6:49 pm, 5 Ottobre 26 calendario

L’arte è vita. La vita è arte. L’importanza di entrambe è esagerata e fraintesa

Di: S.D.P.

 Così pensava Keith Haring. E così diceva spesso per cercare di spiegare il suo sguardo sul mondo. Ma partiamo dall’inizio. Dall’Italia dove per lui tutto comincio.

Da quel 1983 quando  tenne la sua prima personale italiana alla Galleria Lucio Amelio di Napoli, per cui realizzò anche un’opera per Terrae Motus; quando a Milano dipinge il flagship store Fiorucci e poi  a Roma, nel 1984 quando  dipinge un murale (oggi perduto, vergognosamente cancellato) sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni e a Pisa, quando nel 1989 lascia Tuttomondo, il suo ultimo grande lavoro. Dall’Italia si torna poi alle origini. Alla strada e alla metropolitana di New York, dove un pezzo di gesso bianco su un pannello pubblicitario vuoto diventa, ogni giorno, un’opera perchè, come diceva Haring,  “Il disegno vive di magia” e da quella magia arcaica nascono i celebri Subway Drawings, insieme ai pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo l’autostrada FDR Drive, portando  Haring ben oltre i confini della tela.

Tutto questo offre la mostra appena inaugurata a Roma, a  Palazzo Braschi dedicata a un artista divenuto icona di una fetta di contemporaneità. Di vita e di arte.

Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027 ecco Keith Haring, curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, oltre 140 opere e materiali concessi eccezionalmente in prestito dallaNakamura Keith Haring Collection, la maggiore raccolta al mondo dedicata all’artista, affiancati da importanti prestiti pubblici e privati, un caleidoscopio di tecniche e linguaggi che restituisce tutta la versatilità di Haring. Dalle  stampe alle opere su carta, dai  disegni ai poster, dalle sculture  ai celebri Subway Drawings, con cui l’artista diede inizio alla sua carriera disegnando a gessetto sui pannelli della metropolitana di New York, e agli iconici pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo l’autostrada FDR Drive di Manhattan sino agli oggetti  su cui Haring impresse il proprio segno, come la motocicletta Yamaha dipinta dall’artista proprio durante la sua presenza a Roma nel 1984.

Avanti e indietro nel tempo, passo dopo passo. Da ‘Icons’, la serie del 1990 che raccoglie le sue figure più iconiche –il Bambino Radiante, l’Angelo, il Cane, l’Uomo Alato– alla sezione dedicata all’impegno politico e sociale,  a poster e opere come ‘Free South Africa’, ‘Crack Down!’ e ‘Safe Sex! ‘  che trasformano l’immagine in presa di parola pubblica contro razzismo, apartheid, guerra nucleare e AIDS sulla scia delle sue parole: “Non credo che l’arte sia propaganda: deve liberare l’anima”.

Da qui  alla sezione “Radiant Eros – Celebrate Life”, opere come le tavole Bad Boys e il monumentale Untitled del 1984, realizzate con pigmenti fluorescenti e presentate con luce nera, e che  raccontano il corpo, il desiderio e la gioia di vivere come un atto di resistenza, nel pieno della crisi dell’AIDS. Lo stesso battito vitale attraversa il suo rapporto con la musica, tra club newyorkesi e poster per festival e dischi, dove il segno di Haring si fa ritmo e danza. Si passa quindi a una dimensione più simbolica e spirituale, dove il Serpente, la Croce, l’Angelo e la Piramide diventano un vocabolario capace di attraversare culture e fedi diverse, dall’arte africana e precolombiana fino alll’iconografia cristiana scoperta da Haring nei suoi soggiorni romani.E sino al culmine emotivo con  ‘Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ’, le due opere in cui Haring, ormai consapevole della propria fine, guarda la morte in faccia, prima rispondendo al caos apocalittico dello scrittore William S. Burroughs, poi affidandosi alla forma della pala d’altare cristiana per la sua ultima, personalissima riflessione su fede e trascendenza.

“Questa esposizione su Keith Haring rende omaggio non solo all’artista e alle sue opere rivoluzionarie ma anche al concetto di ‘opera artistica pubblica’: penso ai disegni e ai graffiti nella metropolitana di New York, o ancora agli oltre cinquanta metri di murale che avvolge una piscina comunale nel West Village, ancora a New York. La conquista della città o meglio dire il ‘dono alla città’ di Keith Haring ha avuto un impatto in ogni spazio in cui ha lasciato qualcosa del suo lavoro, rappresentando una cultura artistica popolare che parla a tutti, proprio per diffondere un messaggio su larga scala: l’arte è per tutti, la cultura è per tutti-ha detto presentando la mostra Massimiliano Smeriglio-La sua eredità non sta solo nelle opere di street art ma anche nelle diverse e numerose installazioni, creazioni e opere di arte relazionale. L’esposizione di Palazzo Braschi coglie tutti gli aspetti della sua opera, riuscendo a restituire una narrazione tanto completa quanto incredibile di un artista spentosi a soli 31 anni. Ringrazio il lavoro fatto per allestire questa incredibile mostra e ringrazio la Nakamura Keith Haring Collection per gli importanti prestiti, oltre alla concessione delle sue opere anche da parte di altri privati” .

 

5 Ottobre 2026
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