Pronto soccorso sotto assedio: la violenza che nasce dal caos
La corsia dove la tensione esplode
C’è un momento, nei pronto soccorso, in cui la medicina smette di essere soltanto una questione clinica.
È il momento in cui una persona aspetta da ore.
Un familiare non riceve informazioni.
Una barella rimane in corridoio.
Un medico passa rapidamente da un paziente all’altro.
Un infermiere cerca di rispondere a dieci richieste contemporaneamente.
E qualcuno, dall’altra parte della porta, comincia a urlare.
Quella rabbia può trasformarsi in una minaccia.
La minaccia può diventare un insulto.
E l’insulto, in alcuni casi, può diventare un’aggressione fisica.
Niente di tutto questo giustifica la violenza.
Ma comprendere perché accade è indispensabile se si vuole davvero fermarla.
Il dato arrivato oggi dal Regno Unito è impressionante: un’indagine del Royal College of Emergency Medicine su 2.126 operatori dei dipartimenti di emergenza ha rilevato che il 96% ha subito violenza o aggressività da pazienti o membri del pubblico. Per il 73% degli intervistati episodi di questo tipo avvengono o vengono vissuti con frequenza quotidiana o settimanale. Soltanto il 4% dichiara di sentirsi sempre al sicuro sul posto di lavoro.
Non è più possibile considerarlo un fenomeno marginale.
È diventato un problema strutturale dell’emergenza sanitaria.
In Italia quasi 18 mila aggressioni in un anno
Anche l’Italia ha numeri che non consentono di minimizzare.
Secondo l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie, nel 2025 sono state quasi 18 mila le aggressioni segnalate nei confronti di operatori sanitari e sociosanitari.
Gli operatori coinvolti sono stati oltre 23 mila, precisamente 23.367, perché uno stesso episodio può riguardare più professionisti.
Il dato è rimasto sostanzialmente stabile rispetto alle 18.392 aggressioni segnalate nel 2024, ma è aumentato il numero complessivo delle persone aggredite.
Il numero racconta soltanto una parte del fenomeno.
Perché una statistica sugli episodi registrati non coincide necessariamente con tutte le aggressioni realmente avvenute.
Nel lavoro sanitario esiste da tempo anche il problema della sottodenuncia: minacce, insulti e comportamenti aggressivi possono essere percepiti come una parte quasi inevitabile del lavoro, soprattutto quando non provocano conseguenze fisiche immediate.
È una normalizzazione pericolosa.
Quando un professionista pensa che denunciare “non serva a nulla”, l’aggressione rischia di diventare invisibile.
E ciò che non viene registrato diventa anche più difficile da prevenire.

Punire chi aggredisce non è una scelta opzionale
Su un punto non può esserci ambiguità.
Chi aggredisce un medico, un infermiere o un operatore sanitario deve risponderne.
La rabbia per un’attesa non autorizza una minaccia.
La frustrazione per una diagnosi non autorizza un pugno.
La paura per un familiare malato non autorizza un’aggressione.
E nemmeno un sistema sanitario inefficiente può diventare una giustificazione per colpire chi lavora al suo interno.
La responsabilità individuale rimane.
Ma proprio qui arriva il secondo livello del problema.
Perché punire l’aggressore dopo che l’aggressione è avvenuta non significa aver risolto le condizioni che l’hanno resa più probabile.
Se ogni giorno costruiamo ambienti nei quali pazienti, familiari e professionisti sono sottoposti a ore di attesa, sovraffollamento e comunicazione insufficiente, possiamo aumentare controlli, telecamere e personale di sicurezza quanto vogliamo.
Saranno tutti strumenti necessari.
Ma resteranno strumenti difensivi.
Il problema continuerà a prodursi.
Il pronto soccorso come pentola a pressione
Il pronto soccorso è, per definizione, un luogo nel quale arrivano persone spaventate, doloranti, disorientate o in condizioni cliniche potenzialmente gravi.
A questo si aggiungono familiari preoccupati, persone con problemi psichiatrici, pazienti sotto l’effetto di alcol o sostanze e situazioni nelle quali la capacità di controllare il comportamento può essere compromessa.
Gli studi sulla violenza nei dipartimenti di emergenza mostrano infatti che la maggioranza degli operatori è esposta a forme di aggressione verbale o fisica. Una revisione sistematica e meta-analisi ha stimato una prevalenza complessiva del 77% per la violenza verbale tra gli operatori dei pronto soccorso analizzati.
Ma c’è un elemento che torna continuamente: il sovraffollamento.
Quando il numero di persone presenti supera la capacità effettiva della struttura, tutto diventa più difficile.
Il triage rallenta.
Le visite si accumulano.
Gli esami richiedono più tempo.
I pazienti già valutati restano in attesa di un posto letto.
Le ambulanze possono trovare difficoltà a scaricare i pazienti.
