Pinocchio, il bambino del mondo: il viaggio di unl burattino
🌐 Pinocchio torna a Roma, ma questa volta non è soltanto il protagonista di una nuova storia: è la guida di un viaggio attraverso il proprio mito. Il 24 ottobre, al MAXXI, la Festa del Cinema di Roma ospita in anteprima mondiale “Pinocchio, il bambino del mondo”, il documentario di Paolo Borraccetti che attraversa cinema, teatro, animazione, illustrazione, musica e danza per raccontare come il burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi sia diventato una figura universale. Con Guillermo del Toro, Francesca Comencini e Amalia Ruocco, il film arriva nell’anno del bicentenario della nascita di Collodi.
C’è un personaggio italiano che non ha mai avuto bisogno di un passaporto.
Ha attraversato confini, lingue, ideologie e generazioni. È entrato nei libri, nei film, nei cartoni animati, nei teatri, nei musical, nelle opere liriche e persino nella danza contemporanea.
Ha cambiato volto innumerevoli volte, ma è rimasto riconoscibile.
È Pinocchio, il burattino che da quasi un secolo e mezzo continua a comportarsi come se il mondo intero fosse il suo palcoscenico.
È proprio questo viaggio straordinario a essere raccontato da “Pinocchio, il bambino del mondo”, il nuovo documentario diretto da Paolo Borraccetti, che sarà presentato in anteprima mondiale sabato 24 ottobre alle 21.30 al MAXXI, all’interno della sezione Freestyle della 21ª Festa del Cinema di Roma.
Il film, della durata di 90 minuti, è una produzione Italia-Francia e arriva in un momento particolarmente significativo: il 2026 celebra infatti i 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi, l’autore al quale dobbiamo il personaggio di Pinocchio.
Ma il documentario non vuole semplicemente raccontare ancora una volta la storia del burattino.
Vuole raccontare che cosa è successo a Pinocchio dopo essere diventato Pinocchio.

Pinocchio non appartiene più soltanto all’Italia
La forza del progetto nasce da una domanda apparentemente semplice: come ha fatto una storia nata sulle pagine di una pubblicazione per ragazzi a trasformarsi in uno dei racconti italiani più conosciuti e reinterpretati nel mondo?
La risposta passa attraverso un viaggio internazionale.
Pinocchio è arrivato negli Stati Uniti, in Cina, in Iran, nell’Unione Sovietica, in Francia, in Spagna, in Messico e in molti altri Paesi, assumendo ogni volta forme differenti.
Il personaggio è cambiato insieme alle culture che lo hanno incontrato.
Eppure qualcosa è rimasto intatto.
Il burattino continua a rappresentare il desiderio di diventare altro da ciò che si è, la curiosità, la disobbedienza, la paura, il rapporto con la menzogna, il bisogno di essere riconosciuti e soprattutto il desiderio di diventare finalmente “veri”.
È probabilmente questo nucleo universale ad avergli permesso di superare ogni confine.
Un documentario costruito come un viaggio nel mito
“Pinocchio, il bambino del mondo” nasce dalla volontà di raccogliere un patrimonio enorme di immagini e testimonianze.
Il documentario utilizza infatti materiali d’archivio in gran parte inediti, attraversando film, animazione, libri illustrati, spettacoli teatrali, opere liriche, musical e danza contemporanea.
Non si tratta quindi di raccontare una sola versione di Pinocchio.
Al contrario.
Il film mette insieme le molte vite del personaggio.
Ogni cultura ha trovato nel burattino qualcosa di proprio e lo ha trasformato secondo la propria sensibilità.
Pinocchio diventa così una specie di specchio del mondo.
Lo stesso personaggio può assumere significati diversi a seconda del luogo nel quale viene rappresentato.
E proprio questa molteplicità rende il suo mito ancora più interessante.

La novità: questa volta Pinocchio racconta se stesso
C’è però un elemento che rende il documentario particolarmente originale.
Questa volta non sono soltanto gli studiosi, gli artisti o i registi a parlare di Pinocchio.
È Pinocchio stesso a prendere la parola.
Il personaggio rompe la quarta parete e diventa la guida dello spettatore.
