Ex Ilva, i giudici confermano lo stop: la salute prima dell’impresa
Indice dei contenuti
Toggle🌐 Ex Ilva di Taranto, la Corte d’Appello di Milano conferma il blocco dell’area a caldo: gli impianti dovranno fermarsi entro il 28 ottobre. La decisione riaccende lo scontro tra diritto alla salute, continuità industriale e tutela dell’occupazione, mentre i sindacati chiedono al governo di bloccare i licenziamenti e riconvocare subito il tavolo a Palazzo Chigi.
La vicenda dell’ex Ilva di Taranto arriva a un nuovo punto di svolta. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto l’istanza presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria per sospendere l’efficacia del provvedimento che impone la fermata dell’area a caldo dello stabilimento.
La conseguenza è pesante: il cuore produttivo dell’acciaieria dovrà essere progressivamente fermato entro il 28 ottobre 2026. La decisione conferma quella già assunta dalla Corte d’Appello a luglio, dopo l’azione promossa da un gruppo di cittadini di Taranto, tra i quali anche un minore, preoccupati per i rischi ambientali e sanitari legati alla permanenza dell’attività industriale.
Il verdetto arriva dopo giorni di crescente tensione. Da una parte ci sono i cittadini che chiedono che la tutela della salute non venga subordinata alla produzione di acciaio; dall’altra ci sono migliaia di lavoratori, imprese dell’indotto e organizzazioni sindacali che temono che lo spegnimento degli impianti possa trasformarsi in una crisi occupazionale senza precedenti.
La frase che sintetizza il senso della battaglia giudiziaria è quella sostenuta dai legali dei cittadini: un impianto industriale può essere sostituito, la salute e la vita delle persone no.
La Corte d’Appello conferma lo stop all’area a caldo
Il provvedimento dei giudici milanesi non arriva improvvisamente.
A luglio la Corte d’Appello aveva disposto la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni, subordinando un’eventuale ripresa delle attività alla realizzazione di interventi ritenuti necessari per eliminare le condizioni di rischio. Tra gli interventi indicati figurano la bonifica dell’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri.
Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria hanno cercato di ottenere una sospensione urgente del provvedimento, sostenendo i rischi connessi allo spegnimento degli impianti.
La richiesta è stata discussa il 9 settembre, dopo un’udienza durata circa due ore. I giudici si erano riservati la decisione, arrivata ora con il rigetto dell’istanza.
Il calendario diventa quindi estremamente stretto.
Il 28 ottobre resta la scadenza entro la quale l’area a caldo dovrà essere fermata.
E per l’azienda la questione non riguarda soltanto una temporanea sospensione della produzione.

Perché lo spegnimento degli altiforni è così delicato
L’area a caldo rappresenta il cuore della produzione siderurgica tradizionale.
È qui che il ciclo integrato basato su minerale di ferro e carbone permette di arrivare alla produzione dell’acciaio attraverso gli altiforni. Un arresto prolungato non equivale quindi semplicemente a spegnere e riaccendere un normale impianto industriale.
Acciaierie d’Italia ha sostenuto che uno spegnimento degli impianti potrebbe provocare conseguenze difficili o molto costose da invertire. La società ha contestato la possibilità di considerare equivalenti i precedenti fermi temporanei e l’attuale procedura di arresto ordinata dai giudici, sottolineando le differenti condizioni tecniche degli impianti.
È uno dei punti centrali dello scontro.
I ricorrenti sostengono invece che il rischio di danneggiamento degli impianti non possa prevalere sul pericolo per la salute delle persone.
Il confronto è dunque diventato anche una questione di principio: quanto può essere considerato strategico un impianto industriale quando il suo funzionamento viene ritenuto incompatibile con adeguati livelli di tutela sanitaria?
“Il diritto alla salute prevale sull’attività d’impresa”
La pronuncia giudiziaria porta nuovamente al centro una questione che accompagna Taranto da decenni.
La città ha vissuto per anni il conflitto tra lavoro, produzione, ambiente e salute, quattro esigenze che spesso sono state presentate come difficili da conciliare.
La decisione dei giudici milanesi segna però un passaggio importante perché il ragionamento alla base del provvedimento mette in primo piano la necessità di eliminare le condizioni di rischio prima di consentire una piena ripresa dell’attività.
