Giallo di Pietracatella, nuove verifiche sui computer delle scuole
🌐 Pietracatella, ricina, Gianni Di Vita e indagini informatiche: il caso della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara torna al centro dell’attenzione. Il padre e marito delle vittime esclude di essersi mai sentito un possibile bersaglio, mentre gli investigatori hanno esteso le verifiche ai sistemi informatici di quattro istituti scolastici, compreso quello di Casacalenda, dove si cercano eventuali tracce digitali utili a ricostruire la vicenda.
Le parole di Gianni Di Vita riaccendono il caso
«Non ho mai creduto che volessero uccidermi». È questa la posizione espressa da Gianni Di Vita, l’ex sindaco di Pietracatella rimasto senza la moglie Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara, appena quindicenne. Le due donne sono morte nel dicembre 2025 dopo un avvelenamento da ricina, il potente veleno al centro dell’inchiesta giudiziaria.
Di Vita ha chiarito di non aver mai pensato che qualcuno volesse colpire direttamente lui, né che la moglie e la figlia fossero state prese di mira deliberatamente. Sulle responsabilità e sulle possibili spiegazioni del duplice decesso, invece, ha scelto di non avanzare ipotesi, rimandando il compito agli investigatori.
Il suo messaggio è netto: non considera sé stesso il bersaglio di un piano omicidiario, almeno sulla base di ciò che ha sempre creduto. Una dichiarazione che assume particolare rilievo mentre gli accertamenti cercano di stabilire come sia avvenuta l’esposizione alla ricina e chi possa aver avuto un ruolo nella vicenda.

Quattro scuole sotto esame: la pista digitale
Il 16 ottobre rappresenta una giornata importante sul fronte investigativo. Gli accertamenti informatici hanno raggiunto il liceo delle Scienze Umane Silvio Di Lalla di Casacalenda, ultima tappa di una serie di verifiche disposte nell’ambito dell’inchiesta.
L’attenzione degli investigatori si è concentrata sui computer e sulle infrastrutture informatiche degli istituti, con l’obiettivo di individuare eventuali ricerche online relative alla ricina. Il punto non è soltanto verificare se siano state effettuate consultazioni sul veleno, ma capire quando siano avvenute, da quali dispositivi e se esistano elementi che consentano di ricondurle a un utilizzatore.
Le verifiche hanno interessato quattro istituti del Molise: l’Istituto agrario e il liceo scientifico di Riccia, il liceo classico Mario Pagano di Campobasso e, infine, la scuola di Casacalenda. I collegamenti con le persone che lavorano o hanno studiato in queste strutture spiegano il perimetro degli accertamenti, ma non dimostrano, da soli, alcuna responsabilità individuale.
Nell’istituto di Casacalenda insegna una cugina di Di Vita. Il dato ha portato gli investigatori a estendere le verifiche anche a questa struttura, così come i rapporti con altri ambienti scolastici avevano motivato i controlli precedenti.
L’elemento decisivo sarà ciò che emergerà dall’analisi dei dati, non il semplice fatto che un computer sia stato controllato o che una persona abbia un legame familiare con le vittime.
Perché i server possono essere importanti
Le operazioni non si sono necessariamente tradotte nell’esame manuale di ogni singola macchina. In alcuni istituti è stato possibile acquisire i dati dai server centrali, nei quali confluiscono informazioni relative alle attività delle postazioni collegate.
Questa procedura consente di raccogliere materiale digitale da sottoporre successivamente ad analisi tecnica. Gli specialisti devono verificare quali informazioni siano effettivamente disponibili, quanto siano complete e se permettano di ricostruire consultazioni effettuate nel periodo d’interesse.
La difficoltà è distinguere una traccia potenzialmente utile da un dato privo di valore probatorio. Una ricerca su internet, anche quando riguarda un argomento specifico, non dimostra automaticamente chi l’abbia eseguita né quale fosse l’intenzione dell’utente.
Per questo motivo, l’acquisizione dei dati non equivale alla scoperta di una prova definitiva. Saranno la ricostruzione cronologica, le eventuali correlazioni con altri elementi investigativi e le verifiche tecniche a determinare il peso delle informazioni raccolte.