La sua presenza conduce il pubblico attraverso gli spazi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, tra statue, bozzetti, maschere e laboratori, in un percorso notturno che trasforma il luogo della formazione artistica in una sorta di teatro del mito.
Il risultato è un ribaltamento interessante.
Pinocchio non viene più osservato soltanto dall’esterno.
Diventa il narratore della propria storia.
È come se, dopo essere stato rappresentato per generazioni da altri, il burattino avesse finalmente deciso di raccontare ciò che gli è accaduto.
Amalia Ruocco è Pinocchio
A dare corpo a questa nuova dimensione del personaggio è Amalia Ruocco, performer della compagnia Zaches Teatro.
Ed è qui che il documentario introduce un altro gioco sul tema dell’identità.
Dietro la maschera del burattino c’è infatti una donna.
La scelta non è casuale.
Pinocchio è da sempre un personaggio sospeso tra identità diverse: legno e carne, bambino e burattino, realtà e finzione, disobbedienza e desiderio di trasformazione.
Affidarlo a una performer significa accentuare proprio questa ambiguità.
Chi è davvero Pinocchio?
Il burattino?
Il bambino?
L’immagine che gli altri hanno costruito di lui?
Oppure tutte queste cose insieme?
Il documentario sembra partire proprio da questa domanda per affrontare il mito attraverso il movimento, il corpo e la teatralità.

Guillermo del Toro e Francesca Comencini nel viaggio
Tra le presenze che accompagnano il racconto ci sono anche Guillermo del Toro e Francesca Comencini, due personalità che hanno sviluppato nel loro lavoro un rapporto molto forte con il cinema, la memoria e la capacità delle immagini di trasformare una storia.
La presenza di del Toro assume un significato particolare.
Il regista messicano ha dedicato a Pinocchio una delle sue opere più personali, trasformando il racconto di Collodi attraverso l’animazione in stop-motion e affrontando il tema della crescita, della morte, della perdita e della libertà.
Il suo Pinocchio è diverso da molte versioni precedenti.
Ma proprio questa differenza dimostra la forza del personaggio originale.
Pinocchio può cambiare radicalmente senza smettere di essere Pinocchio.
È una caratteristica rara.
Molti personaggi diventano prigionieri della propria immagine più famosa.
Lui no.
Continua a sopravvivere proprio grazie alla possibilità di essere reinventato.
Da Collodi a Disney: quante vite ha avuto Pinocchio?
Una delle ragioni della sua straordinaria diffusione è la capacità di adattarsi.
La versione letteraria di Collodi appartiene alla Firenze e all’Italia di fine Ottocento.
Le successive interpretazioni hanno invece spostato il personaggio in altri contesti culturali.
L’animazione lo ha trasformato.
Il cinema lo ha riscritto.
Il teatro lo ha portato sul palcoscenico.
La musica ne ha fatto un personaggio da cantare.
La danza ne ha esplorato il corpo.
L’illustrazione ne ha moltiplicato i volti.
Ogni epoca ha creato il proprio Pinocchio.
E ogni volta il pubblico ha riconosciuto qualcosa di familiare.
È questo uno dei paradossi del personaggio: più viene reinterpretato, più dimostra di appartenere a tutti.
Il burattino che ha attraversato ideologie e confini
Il documentario non si limita a una panoramica artistica.
Il viaggio di Pinocchio racconta anche qualcosa della storia culturale del Novecento.
Il personaggio è stato reinterpretato in contesti politici e sociali molto diversi.
Ha attraversato il mondo occidentale, l’Asia, l’America Latina e Paesi caratterizzati da sistemi ideologici profondamente differenti.
E ogni volta è stato possibile adattarlo a nuove esigenze narrative.
Questo dimostra una caratteristica fondamentale delle grandi opere: un personaggio universale non è necessariamente quello che mantiene sempre la stessa forma, ma quello che riesce a sopravvivere cambiando forma.
Pinocchio è esattamente questo.
Un’identità mobile.
Un personaggio che può essere bambino, burattino, ragazzo, simbolo, maschera, creatura fantastica o metafora.
La bugia è solo una piccola parte della storia
Quando si pensa a Pinocchio, il primo elemento che viene in mente è spesso il naso che cresce quando racconta una bugia.