E il personale deve lavorare in un ambiente nel quale ogni nuova emergenza si somma a una precedente che non è ancora stata risolta.
Il risultato è una spirale.

Quando l’attesa diventa rabbia
Immaginiamo un paziente arrivato al pronto soccorso alle 10 del mattino.
Alle 11 non è ancora stato visitato.
Alle 13 non sa quando verrà chiamato.
Alle 15 vede persone arrivate dopo di lui entrare prima.
Non conosce il funzionamento del triage.
Non sa che un codice apparentemente meno urgente può essere superato da un’emergenza improvvisa.
Non sa che un medico può essere stato chiamato per un paziente in condizioni critiche.
Vede soltanto una cosa:
sta aspettando.
Se nessuno comunica cosa sta succedendo, l’attesa può essere percepita come abbandono.
E l’abbandono può trasformarsi in rabbia.
Non significa che quella rabbia debba diventare violenza.
Significa che la comunicazione è una misura di sicurezza, non un semplice gesto di cortesia.
Spiegare un’attesa non elimina necessariamente la frustrazione.
Ma può impedire che l’incertezza la trasformi in conflitto.
Il caos non danneggia soltanto chi lavora
C’è un altro elemento spesso dimenticato.
Il sovraffollamento non è soltanto un problema per il personale.
È anche un problema per i pazienti.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha analizzato gli effetti del crowding nei dipartimenti di emergenza e ha trovato associazioni con ritardi nei trattamenti, degenze più lunghe e peggiori processi assistenziali; altre revisioni hanno collegato il sovraffollamento a ritardi nella somministrazione di antibiotici e analgesici e ad altri problemi nella tempestività delle cure.
Il punto è quindi più grande della sicurezza degli operatori.
Quando il pronto soccorso è cronicamente sovraffollato, si indebolisce l’intero sistema di cura.
Il paziente aspetta.
L’infermiere corre.
Il medico accumula responsabilità.
Il familiare protesta.
Il personale di sicurezza interviene.
E alla fine tutti sono dentro lo stesso problema.
Il paradosso: il pronto soccorso non può risolvere da solo il problema del pronto soccorso
Qui emerge uno dei nodi più importanti.
Molte delle cause del sovraffollamento non si trovano dentro il pronto soccorso.
Un paziente anziano può rimanere in emergenza perché non esiste un posto disponibile in reparto.
Un paziente dimissibile può non poter tornare a casa perché manca un’assistenza territoriale adeguata.
Una persona con un problema non urgente può rivolgersi al pronto soccorso perché non riesce ad accedere rapidamente ad altri servizi.
Una struttura può avere medici e infermieri sufficienti ma non riuscire comunque a far uscire i pazienti perché il resto dell’ospedale è saturo.
Per questo aumentare semplicemente il personale del pronto soccorso non basta.
Serve una filiera.
Medicina territoriale.
Continuità assistenziale.
Posti letto.
Servizi sociali.
Assistenza domiciliare.
Percorsi rapidi.
Reparti capaci di accogliere tempestivamente i pazienti che devono essere ricoverati.
Il sovraffollamento è un problema di sistema perché nasce spesso dall’incapacità dell’intero sistema di far fluire i pazienti.
Una revisione del 2026 sulle strategie per ridurre il crowding indica tra gli interventi più efficaci triage integrato, percorsi rapidi, unità di valutazione accelerata, streaming dei pazienti e maggiore integrazione con l’assistenza primaria.
Il Regno Unito sta mostrando quello che potrebbe diventare normale anche altrove
Il caso britannico è particolarmente significativo perché la crisi non riguarda soltanto gli episodi di violenza.
Riguarda l’intero ambiente nel quale quella violenza si sviluppa.
Nell’estate 2026 il Royal College of Emergency Medicine ha denunciato livelli record di sovraffollamento: nel luglio scorso oltre 150 mila pazienti nei grandi dipartimenti di emergenza inglesi hanno atteso più di 12 ore; oltre 47 mila hanno trascorso più di 12 ore su una barella e circa 2.300 pazienti al giorno hanno ricevuto cure nei corridoi.
A giugno, la media giornaliera dei pazienti sottoposti a “corridor care” nei dipartimenti di emergenza inglesi era già di circa 2.241.
È difficile immaginare un ambiente più favorevole alla tensione.
Corridoi pieni, tempi lunghi, personale sotto pressione e pazienti che non capiscono quando verranno curati.
La violenza non nasce necessariamente da tutto questo.
Ma tutto questo può diventare un potente acceleratore della conflittualità.
La sicurezza non può essere soltanto una guardia davanti alla porta
Telecamere.
Pulsanti di allarme.
Guardie giurate.
Formazione sulla de-escalation.
Porte protette.
Presenza delle forze dell’ordine quando necessario.
Sono tutte misure importanti.
