionale si stanno spostando oltre i tradizionali mesi più caldi, entrando sempre più spesso in primavera o in autunno.
L’estate potrebbe non essere più il confine naturale delle ondate di calore. Il segnale che arriva dalla ricerca scientifica è più sottile e, proprio per questo, potenzialmente più importante: il caldo estremo sta cambiando calendario.
Uno studio pubblicato su AGU Advances e firmato da Catherine C. Ivanovich, Benjamin Cook e Sonali McDermid ha analizzato 45 anni di dati climatici, mettendo a confronto gli anni Ottanta con il periodo 2015-2024. Il risultato è netto: la stagione degli eventi di caldo estremo si è ampliata su circa metà delle terre emerse, ma non nello stesso modo ovunque. In alcune regioni il caldo arriva prima, in altre insiste più a lungo dopo la stagione tradizionalmente calda.
Non significa che ogni anno settembre sarà rovente o che la primavera diventerà automaticamente un’estate. Significa qualcosa di diverso: aumenta la probabilità che episodi eccezionali compaiano quando, fino a pochi decenni fa, erano molto meno frequenti.
Il caldo estremo non finisce più con l’estate
Per capire la trasformazione, i ricercatori non hanno utilizzato semplicemente il calendario meteorologico. Hanno costruito per ogni area del pianeta una sorta di “stagione locale del caldo estremo”, individuando i tre mesi consecutivi nei quali, durante gli anni 1980-1989, gli episodi di caldo eccezionale erano più frequenti.
I due mesi precedenti e i due successivi sono stati considerati invece come periodi di transizione, le cosiddette shoulder seasons. È proprio in queste finestre che è stato cercato il cambiamento.
La definizione è importante perché il concetto di estate varia enormemente da una regione all’altra. E soprattutto perché un’ondata di calore non segue necessariamente le stesse regole della temperatura media stagionale.
L’analisi ha considerato come estremi i giorni appartenenti al 5% più caldo della distribuzione locale delle temperature giornaliere. Il confronto è stato effettuato tra il decennio di riferimento 1980-1989 e il periodo più recente, 2015-2024. Per verificare la solidità del risultato, gli autori hanno inoltre ripetuto l’analisi utilizzando due differenti dataset di rianalisi climatica, MERRA-2 della NASA ed ERA5 del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine. Il segnale generale è rimasto sostanzialmente invariato.

Non esiste più un solo calendario del caldo
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è che l’allungamento della stagione calda non avviene in maniera uniforme.
In alcune aree gli episodi estremi si stanno spostando soprattutto verso la primavera. È il caso, tra le altre regioni, dell’Europa occidentale, dell’Africa meridionale e dell’India nordoccidentale.
In altre zone, invece, il segnale più evidente arriva dall’autunno. Stati Uniti occidentali, Cina orientale, Nord Africa ed Europa orientale mostrano una maggiore presenza di eventi estremi nei due mesi successivi alla stagione storicamente più calda.
Questa asimmetria è uno dei punti centrali dello studio. Il riscaldamento del pianeta non sta semplicemente producendo una stagione calda identica, ma più intensa e più lunga ovunque. I confini temporali del rischio stanno cambiando in modo diverso da regione a regione.
E questo rende più difficile anche la preparazione.
Un sistema di allerta pensato per funzionare esclusivamente nei mesi estivi può infatti trovarsi davanti a un problema quando l’evento più pericoloso arriva ad aprile o a ottobre. Lo stesso vale per i centri di raffrescamento, le campagne informative, l’organizzazione sanitaria e le misure di protezione per le persone più vulnerabili.
Caldo secco e caldo umido: due minacce diverse
Lo studio non si è limitato alla temperatura misurata dal termometro.
I ricercatori hanno analizzato anche il caldo umido, utilizzando la temperatura di bulbo umido a globo, un indicatore che tiene conto non soltanto della temperatura dell’aria, ma anche di elementi come umidità, vento e radiazione solare.
La distinzione è fondamentale.
Il caldo secco può avere conseguenze pesanti soprattutto su vegetazione, agricoltura ed ecosistemi. Il caldo umido, invece, rappresenta una minaccia particolarmente seria per il corpo umano perché l’elevata umidità riduce la capacità di disperdere calore attraverso la sudorazione.
Per questo motivo, parlare soltanto di “temperatura massima” può essere fuorviante. Due giornate con lo stesso valore sul termometro possono produrre livelli molto diversi di stress termico a seconda dell’umidità e delle condizioni ambientali.
La ricerca mostra inoltre che le stagioni del caldo secco e di quello umido non coincidono necessariamente. In alcune regioni possono essere separate anche da circa un mese, soprattutto nelle aree influenzate dai monsoni.
Dagli anni Ottanta a oggi il cambiamento è evidente
Il confronto storico rende il fenomeno ancora più chiaro.
Negli anni Ottanta, circa il 93% delle terre emerse concentrava oltre l’80% dei propri giorni di caldo secco estremo all’interno della stagione locale individuata dai ricercatori. Una concentrazione sorprendentemente elevata, presente persino in alcune zone tropicali dove le variazioni stagionali delle temperature sono normalmente meno marcate.
Nel periodo 2015-2024, invece, i margini della stagione del caldo estremo hanno iniziato a sfumare. In poco più della metà delle terre emerse gli eventi si sono distribuiti maggiormente anche nei mesi precedenti o successivi. Per il caldo umido il fenomeno interessa poco meno della metà della superficie terrestre.
Il dato non dice soltanto che fa più caldo. Dice che sta cambiando anche il momento dell’anno in cui il caldo più pericoloso può presentarsi.