Ma ridurre il personaggio alla menzogna significa perdere quasi tutto il resto.
Pinocchio parla soprattutto di trasformazione.
Vuole essere diverso.
Vuole essere accettato.
Vuole conoscere il mondo.
Vuole sfuggire alle regole e contemporaneamente trovare qualcuno che gli indichi una direzione.
Vuole essere libero e, nello stesso tempo, desidera appartenere a qualcuno.
Sono contraddizioni profondamente umane.
E forse è proprio per questo che il personaggio continua a funzionare anche per gli adulti.
Pinocchio non è soltanto il bambino che mente. È l’essere umano che sta imparando a diventare se stesso.
Il bambino del mondo
Il titolo del documentario contiene una definizione che va oltre la geografia.
Pinocchio è “il bambino del mondo” non soltanto perché è conosciuto in molti Paesi.
È il bambino del mondo perché ogni società può riconoscere in lui una parte della propria infanzia.
La paura di essere esclusi.
La curiosità verso ciò che non conosciamo.
La tentazione di disobbedire.
Il desiderio di essere indipendenti.
La difficoltà di capire le conseguenze delle proprie azioni.
La voglia di diventare grandi senza sapere esattamente che cosa significhi.
Sono esperienze che non hanno nazionalità.
Per questo Pinocchio può parlare a un bambino cinese, a un ragazzo italiano, a un adulto messicano o a uno spettatore iraniano.
La sua storia è locale nella forma, ma universale nella sostanza.
Il bicentenario di Collodi
Il 2026 aggiunge un ulteriore livello al progetto.
Il documentario arriva infatti nel pieno delle celebrazioni per i 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi, nato nel 1826.
È quindi l’occasione per tornare non soltanto sul personaggio, ma anche sulla straordinaria eredità dell’autore che lo ha creato.
Collodi probabilmente non avrebbe potuto immaginare la dimensione internazionale raggiunta dalla sua creatura.
Quando “La storia di un burattino” cominciò a essere pubblicata nel 1881 sul Giornale per i bambini, nessuno poteva sapere che quel personaggio sarebbe diventato una delle figure più riconoscibili della cultura italiana nel mondo.
La sua storia avrebbe attraversato più di un secolo.
E Pinocchio avrebbe continuato a crescere proprio mentre cambiava.
Il MAXXI diventa il punto d’incontro tra passato e presente
La scelta del MAXXI per l’anteprima mondiale non è un semplice dettaglio logistico.
Il museo romano è uno spazio dedicato all’arte contemporanea e alla sperimentazione.
Portare qui Pinocchio significa collocare un personaggio nato nell’Ottocento dentro uno spazio fortemente legato alla cultura contemporanea.
È un incontro simbolico.
Da una parte c’è Collodi.
Dall’altra ci sono cinema, video, performance, installazioni e nuovi linguaggi.
In mezzo c’è Pinocchio.
Un personaggio antico che continua a sembrare contemporaneo.
La 21ª Festa del Cinema di Roma, in programma dal 13 al 25 ottobre, dedica al documentario la serata di sabato 24 ottobre alle 21.30 nella sezione Freestyle Arts del MAXXI.
Un film costruito sulla memoria delle immagini
Uno degli aspetti più affascinanti del progetto è il lavoro sugli archivi.
Raccogliere le diverse rappresentazioni di Pinocchio significa costruire una sorta di atlante visivo del personaggio.
Un’immagine dopo l’altra, il pubblico può assistere alla metamorfosi del burattino.
Un Pinocchio cinematografico.
Un Pinocchio teatrale.
Un Pinocchio illustrato.
Un Pinocchio musicale.
Un Pinocchio danzante.
Un Pinocchio reinterpretato da culture lontane.
Il film diventa così anche una riflessione sul potere dell’immagine.
Perché ogni rappresentazione non racconta soltanto Pinocchio.
Racconta anche la società che lo ha rappresentato.
Perché Pinocchio continua a inquietarci
C’è un lato di Pinocchio che spesso viene messo in secondo piano: quello inquietante.
Il legno che prende vita.
Gli occhi che sembrano osservare.