Il nuovo standard del NHS britannico sulla prevenzione della violenza richiede alle organizzazioni sanitarie di adottare sistemi per prevenire e registrare gli episodi, sostenere i lavoratori dopo un’aggressione, formarli adeguatamente e sviluppare piani specifici di riduzione del rischio.
È un approccio corretto.
Ma esiste una domanda ancora più difficile:
perché un ambiente sanitario deve arrivare a essere così pericoloso?
La risposta non può essere soltanto “perché ci sono persone violente”.
Alcune persone sono violente.
Altre sono confuse.
Altre sono terrorizzate.
Altre sono intossicate.
Altre hanno disturbi che possono alterare il comportamento.
Altre ancora reagiscono male alla frustrazione.
Il sistema deve essere progettato tenendo conto di questa realtà.

Medici e infermieri non possono diventare lo scudo del sistema
C’è un rischio che non dobbiamo accettare.
Che il personale sanitario diventi lo scudo umano di tutte le inefficienze del sistema.
Il medico non decide quanti posti letto siano disponibili.
L’infermiere non decide quanti operatori manchino.
Il professionista del triage non decide quanto tempo impiegherà un esame.
Chi lavora in prima linea, però, è la persona che il paziente vede.
Ed è contro quella persona che può scaricarsi la frustrazione.
È una dinamica profondamente ingiusta.
E nel lungo periodo può diventare anche un problema di reclutamento.
Se lavorare in emergenza significa accettare turni massacranti, stress continuo, rischio di aggressioni e responsabilità crescenti, diventa più difficile convincere giovani professionisti a scegliere quella specialità e trattenere chi già ci lavora.
La violenza, dunque, può diventare un altro fattore che alimenta la carenza di personale.
E la carenza di personale può a sua volta aumentare la pressione.
Un circolo vizioso.
Curare la malattia, non soltanto il sintomo
La metafora è inevitabile.
Un’aggressione è un evento concreto.
Va denunciata.
Va perseguita.
L’aggressore deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Ma se nello stesso pronto soccorso continuano ad accumularsi persone, barelle, ore di attesa e richieste senza risposta, abbiamo curato soltanto il sintomo.
La malattia è il malfunzionamento del sistema.
Non significa sostenere che un pronto soccorso efficiente sarebbe immune dalla violenza.
Non lo sarebbe.
La violenza sanitaria ha molte cause e alcune sono indipendenti dall’organizzazione ospedaliera.
Significa però riconoscere che un ambiente ordinato, prevedibile, comunicativo e adeguatamente dimensionato riduce le occasioni di conflitto.
E soprattutto permette ai professionisti di concentrarsi sulla loro funzione principale: curare.
La vera emergenza è restituire tempo alla medicina
Alla fine tutto torna a una parola.
Tempo.
Tempo per visitare.
Tempo per ascoltare.
Tempo per spiegare.
Tempo per decidere.
Tempo per dimettere in sicurezza.
Tempo per ricoverare.
Tempo per parlare con una famiglia.
Tempo per fermarsi qualche minuto dopo un’aggressione.
Quando il sistema è sovraccarico, il tempo scompare.
E quando scompare il tempo, aumenta la tensione.
Per questo la risposta alla violenza nei pronto soccorso deve avere due gambe.
La prima è la sicurezza: tolleranza zero per aggressioni, minacce e intimidazioni, protezione degli operatori, denuncia degli episodi, formazione e supporto dopo gli eventi.
La seconda è organizzativa: meno sovraffollamento, percorsi più rapidi, migliore assistenza territoriale, disponibilità di posti letto, comunicazione con i pazienti e una gestione dell’intero percorso assistenziale che non scarichi tutto sull’ultima porta del sistema.
Separarle sarebbe un errore.

Perché non possiamo abituarci
Il dato più inquietante, alla fine, non è soltanto quel 96%.
È l’idea che una parte degli operatori possa arrivare a considerare normale lavorare in un luogo dove essere insultati, minacciati o aggrediti fa parte della professione.
Non deve diventare normale.
Non deve essere il prezzo da pagare per fare il medico.
Non deve essere il prezzo da pagare per fare l’infermiere.
E non deve essere normale nemmeno per un paziente aspettare per ore in un corridoio senza sapere cosa succederà.
Un buon sistema sanitario protegge entrambi.
Protegge chi cura.
Protegge chi deve essere curato.
E soprattutto non mette i due gli uni contro gli altri.
La violenza contro i sanitari va fermata. Ma per fermarla davvero bisogna anche smettere di costruire pronto soccorso nei quali la tensione viene prodotta ogni giorno dall’attesa, dal sovraffollamento e dal disordine organizzativo.
Perché un ospedale sicuro non è semplicemente quello con più guardie.
È quello nel quale medici, infermieri e pazienti hanno finalmente lo spazio, il tempo e le condizioni per fare ciò per cui sono lì: curare ed essere curati.
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