I legali degli undici cittadini che hanno promosso l’azione avevano chiesto espressamente il rigetto della sospensiva. Nelle loro memorie avevano sostenuto che i danni paventati agli impianti non potessero essere considerati superiori a quelli cui sarebbero esposti i cittadini.
La Regione Puglia si era costituita nel procedimento chiedendo una decisione che consentisse di procedere verso la decarbonizzazione dello stabilimento, mettendo insieme tutela della salute, ambiente e diritto al lavoro.
Il tema, dunque, non è semplicemente “chiudere o non chiudere”.
La vera sfida è capire come trasformare il polo siderurgico senza riproporre le criticità ambientali del passato e senza cancellare migliaia di posti di lavoro.

Il problema dei lavoratori: a rischio anche l’indotto
Se sul piano giudiziario la decisione appare netta, sul piano sociale le conseguenze sono molto più complesse.
Lo stop dell’area a caldo mette sotto pressione non soltanto i dipendenti diretti dello stabilimento, ma soprattutto la vasta rete di aziende che vive delle commesse dell’ex Ilva.
Nelle scorse settimane le imprese dell’indotto avevano avviato procedure di licenziamento collettivo che coinvolgevano circa 2.500 lavoratori. I sindacati avevano reagito chiedendo di bloccare immediatamente le procedure e di attendere il confronto con il governo.
Il governo era riuscito a ottenere dalle principali associazioni datoriali, Aigi e Aepi, una sospensione delle procedure di licenziamento, almeno nella fase precedente alla decisione della Corte d’Appello. Le associazioni avevano accettato l’appello alla responsabilità lanciato dall’esecutivo.
Ora, però, la conferma dello stop giudiziario rende la situazione ancora più difficile.
Il rischio è che la crisi dell’impianto principale si trasformi rapidamente in una crisi dell’intera filiera industriale tarantina.
I sindacati: “Subito blocco dei licenziamenti”
Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto al governo di intervenire immediatamente.
La richiesta è duplice: blocco delle procedure di licenziamento e riconvocazione urgente del tavolo a Palazzo Chigi.
Per le organizzazioni dei lavoratori non è sufficiente prendere atto della decisione dei giudici. Serve una risposta industriale capace di evitare che lo stop dell’area a caldo si traduca nella perdita di migliaia di posti di lavoro.
Il punto sul quale le sigle sindacali insistono è che non esiste una contrapposizione inevitabile tra salute e lavoro.
La prospettiva indicata più volte nelle ultime settimane è quella della transizione verso un’acciaieria meno dipendente dal carbone, attraverso forni elettrici e tecnologie basate sul preridotto, mantenendo però una presenza siderurgica significativa a Taranto.
È un percorso che richiede investimenti, tempi e soprattutto un piano industriale credibile.
Ed è proprio questo il nodo ancora irrisolto.

Il governo: “Le decisioni non dipendono da noi”
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riconosciuto la delicatezza della situazione, sottolineando che la decisione sullo stop è stata assunta dalla magistratura e non dall’esecutivo.
La posizione del governo, in questa fase, è quella di cercare una soluzione industriale e occupazionale successiva alla decisione giudiziaria.
Meloni ha spiegato che le decisioni sulla fermata dell’area a caldo non dipendono dal governo e ha indicato la necessità di riconvocare il tavolo sull’ex Ilva, lasciando intendere che ciò dovrebbe avvenire rapidamente.
È una precisazione politicamente importante.
Palazzo Chigi si trova infatti davanti a un doppio vincolo: rispettare una decisione giudiziaria e contemporaneamente evitare che lo spegnimento dell’impianto provochi un terremoto occupazionale e industriale.
La partecipazione pubblica torna sul tavolo
Nelle discussioni dei giorni scorsi è emersa anche l’ipotesi di una partecipazione pubblica nell’ex Ilva.
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha sottolineato che il governo non considera la situazione come una prospettiva di semplice abbandono e ha lasciato aperta la possibilità di un ruolo pubblico nella nuova fase dello stabilimento.
L’obiettivo dichiarato è costruire una prospettiva industriale diversa, orientata alla decarbonizzazione della siderurgia.
Tra le tecnologie considerate ci sono i forni elettrici alimentati con preridotto, il cosiddetto DRI, che consentirebbe di ridurre drasticamente il ricorso al carbone nel processo siderurgico.