Il corpo che non è completamente umano.
La metamorfosi.
La paura di essere scoperti.
La possibilità di trasformarsi.
Il rapporto con la morte e con la perdita.
Sono elementi che spiegano anche perché il personaggio abbia affascinato tanto artisti contemporanei e registi capaci di guardare alla fiaba come a qualcosa di più complesso di un semplice racconto per bambini.
Pinocchio è rassicurante e perturbante allo stesso tempo.
È un bambino che vuole diventare umano, ma è anche un essere che non appartiene completamente a nessun mondo.
Forse è proprio questa ambiguità a renderlo eterno.
Il Pinocchio di oggi non ha bisogno di essere identico a quello di ieri
Una delle lezioni più interessanti che emerge dal progetto di Borraccetti è che non esiste un solo Pinocchio.
Esistono tanti Pinocchi.
Quello di Collodi.
Quello del cinema.
Quello dei teatri.
Quello dei bambini.
Quello degli illustratori.
Quello di chi lo ha incontrato per la prima volta da adulto.
Quello di chi lo ha usato per parlare di libertà, crescita, identità o trasformazione.
Il personaggio continua a vivere proprio perché nessuno possiede definitivamente il suo significato.
Ogni generazione può prenderlo e riscriverlo.
Può guardarlo con occhi nuovi.
Può scoprire nella sua storia qualcosa che le generazioni precedenti non avevano visto.
Una storia italiana diventata patrimonio del mondo
È forse questa la vera ragione per cui il titolo “Il bambino del mondo” funziona così bene.
Pinocchio nasce italiano.
Ma non è rimasto italiano.
È diventato un patrimonio condiviso.
Il suo viaggio racconta una delle forme più affascinanti della cultura: la capacità di una storia locale di diventare universale senza perdere completamente le proprie radici.
Il burattino continua a portarsi dietro la voce di Collodi, la Toscana, la bottega di Geppetto, il Gatto e la Volpe, la Fata, il Grillo Parlante.
Ma contemporaneamente è entrato in mondi completamente diversi.
È stato tradotto, disegnato, filmato, scolpito, danzato e reinventato.
E ogni volta è rinato.
L’appuntamento da non perdere a Roma
L’appuntamento è fissato per sabato 24 ottobre alle 21.30 al MAXXI, nell’ambito della 21ª Festa del Cinema di Roma.
“Pinocchio, il bambino del mondo” è diretto da Paolo Borraccetti e vede tra i protagonisti e testimoni Guillermo del Toro, Francesca Comencini e Amalia Ruocco, insieme a Davide Iodice, Caroline Anthérieu-Yagbasan, Toby Olié, Francesca Tancini, Narjes Ghorbani, Gao Changxu, Anna Lushenkova Foscolo e Alida Baldari Calabria.
Il documentario è prodotto da Lilium Distribution, Tag Film e D-Hub Studios, in collaborazione con Rai Documentari, ARTE G.E.I.E., Multimedia San Paolo – Milano e Accademia di Belle Arti di Firenze.
Pinocchio non è mai diventato grande davvero
Ed è forse proprio questo il suo segreto.
Pinocchio continua a essere un bambino.
Non perché non cresca, ma perché la sua storia parla continuamente del desiderio di crescere.
Ogni volta che qualcuno guarda il personaggio, può riconoscere quel momento della vita nel quale non sa ancora chi diventerà.
Il legno non è ancora carne.
Il bambino non è ancora adulto.
La bugia non è ancora consapevolezza.
La fuga non è ancora libertà.
La disobbedienza non è ancora autonomia.
Tutto è ancora possibile.
E forse è per questo che Pinocchio continua a viaggiare.
Perché il mondo cambia, le immagini cambiano, le tecnologie cambiano, i linguaggi cambiano.
Ma resta sempre qualcuno che vuole capire chi è, da dove viene e chi può diventare.
Quella domanda non appartiene soltanto a un burattino.
Appartiene a tutti noi.
E così, a 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi, Pinocchio torna a Roma per raccontare la sua storia più grande: non quella di un bambino che voleva diventare un uomo, ma quella di un personaggio italiano che è riuscito a diventare il bambino di tutto il mondo.
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