12:29 pm, 9 Settembre 26 calendario

Cimitero di squali nel Sahara: il mare nascosto sotto la sabbia

Di: Redazione Metrotoday

🌐 Nel deserto egiziano di Abu-Tartur sono stati trovati denti fossili appartenenti ad almeno sette specie di squali vissuti oltre 70 milioni di anni fa. Il ritrovamento ricostruisce l’immagine di un antico mare tropicale ricco di nutrienti, dove oggi si estende uno dei paesaggi più aridi del pianeta.

Oggi, guardando l’orizzonte dell’altopiano di Abu-Tartur, nel deserto occidentale dell’Egitto, è difficile immaginare qualcosa di diverso da roccia, sabbia e distese aride. Eppure, più di 70 milioni di anni fa, lo stesso territorio si trovava ai margini di un ambiente marino completamente diverso: acque calde, abbondanza di nutrienti e una complessa rete alimentare nella quale nuotavano anche diversi tipi di squali.

A riportare alla luce questa storia non sono scheletri spettacolari o fossili di animali giganteschi perfettamente conservati, ma soprattutto denti di squalo. Sono piccoli frammenti, almeno in apparenza. In realtà rappresentano una delle migliori tracce lasciate da questi predatori, perché lo scheletro degli squali è formato principalmente da cartilagine e tende a conservarsi molto meno facilmente rispetto ai denti.

Le nuove ricerche condotte nella Formazione Duwi, sull’altopiano di Abu-Tartur, hanno permesso di identificare 14 denti fossili riconducibili ad almeno cinque specie di squali lamniformi. Questi reperti si aggiungono a due specie già individuate in precedenza nella stessa area, portando ad almeno sette specie di squali conosciute nello stesso contesto geologico.

Il Sahara che non ti aspetti: qui una volta c’era il mare

Il punto più sorprendente della scoperta non è soltanto la presenza degli squali.

È il luogo in cui sono stati trovati.

L’Abu-Tartur di oggi appartiene al Sahara occidentale egiziano. Durante il Cretaceo superiore, però, il paesaggio era radicalmente differente. Le condizioni climatiche globali erano più calde di quelle attuali e il livello dei mari era molto più elevato.

Il Nord Africa si trovava in prossimità dell’antico sistema marino della Tetide, un’enorme distesa d’acqua che separava grandi masse continentali e che occupava vaste porzioni di quello che oggi riconosciamo come Mediterraneo e regioni circostanti.

La Formazione Duwi conserva proprio le tracce di questa antica trasformazione. I suoi depositi fosfatici si sono formati in un ambiente marino particolarmente produttivo e rappresentano una sorta di archivio geologico della vita che prosperava in quelle acque.

Pensare al Sahara come a un luogo che un tempo era ricoperto dal mare non è quindi una semplice curiosità geologica. È la chiave per comprendere perché oggi, in mezzo al deserto, possano emergere fossili di animali che trascorrevano la loro vita nell’oceano.

Sette specie di squali raccontano un ecosistema perduto

La nuova ricerca ha aggiunto cinque specie alla lista degli squali già conosciuti ad Abu-Tartur.

Tra i reperti sono stati riconosciuti Cretalamna cf. maroccana, Scapanorhynchus cf. raphiodon, Serratolamna cf. serrata, Squalicorax bassanii e Squalicorax pristodontus.

A queste si aggiungono le due forme già documentate negli studi precedenti: Scapanorhynchus cf. rapax e Cretoxyrhina cf. mantelli.

Il risultato è particolarmente significativo perché alcune di queste presenze rappresentano prime segnalazioni per l’Egitto. In un caso, quella di Scapanorhynchus cf. raphiodon, il reperto potrebbe addirittura rappresentare la prima testimonianza della forma in Africa.

Il termine “cf.” utilizzato nella classificazione è importante: indica che le caratteristiche dei fossili sono compatibili con una determinata specie, ma che il materiale disponibile non consente necessariamente di attribuire l’identificazione con assoluta certezza. È una cautela tipica della paleontologia, soprattutto quando gli studiosi lavorano su denti isolati anziché su scheletri completi.

Non erano tutti uguali

Ed è proprio la varietà dei denti a raccontare quanto fosse articolata quella comunità marina.

Alcuni erano sottili e appuntiti, altri triangolari e dotati di margini seghettati. Forme diverse significano, con ogni probabilità, strategie alimentari differenti e nicchie ecologiche differenti.

Non bisogna quindi immaginare Abu-Tartur come un mare abitato da una sola specie di grande predatore. Il quadro che emerge è quello di una comunità nella quale diversi squali potevano occupare posizioni differenti nella catena alimentare.

Il mistero del «cimitero» di squali

La definizione di «cimitero di squali» è suggestiva, ma va interpretata correttamente.

Non significa che i ricercatori abbiano trovato il luogo nel quale sette specie morirono contemporaneamente durante una gigantesca catastrofe. I denti si sono accumulati nei sedimenti nel corso del tempo e la loro concentrazione permette soprattutto di ricostruire la presenza e la diversità degli squali che vivevano o transitavano nell’antico ambiente marino.

È una distinzione fondamentale.

