Mancano 315mila esperti di AI: ecco dove trovarli è più difficile
🌐 Esperti di AI introvabili: nel 2025 le imprese italiane hanno cercato oltre 621mila lavoratori con competenze digitali avanzate, ma per più della metà è stato difficile trovare il candidato giusto. La Lombardia concentra il maggior numero di profili mancanti, mentre in alcune regioni la percentuale di difficoltà supera ampiamente la metà delle richieste.
L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente nelle imprese italiane, ma il mercato del lavoro rischia di non essere pronto a sostenerne la crescita.
Il problema non riguarda soltanto la tecnologia, gli investimenti o la disponibilità di infrastrutture. A mancare sono soprattutto le persone capaci di utilizzare, integrare e governare queste tecnologie.
Nel 2025 le imprese italiane hanno richiesto 621.180 lavoratori con competenze digitali avanzate. Di questi, ben 315.560 sono risultati difficili da reperire, pari al 50,8% del totale.
In pratica, per più di una posizione su due le aziende hanno incontrato difficoltà nel trovare il professionista cercato.
Il dato emerge da un’indagine dell’Ufficio Studi di Confartigianato e fotografa una delle principali contraddizioni della trasformazione digitale italiana: cresce la domanda di tecnologia, ma non altrettanto velocemente cresce la disponibilità di competenze necessarie per sfruttarla.
E il fenomeno non riguarda esclusivamente l’intelligenza artificiale in senso stretto.
Le imprese investono, ma mancano le competenze
La ricerca considera un insieme di tecnologie che stanno trasformando profondamente il modo di lavorare: intelligenza artificiale, cloud computing, Industrial Internet of Things, data analytics e big data, realtà virtuale e aumentata e blockchain.
Il dato più significativo è che il 71,8% delle imprese italiane ha effettuato investimenti in almeno uno di questi ambiti tecnologici.
La percentuale sale al 73,4% nei servizi, mentre raggiunge il 70,8% nel comparto che comprende manifattura, utilities e costruzioni.
La direzione sembra quindi chiara: le aziende stanno investendo.
Il problema arriva quando bisogna trasformare l’investimento in competenze operative.
Una piattaforma di intelligenza artificiale, un sistema di analisi dei dati o una nuova infrastruttura cloud non producono automaticamente valore. Servono persone in grado di selezionare gli strumenti, integrarli nei processi aziendali, interpretare i risultati e controllarne rischi e limiti.
È questa la distanza che il mercato del lavoro italiano fatica ancora a colmare.

Lombardia prima per numero di professionisti introvabili
A livello territoriale, la Lombardia rappresenta il caso più evidente.
La regione guida infatti la classifica sia per volume complessivo della domanda sia per numero assoluto di professionalità difficili da trovare.
Nel 2025 le imprese lombarde hanno richiesto 121.440 lavoratori con competenze digitali avanzate. Di questi, 60.960 sono risultati di difficile reperimento, pari al 50,2%.
Sono numeri enormi in termini assoluti.
La Lombardia concentra una parte consistente delle attività produttive, dei servizi avanzati e delle imprese tecnologiche italiane. È quindi naturale che anche la domanda di professionisti digitali sia particolarmente elevata.
Ma il dato rivela anche un’altra questione: nemmeno il territorio italiano più forte dal punto di vista economico riesce a soddisfare completamente la domanda di competenze tecnologiche avanzate.
Dove la carenza è maggiore in proporzione
Se si passa dai numeri assoluti alle percentuali, lo scenario cambia.
La Lombardia non è infatti necessariamente la regione nella quale trovare un professionista digitale è più difficile in termini relativi.
Le percentuali più elevate vengono registrate in Trentino-Alto Adige, Umbria e Friuli-Venezia Giulia, dove la quota di profili difficili da reperire risulta particolarmente alta.
È una distinzione importante.
Una regione può avere un numero assoluto di richieste molto inferiore alla Lombardia e, allo stesso tempo, incontrare una difficoltà maggiore nel coprire le posizioni disponibili.
Questo significa che il problema delle competenze digitali non è soltanto una questione delle grandi aree metropolitane o dei principali distretti tecnologici.
Riguarda anche territori nei quali il mercato del lavoro ha dimensioni più contenute e dove il bacino di professionisti specializzati può essere più ristretto.
Il problema non è soltanto trovare programmatori
Quando si parla di carenza di competenze per l’intelligenza artificiale, il rischio è immaginare esclusivamente sviluppatori e ingegneri informatici.
La trasformazione in corso è molto più ampia.
Le imprese hanno bisogno di persone capaci di lavorare con i dati, interpretare modelli, comprendere i processi produttivi, utilizzare strumenti digitali e collegare la tecnologia agli obiettivi aziendali.
In molti casi il profilo ideale non è quindi soltanto quello del tecnico altamente specializzato.
Servono anche professionisti che conoscano il settore nel quale l’AI viene applicata.
Un’azienda manifatturiera, per esempio, può avere bisogno di competenze differenti rispetto a una società di servizi finanziari o a un’impresa commerciale.
La sfida diventa così quella di combinare competenze tecnologiche e conoscenza del business.