Il furto di computer a marzo e gli interrogativi ancora aperti
Nel quadro degli approfondimenti è emersa anche la circostanza relativa ad alcuni computer che sarebbero stati rubati nella scuola di Casacalenda a marzo. Si tratta di un dettaglio che richiama l’attenzione sulla storia delle apparecchiature informatiche dell’istituto, ma che non può essere considerato, senza ulteriori riscontri, una prova di collegamento con le morti di Pietracatella.
Perché un episodio del genere possa assumere rilevanza nell’inchiesta, occorre stabilire quali dispositivi siano stati sottratti, se esistano registrazioni o documenti che ne consentano l’identificazione e se vi siano elementi concreti che colleghino quei computer alle attività digitali oggetto delle verifiche.
È una distinzione essenziale. Il furto di un dispositivo può comportare la perdita di materiale o creare difficoltà nella ricostruzione di determinate attività, ma non dimostra di per sé che quel computer sia stato utilizzato per cercare informazioni sulla ricina. Allo stesso modo, la presenza di una ricerca su un server scolastico non permette automaticamente di identificare chi l’abbia eseguita.
La domanda centrale resta dunque una sola: esistono tracce digitali verificabili che possano essere collegate ai fatti? Finché non saranno disponibili riscontri sufficienti, ogni possibile collegamento dovrà essere considerato un’ipotesi da verificare, non una conclusione.
Antonella e Sara, una morte che attende ancora risposte
Al centro dell’inchiesta restano le morti di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, avvenute a ridosso del Natale 2025. La conferma della presenza di ricina nelle due vittime ha trasformato il caso, inizialmente ricondotto a una possibile intossicazione alimentare, in una vicenda giudiziaria per duplice omicidio premeditato.
La ricina è una sostanza altamente tossica. La sua presenza nei campioni biologici delle vittime rappresenta un elemento fondamentale per la ricostruzione, ma non risolve da sola le domande più importanti: in quale circostanza il veleno sia stato assunto, attraverso quale veicolo sia arrivato alle due donne e chi possa averlo somministrato.
Gli investigatori hanno esaminato diversi aspetti della vita familiare e delle frequentazioni delle persone vicine alla famiglia. Sono stati inoltre acquisiti dispositivi elettronici e raccolte dichiarazioni utili a ricostruire gli eventi precedenti ai decessi.
Tra gli elementi emersi nei precedenti accertamenti figura anche il racconto di Di Vita relativo ad alcuni alimenti avanzati da un pranzo di lavoro e portati a casa nei giorni precedenti al Natale. È una circostanza da collocare nel quadro complessivo delle verifiche, senza trasformarla in una spiegazione definitiva dell’avvelenamento.
La ricostruzione dell’esposizione alla ricina rimane uno dei nodi fondamentali del caso. Per arrivare a una risposta servono riscontri convergenti tra analisi scientifiche, testimonianze, reperti e dati digitali.

Le analisi scientifiche e la ricerca di una prova decisiva
Un altro fronte riguarda gli esami sui reperti raccolti nell’abitazione della famiglia e il lavoro specialistico necessario a verificare la presenza di tracce riconducibili alla sostanza tossica.
Gli accertamenti di laboratorio sono particolarmente delicati perché devono fornire risultati attendibili e interpretabili nel contesto dell’indagine. Anche la valutazione di eventuali residui alimentari, degli oggetti sequestrati e dei materiali acquisiti durante i sopralluoghi può contribuire a chiarire la dinamica, ma soltanto se i risultati vengono confermati e messi in relazione con gli altri elementi disponibili.
Parallelamente, l’esame dei sistemi informatici punta a ricostruire un possibile percorso preparatorio: dalle eventuali ricerche online fino alla verifica di chi avrebbe potuto accedere alle informazioni e in quale periodo. La pista digitale e quella scientifica dovranno trovare conferme reciproche, senza che una venga utilizzata per dare per dimostrata l’altra.
Al momento, le informazioni disponibili non consentono di indicare pubblicamente un responsabile come autore del duplice omicidio. Le attività investigative e le verifiche tecniche sono finalizzate proprio a chiarire circostanze che restano da dimostrare.

Il silenzio di Di Vita e il peso dell’attesa
La posizione espressa da Gianni Di Vita aggiunge una dimensione personale a una vicenda già complessa sul piano giudiziario. L’uomo ha scelto di affidarsi al lavoro degli investigatori, sostenendo di non aver mai creduto che l’obiettivo fosse uccidere lui, sua moglie o sua figlia.
Le sue parole non risolvono il caso, ma chiariscono che non intende proporre una propria ricostruzione delle responsabilità. La sua dichiarazione arriva mentre gli accertamenti si allargano e la raccolta di informazioni procede su più fronti.
Per la comunità di Pietracatella, la morte di una madre e di una figlia ha lasciato una ferita profonda. Per gli investigatori, invece, il compito è trasformare gli elementi raccolti in una ricostruzione sostenuta da prove, capace di distinguere le coincidenze dai collegamenti effettivi.
La verifica dei computer di Casacalenda rappresenta un passaggio ulteriore di questo percorso, non il suo esito. Anche qualora emergessero consultazioni rilevanti, sarebbe necessario stabilire chi le abbia effettuate e quale rapporto abbiano con i fatti contestati.
Il giallo di Pietracatella resta aperto: le parole di Di Vita, le verifiche informatiche e gli accertamenti scientifici sono tasselli di un’indagine che deve ancora fornire risposte decisive. La priorità rimane individuare elementi concreti che consentano di ricostruire quanto accaduto e accertare eventuali responsabilità, nel rispetto delle garanzie di tutte le persone coinvolte.
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