È un modello molto diverso da quello dell’area a caldo attuale.
Ma proprio qui emerge la difficoltà: la trasformazione richiede tempo e capitali, mentre la decisione dei giudici impone una scadenza ravvicinata.
Taranto davanti al bivio: chiudere o trasformare?
La città si trova quindi davanti a una scelta che in realtà non è soltanto industriale.
Da un lato c’è il tema della salute pubblica, diventato il fulcro del procedimento giudiziario. Dall’altro c’è la necessità di mantenere una filiera produttiva strategica per l’Italia e garantire un futuro alle migliaia di persone che lavorano direttamente o indirettamente con l’acciaieria.
La soluzione potrebbe essere nella trasformazione tecnologica dello stabilimento, ma il passaggio non può essere realizzato dall’oggi al domani.
La decisione della Corte d’Appello rende tuttavia inevitabile un’accelerazione.
L’area a caldo dovrà essere fermata entro il 28 ottobre e, secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, l’esaurimento delle materie prime disponibili potrebbe rendere necessario avviare lo spegnimento progressivo degli impianti già prima della scadenza formale.
Questo significa che il tempo a disposizione per trovare una soluzione industriale è ormai ridotto.
La partita dei 2.500 lavoratori dell’indotto
Il fronte occupazionale resta quello più urgente.
Le procedure di licenziamento erano state congelate in attesa degli sviluppi giudiziari, ma la conferma dello stop riporta il problema sul tavolo.
Le aziende dell’indotto hanno bisogno di sapere se e quando riprenderà la produzione, con quali volumi e secondo quale piano industriale.
Senza queste certezze, diventa difficile per molte imprese continuare a sostenere costi e personale.
E il rischio non riguarda soltanto i 2.500 lavoratori già coinvolti nelle procedure.
La filiera dell’ex Ilva comprende infatti trasporti, manutenzione, movimentazione, servizi industriali, logistica e numerose attività specializzate. Una contrazione prolungata dell’attività può quindi produrre effetti a catena sull’economia locale.
Per Taranto la posta in gioco è enorme.
La decarbonizzazione come possibile via d’uscita
Il paradosso della situazione è che la decisione giudiziaria potrebbe accelerare proprio quel processo di trasformazione che da anni viene indicato come la soluzione per il futuro dell’acciaieria.
L’obiettivo di passare da un ciclo basato sul carbone a uno fondato su tecnologie elettriche e DRI è ormai entrato stabilmente nel dibattito sull’ex Ilva.
La Regione Puglia ha esplicitamente collegato la decisione giudiziaria alla possibilità di procedere verso una completa decarbonizzazione del sito.
Ma perché questa prospettiva diventi concreta occorrono finanziamenti, autorizzazioni, infrastrutture, energia a costi competitivi e un soggetto industriale in grado di investire.
Il vero rischio è quindi rappresentato dal vuoto tra la fine del vecchio modello e l’arrivo del nuovo.
Se l’area a caldo si spegne prima che la nuova configurazione sia pronta, Taranto potrebbe affrontare una lunga fase di transizione.
Una decisione che cambia il futuro dell’ex Ilva
La conferma dello stop segna dunque una svolta nella storia dell’ex Ilva.
Per la prima volta il principio secondo cui la tutela della salute non può essere sacrificata alla continuità produttiva diventa il punto di partenza obbligato per il futuro dello stabilimento.
Ma la sentenza non risolve il problema industriale.
Al contrario, lo rende ancora più urgente.
Il governo dovrà trovare una risposta alla domanda che da anni accompagna la vicenda di Taranto: come produrre acciaio senza compromettere la salute di chi vive e lavora accanto alla fabbrica?
La strada indicata è quella della decarbonizzazione e della trasformazione tecnologica. Il tempo, però, è poco.
Con la scadenza del 28 ottobre ormai confermata, con migliaia di lavoratori dell’indotto appesi alla vertenza e con i sindacati che chiedono un nuovo confronto immediato a Palazzo Chigi, la partita dell’ex Ilva entra nella sua fase più delicata.
Taranto non chiede più soltanto di sapere se la fabbrica resterà aperta.
Chiede di sapere quale fabbrica resterà, con quale tecnologia, con quali lavoratori e soprattutto a quale prezzo per la salute e per il futuro della città.
La risposta, questa volta, non potrà essere rinviata.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