«Servono persone capaci di governare l’AI»
È questo uno degli aspetti più importanti della trasformazione digitale.
L’intelligenza artificiale non è semplicemente uno strumento da acquistare e installare. Deve essere governata.
Significa comprendere quali attività possano essere automatizzate, quali dati utilizzare, come verificare la qualità degli output prodotti dai sistemi e come gestire i rischi legati a privacy, sicurezza, affidabilità e responsabilità.
In altre parole, non basta sapere utilizzare un chatbot o generare un’immagine.
Per un’impresa, la vera competenza consiste nel capire quando l’intelligenza artificiale può creare valore e quando, invece, può introdurre nuovi problemi.
È una differenza destinata a diventare sempre più importante nei prossimi anni.
La metà delle richieste rischia di restare scoperta
Il dato del 50,8% di difficile reperimento rappresenta quindi un campanello d’allarme.
Se un’azienda vuole introdurre una nuova tecnologia ma non trova le persone necessarie per gestirla, il rischio è che l’investimento rimanga parzialmente inutilizzato.
Oppure che l’impresa debba rivolgersi a consulenti esterni, aumentare i costi oppure rinviare il progetto.
In altri casi potrebbe decidere di procedere comunque, affidando strumenti sofisticati a personale che non dispone di una preparazione sufficiente.
Anche questa soluzione presenta rischi.
La qualità della trasformazione digitale dipende dalla qualità delle competenze che la accompagnano.
Il paradosso della trasformazione digitale italiana
Il fenomeno produce un paradosso.
Da una parte, le imprese mostrano una crescente disponibilità a investire nelle tecnologie emergenti. Dall’altra, il mercato del lavoro non riesce a fornire abbastanza persone preparate.
Questo squilibrio può diventare un freno alla competitività.
L’intelligenza artificiale promette infatti di aumentare produttività, velocizzare alcune attività, migliorare l’analisi delle informazioni e automatizzare processi ripetitivi.
Ma tutti questi vantaggi richiedono una condizione preliminare: qualcuno deve saper progettare, implementare e controllare questi sistemi.
La tecnologia può essere acquistata.
Le competenze, invece, richiedono tempo per essere costruite.

Università, formazione e imprese davanti alla stessa sfida
Il problema della carenza di professionisti digitali chiama in causa quindi anche il sistema della formazione.
Università, istituti tecnici, percorsi professionalizzanti e formazione aziendale devono riuscire a tenere il passo con un mercato nel quale le competenze richieste cambiano rapidamente.
Il punto non è soltanto aumentare il numero di laureati nelle discipline scientifiche e tecnologiche.
Serve anche aggiornare continuamente le competenze di chi è già al lavoro.
Un professionista che ha iniziato la propria carriera prima della diffusione dell’AI generativa non è necessariamente fuori dal mercato. Può però avere bisogno di acquisire nuove competenze per utilizzare correttamente strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano.
Questa formazione continua potrebbe diventare una delle chiavi per ridurre il divario.
Anche le piccole imprese devono affrontare la rivoluzione dell’AI
La trasformazione non riguarda soltanto i grandi gruppi.
Il dato sugli investimenti mostra una diffusione significativa delle tecnologie digitali anche nel tessuto produttivo più ampio.
Per una piccola impresa, tuttavia, affrontare la carenza di competenze può essere ancora più complesso.
Una grande azienda può creare un dipartimento dedicato all’intelligenza artificiale o assumere un gruppo di specialisti. Una piccola realtà potrebbe invece aver bisogno di una sola persona capace di svolgere più funzioni contemporaneamente.
Ed è proprio questa figura ibrida a essere potenzialmente molto richiesta: qualcuno che conosca la tecnologia ma anche i processi aziendali, sappia dialogare con fornitori e dipendenti e riesca a trasformare uno strumento digitale in un risultato concreto.
Le competenze digitali diventano una questione strategica
La carenza di 315mila profili non dovrebbe quindi essere interpretata soltanto come un problema del mercato del lavoro.
È anche una questione di politica industriale e competitività nazionale.
Se l’Italia vuole sfruttare davvero l’intelligenza artificiale, dovrà aumentare la capacità di formare e attrarre professionisti specializzati.
Questo significa intervenire su più livelli: formazione, aggiornamento professionale, attrazione di talenti, collaborazione tra imprese e università e diffusione della cultura digitale anche tra chi occupa ruoli non tecnici.
Perché la trasformazione dell’AI non riguarderà soltanto gli informatici.
Cambierà il lavoro di moltissime persone che oggi non si considerano affatto professionisti tecnologici.
La vera sfida non è comprare l’AI, ma saperla usare
Il dato del 2025 lascia quindi un messaggio preciso.
Le imprese italiane stanno mostrando una crescente propensione a investire nelle nuove tecnologie. Ma l’investimento tecnologico rischia di correre più velocemente della capacità del mercato del lavoro di fornire le competenze necessarie.
La Lombardia rappresenta il caso più evidente per dimensioni, con quasi 61mila professionalità difficili da reperire. Trentino-Alto Adige, Umbria e Friuli-Venezia Giulia mostrano invece quanto il problema possa essere rilevante anche in rapporto alla domanda territoriale.
Nei prossimi anni la competizione tra imprese potrebbe quindi giocarsi non soltanto sull’accesso ai software più avanzati o alla potenza di calcolo.
Potrebbe giocarsi soprattutto sulla capacità di trovare, formare e trattenere le persone che sanno trasformare l’intelligenza artificiale in valore reale.
E questa potrebbe essere la vera emergenza del mercato del lavoro nell’era dell’AI: non la mancanza di tecnologia, ma la mancanza di persone capaci di governarla.
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