Matteo Berrettini e la maschera LED: la terapia della luce
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Toggle🌐 Matteo Berrettini e la maschera LED: la terapia della luce è una delle tecnologie utilizzate nel recupero degli atleti e punta a sostenere pelle, muscoli e tempi di recupero dopo gli sforzi intensi.
Una maschera bianca illuminata sul viso, gli auricolari, un dispositivo appoggiato sulla coscia e un telecomando sul letto. È bastato questo dettaglio, apparentemente insolito, per attirare l’attenzione su uno degli ultimi scatti condivisi da Matteo Berrettini dopo la parentesi americana.
Il tennista romano ha raccolto in un carosello social immagini molto diverse del suo periodo negli Stati Uniti. Tra campi da tennis, momenti di vita quotidiana e fotografie lontane dalla competizione, quella dedicata al recupero fisico ha inevitabilmente incuriosito i follower.
La scena è quella di un atleta che, lontano dal rumore dello stadio, continua a lavorare sul proprio corpo. E la tecnologia che compare nella fotografia racconta bene quanto sia diventato sofisticato il concetto di recupero nello sport professionistico.
Berrettini ha infatti chiuso il suo percorso agli US Open 2026 al secondo turno, dopo la vittoria all’esordio contro Stan Wawrinka e la successiva sconfitta contro l’argentino Mariano Navone in quattro set.
Ma che cos’è esattamente quella luce sul viso? E soprattutto: la terapia della luce può davvero aiutare un atleta a recuperare più rapidamente?

Che cos’è la terapia della luce usata dagli atleti
Il termine più corretto per descrivere una parte di queste tecnologie è fotobiomodulazione, spesso indicata con l’acronimo PBM o PBMT.
Si tratta dell’utilizzo controllato di determinate lunghezze d’onda della luce, generalmente nel campo del rosso e del vicino infrarosso, con l’obiettivo di provocare una risposta biologica nei tessuti. Non bisogna quindi confonderla con una semplice lampada riscaldante né con una terapia basata sull’ossigeno.
Il principio è relativamente semplice: la luce viene indirizzata verso una determinata zona del corpo e, a seconda della lunghezza d’onda, della potenza e della durata dell’esposizione, può interagire con i tessuti.
È proprio la combinazione di questi parametri a rendere la materia molto più complessa di quanto suggerisca l’espressione generica “terapia della luce”.
Nel caso della fotografia di Berrettini, inoltre, non è possibile stabilire soltanto dall’immagine quale dispositivo preciso stia utilizzando, quali lunghezze d’onda emetta o quale protocollo gli sia stato prescritto. La luce visibile che appare blu non basta, da sola, a identificare il trattamento.
Perché una maschera LED può interessare uno sportivo
Una maschera LED applicata al volto può avere finalità differenti a seconda della tecnologia impiegata.
Alcuni dispositivi sono pensati principalmente per la cura della pelle, mentre altri utilizzano specifiche lunghezze d’onda nell’ambito della fotobiomodulazione. Non tutte le maschere LED, dunque, sono equivalenti e non tutte hanno lo stesso obiettivo.
Nel mondo dello sport il possibile interesse è legato anche alla gestione dello stress fisico e dei processi infiammatori. Dopo settimane di allenamenti, partite, trasferimenti e recuperi incompleti, ogni elemento capace di inserirsi in una strategia più ampia di preparazione può diventare interessante.
Questo non significa, però, che una maschera possa sostituire sonno, alimentazione, fisioterapia, riposo e programmazione del carico. La tecnologia viene piuttosto considerata come uno strumento complementare.
Ed è proprio questa la chiave per leggere la fotografia di Berrettini: non una soluzione miracolosa, ma un frammento di quella complessa routine che accompagna ormai gli atleti di alto livello anche fuori dal campo.
La luce rossa e il vicino infrarosso
Quando si parla di recupero muscolare, l’attenzione scientifica si concentra soprattutto sulle lunghezze d’onda utilizzate nella fotobiomodulazione.
Il rosso e il vicino infrarosso vengono studiati per la loro capacità di interagire con i tessuti e di influenzare alcuni processi cellulari. L’ipotesi è che questa stimolazione possa contribuire a modulare alcuni meccanismi collegati a stress ossidativo, infiammazione e produzione energetica cellulare.
La questione più importante, però, riguarda quanto sia realmente efficace il trattamento. E qui il quadro scientifico è più interessante di quanto potrebbe sembrare.