Phoenix è il laboratorio più evidente
Uno degli esempi più impressionanti arriva da Phoenix, in Arizona.
Durante il decennio di riferimento degli anni Ottanta la città aveva registrato 183 giorni di caldo estremo secondo il parametro della temperatura. Nel periodo 2015-2024 il numero è salito a 338.
Ma è soprattutto la distribuzione temporale a raccontare la trasformazione.
Negli anni Ottanta nessuno di quei 183 eventi si era verificato dopo la fine della stagione locale del caldo. Tra il 2015 e il 2024, invece, il 6% degli episodi estremi si è verificato oltre quel limite. La data mediana degli estremi di caldo secco si è inoltre spostata di circa 10 giorni più avanti nell’anno, mentre quella del caldo umido ha mostrato uno spostamento di circa 5,5 giorni.
Il 2024 ha fornito un esempio concreto. Phoenix ha attraversato 113 giorni consecutivi con temperature superiori ai 38 °C, arrivando poi a eguagliare o superare record giornalieri per 21 giorni consecutivi tra la fine di settembre e la metà di ottobre.
Nella contea di Maricopa, dove si trova Phoenix, sono stati registrati 608 decessi correlati al caldo nel 2024. L’anno precedente erano stati 645. Sono numeri che aiutano a comprendere perché lo spostamento della stagione del caldo non sia una semplice curiosità statistica.
Anche il 2026 mostra quanto il calendario stia cambiando
Il nuovo studio arriva mentre il 2026 sta già offrendo diversi esempi di caldo eccezionale fuori dai tradizionali picchi estivi.
A marzo, nel sud-ovest degli Stati Uniti, diverse località hanno superato i 37,8 °C, con alcuni record assoluti per il mese. NASA ha documentato un’ondata di calore che ha interessato vaste aree tra Stati Uniti e Messico proprio all’inizio della primavera. A Hermosillo, in Messico, sono stati raggiunti 42 °C.
In Europa, invece, il caldo ha iniziato a farsi sentire con particolare forza già a maggio. La ricostruzione della NASA per l’estate 2026 mostra episodi eccezionali in diversi Paesi occidentali: Londra ha raggiunto 35,1 °C il 26 maggio, mentre Bordeaux ha toccato 42,5 °C il 24 giugno, superando il record di temperatura massima in tre giornate consecutive.
Sono episodi diversi tra loro, ma inseriti nello stesso contesto: il caldo eccezionale può arrivare prima e può durare più a lungo.
Perché il caldo si sposta verso primavera o autunno
La domanda successiva è inevitabile: perché accade?
Gli autori sono prudenti. L’aumento della temperatura media globale non basta da solo a spiegare completamente l’asimmetria osservata.
Per verificare questa ipotesi, il gruppo di ricerca ha costruito anche una serie temporale “sintetica”, immaginando che il clima degli anni Ottanta fosse semplicemente aumentato di temperatura in modo uniforme. Questo riscaldamento spiega una parte dei cambiamenti all’interno della stagione calda, ma non riesce a riprodurre completamente lo spostamento irregolare verso primavera o autunno.
Potrebbero quindi entrare in gioco le variazioni delle precipitazioni stagionali, l’umidità del suolo, i cambiamenti nell’uso del territorio, l’irrigazione e la variabilità naturale del clima. Per stabilire quanto pesi ciascun fattore serviranno ulteriori studi regionali e simulazioni climatiche.
La ricerca, dunque, non sostiene che ogni singolo episodio di caldo fuori stagione sia direttamente causato dal cambiamento climatico. Mostra piuttosto che il comportamento statistico degli eventi estremi è cambiato su scala globale e che il fenomeno non può essere spiegato semplicemente dal calendario tradizionale delle stagioni.

Il rischio è anche quello degli eventi estremi sovrapposti
C’è poi un’altra conseguenza che potrebbe diventare sempre più importante.
Se il caldo estremo entra nell’autunno, può sovrapporsi più facilmente alla stagione degli incendi in alcune aree degli Stati Uniti occidentali. Se si prolunga in altre regioni, può invece avvicinarsi alla stagione degli uragani.
Il problema non riguarda quindi soltanto il singolo fenomeno meteorologico. Due o più rischi che si verificano contemporaneamente o a distanza ravvicinata possono rendere più difficile la risposta delle comunità, mettendo sotto pressione infrastrutture, sistemi sanitari e servizi di emergenza.
La conseguenza più concreta dello studio è proprio questa: prepararsi al caldo non dovrebbe più significare prepararsi soltanto all’estate.
La nuova sfida è prepararsi al caldo fuori stagione
Per decenni il calendario ha rappresentato una scorciatoia utile. Estate significava caldo, inverno freddo. Le autorità potevano programmare campagne informative, sistemi di allerta e aperture dei centri di raffrescamento seguendo finestre temporali relativamente prevedibili.
Quella prevedibilità si sta riducendo.
Il risultato della ricerca guidata dalla NASA suggerisce quindi un cambio di approccio: sistemi di allerta più flessibili, capacità di intervento anche nei mesi considerati tradizionalmente “sicuri” e maggiore attenzione alle condizioni locali.
Il punto non è stabilire se l’estate finirà davvero un giorno per lasciare spazio a un caldo permanente. Il punto è che il confine tra stagione calda e stagione fredda sta diventando meno affidabile per descrivere il rischio di caldo estremo.
E mentre le temperature globali continuano a salire, il problema non sarà soltanto quanto farà caldo. Sarà sempre più importante capire quando arriverà il caldo più pericoloso.
Perché se il caldo estremo può comparire prima dell’estate e resistere anche quando l’estate è ormai finita, il calendario da solo non basta più a proteggerci.
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