Il valore della scoperta non risiede dunque nella possibilità di ricostruire una singola moria di massa, ma nella fotografia ecologica che i fossili consentono di ottenere.

Un dente isolato può dire qualcosa su una specie. Molti denti appartenenti a specie differenti, rinvenuti nello stesso contesto geologico, possono raccontare molto di più: quali predatori erano presenti, quali forme di alimentazione potevano esistere e quanto fosse produttivo l’ambiente nel quale vivevano.

Perché proprio qui si sono conservati così tanti denti?

La risposta si trova anche nella geologia.

I depositi della Formazione Duwi sono ricchi di fosforiti, rocce che si sono formate in relazione a condizioni marine caratterizzate da elevata produttività biologica. In ambienti di questo tipo, la grande disponibilità di nutrienti può sostenere una notevole quantità di vita.

Più vita significa più prede.

Più prede significano più predatori.

E più animali presenti in un ecosistema significano, nel corso di milioni di anni, anche una maggiore quantità di resti destinati a finire nei sedimenti.

È questa combinazione tra geologia e biologia a rendere Abu-Tartur così interessante per i paleontologi.

La presenza dei denti non dimostra semplicemente che gli squali passavano da quelle parti. Permette di collegare la loro presenza alle caratteristiche dell’ambiente nel quale vivevano. Gli studi sulla Formazione Duwi indicano infatti che la regione era interessata da una significativa trasgressione marina durante il Cretaceo superiore.

Uno degli squali poteva essere lungo diversi metri

Tra i protagonisti della storia c’è anche Cretoxyrhina mantelli, uno degli squali fossili più noti del Cretaceo.

La specie, spesso chiamata informalmente “Ginsu shark”, era un grande predatore marino. I suoi resti sono stati trovati in diverse parti del mondo e alcuni esemplari suggeriscono dimensioni notevoli.

Ad Abu-Tartur erano già stati identificati denti attribuiti a questa specie, insieme a quelli di Scapanorhynchus. La precedente ricerca aveva analizzato 49 denti isolati appartenenti proprio a queste due forme.

La scoperta più recente amplia quindi un quadro già interessante.

Da due specie si passa ad almeno sette.

E questo significa che il mare dell’antico Abu-Tartur era probabilmente molto più ricco e complesso di quanto si potesse dedurre dai primi ritrovamenti.

Un parente dello squalo goblin nuotava nell’antico Egitto

Tra i reperti più curiosi c’è Scapanorhynchus.

Il genere appartiene a un gruppo di squali estinti strettamente imparentato con gli attuali squali goblin, caratterizzati da una morfologia molto particolare.

Il confronto con gli animali moderni permette di comprendere quanto siano antiche alcune linee evolutive degli squali. Questi pesci cartilaginei hanno infatti una storia che attraversa centinaia di milioni di anni e hanno attraversato profondi cambiamenti ambientali e climatici.

Il reperto di Abu-Tartur aggiunge così un nuovo tassello alla distribuzione geografica di queste forme nel Cretaceo.

Dai denti possiamo ricostruire un mare scomparso

C’è qualcosa di quasi paradossale nel ritrovamento.

Gli squali non ci hanno lasciato il corpo, ma ci hanno lasciato il sorriso.

I denti sono infatti tra i fossili più preziosi per ricostruire la loro storia. Gli squali perdono continuamente denti durante la vita e ne producono di nuovi. Questo fa sì che, in determinati ambienti sedimentari, possano accumularsi grandi quantità di materiale.

Il loro studio permette ai paleontologi di confrontare forma, dimensioni e caratteristiche dello smalto e delle cuspidi con reperti già conosciuti.

È attraverso questo lavoro, apparentemente minuzioso, che una manciata di piccoli denti può trasformarsi nella ricostruzione di un intero ecosistema perduto.

Il Sahara conserva ancora molte storie sotto la sabbia

La scoperta di Abu-Tartur ha anche un significato che va oltre gli squali.

Il deserto egiziano è uno dei luoghi nei quali la geologia permette di leggere trasformazioni radicali avvenute nell’arco di milioni di anni. Un paesaggio che oggi appare completamente terrestre può conservare le tracce di un antico oceano.

E gli squali sono soltanto una parte di questa storia.

I depositi della regione hanno restituito nel tempo testimonianze di diversi organismi marini e continuano a offrire materiale utile per ricostruire la biodiversità del Cretaceo nordafricano. La recente ricerca rafforza inoltre l’idea che il sito possa nascondere altre informazioni ancora da scoprire.

Il dato più affascinante, alla fine, è proprio il contrasto tra passato e presente.

Dove oggi c’è il Sahara, un tempo nuotavano gli squali.

Non è una metafora. È scritto nei denti rimasti intrappolati nella roccia, nei fosfati dell’antico fondale e nella geologia di un territorio che ha cambiato completamente volto.

E quei piccoli fossili dimostrano ancora una volta quanto sia ingannevole il paesaggio che vediamo oggi: sotto la sabbia non c’è soltanto un deserto antico.

C’è il relitto di un mare perduto, abitato da predatori che hanno attraversato il pianeta decine di milioni di anni prima della comparsa dell’uomo.

9 Settembre 2026
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