Cosa dicono gli studi più recenti sul recupero muscolare
Nel 2026 sono arrivate nuove analisi che hanno cercato di mettere ordine tra i numerosi studi sulla fotobiomodulazione applicata allo sport.
Una meta-analisi pubblicata nell’estate 2026 ha preso in esame studi randomizzati sulla capacità della fotobiomodulazione di influenzare indolenzimento muscolare post-esercizio e perdita di forza. I risultati indicano possibili benefici sulla percezione del dolore muscolare e sul mantenimento della forza nelle ore e nei giorni successivi allo sforzo, pur con differenze legate ai protocolli utilizzati.
Un’altra meta-analisi, dedicata a giocatori di pallavolo e calcio, ha osservato una riduzione dei livelli di creatinchinasi e alcuni segnali favorevoli sulla capacità di sostenere le ripetizioni, pur senza dimostrare un miglioramento significativo di ogni parametro della prestazione.
È un dettaglio fondamentale perché ridimensiona l’idea della luce come una sorta di “acceleratore universale” del recupero.
I risultati dipendono dalla dose, dalla lunghezza d’onda, dalla zona trattata e dal momento in cui viene effettuata la seduta.
Ecco perché un dispositivo domestico e un apparecchio utilizzato all’interno dello staff medico di un atleta professionista non possono essere automaticamente considerati equivalenti.
E quel dispositivo sulla coscia di Berrettini?
L’altro elemento che compare nella fotografia è forse ancora più interessante della maschera.
Sulla coscia del tennista si vede un apparecchio collegato a un sistema di controllo. Dalla sola fotografia, però, non è possibile identificare con certezza la tecnologia utilizzata.
Potrebbe trattarsi di un dispositivo destinato alla fotobiomodulazione muscolare, ma nell’ambito del recupero sportivo esistono anche tecnologie differenti: elettrostimolazione, compressione, dispositivi termici e altri sistemi utilizzati per intervenire sui tessuti dopo uno sforzo.
La prudenza è quindi necessaria.
Attribuire automaticamente quell’apparecchio alla stessa terapia della maschera sarebbe un errore. Il punto interessante è piuttosto un altro: il recupero moderno tende sempre più a combinare strumenti diversi, scelti in funzione delle esigenze dell’atleta.
Una revisione sistematica con meta-analisi ha, per esempio, confrontato fotobiomodulazione, stimolazione neuromuscolare e compressione intermittente, evidenziando come le diverse strategie non producano necessariamente gli stessi risultati. Per la fotobiomodulazione sono emersi segnali favorevoli sul dolore muscolare e sulla performance successiva, ma con un livello di certezza non sempre elevato.

Per Berrettini il recupero è parte della prestazione
La fotografia acquista un significato particolare considerando la storia recente del tennista.
Il problema, per un atleta che affronta una stagione di alto livello, non è semplicemente essere pronto per la partita successiva. È riuscire a ripetere prestazioni ad alta intensità per settimane, gestendo allenamenti, trasferte, partite e piccoli acciacchi senza trasformarli in problemi più seri.
Berrettini ha dovuto fare i conti negli ultimi anni con diversi stop fisici. La ricerca di una gestione sempre più precisa del recupero diventa quindi una parte naturale del lavoro quotidiano.
Agli US Open 2026 il suo torneo si è interrotto dopo una battaglia di tre ore e 29 minuti contro Navone. L’italiano aveva conquistato il primo set, prima di subire la rimonta dell’argentino, che ha chiuso la partita al tie-break del quarto parziale.
Non è possibile stabilire se la tecnologia mostrata nella fotografia abbia avuto un ruolo concreto nella sua preparazione o nel recupero dopo le partite. Ma lo scatto restituisce una fotografia molto precisa del tennis contemporaneo, nel quale la preparazione non termina quando l’atleta lascia il campo.
Non è una cura miracolosa, ma un tassello del recupero
La vera novità non è quindi la presenza di una maschera luminosa sul volto di un campione.
La novità è il modo in cui la tecnologia è entrata nella routine degli sportivi: strumenti sempre più compatti, utilizzabili anche in una stanza d’albergo, che permettono di integrare il lavoro dello staff con momenti di recupero durante tornei molto intensi.
Gli studi più recenti suggeriscono che la fotobiomodulazione possa avere effetti interessanti sul dolore muscolare e su alcuni indicatori del recupero, ma non autorizzano a trasformarla in una promessa universale. Anche le ricerche condotte su atleti mostrano risultati differenti a seconda del protocollo.
È dunque sbagliato pensare che basti indossare una maschera LED per “riparare” i muscoli dopo una partita.
La logica è molto più simile a quella di un pit stop: ogni intervento deve contribuire a rimettere l’atleta nelle condizioni migliori per il lavoro successivo.
E quella fotografia di Berrettini, apparentemente curiosa, racconta proprio questo. Dietro una maschera illuminata e un dispositivo sulla coscia c’è la parte meno spettacolare dello sport professionistico: quella fatta di recupero, prevenzione, tecnologia e attenzione maniacale ai dettagli.
Perché nel tennis di vertice, dove una stagione può essere condizionata da un singolo problema fisico, anche il tempo trascorso sdraiati su un letto può diventare parte dell’allenamento.
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