Quarantâanni di ritardo e un decreto annunciato
Lâartigianato italiano cambia piĂš in fretta delle leggi che dovrebbero sostenerlo. Ă questo il messaggio emerso dallâassemblea di Confartigianato del 28 ottobre 2026, durante la quale Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento per aggiornare la legge quadro del 1985. Una norma nata per un sistema produttivo che in quattro decenni ha conosciuto automazione, digitalizzazione, commercio elettronico e mercati globali. La presidente del Consiglio ha presentato il riordino come una risposta alla richiesta storica delle associazioni: permettere alle imprese di crescere senza perdere automaticamente la propria identitĂ giuridica e produttiva.
Lâannuncio è arrivato in occasione degli ottantâanni di Confartigianato, davanti a una platea che ha accolto con favore la prospettiva di superare una disciplina giudicata troppo rigida. La premier ha spiegato che il decreto sarebbe stato portato al Consiglio dei ministri nella stessa giornata. Il passaggio politico va però distinto dallâeffettiva applicazione delle nuove regole: per conoscere obblighi, termini, eventuali decreti attuativi e condizioni bisogna fare riferimento al testo formalmente approvato e alla sua pubblicazione. Nessuna impresa dovrebbe modificare ora il proprio assetto confidando soltanto nellâannuncio.
Il nodo centrale riguarda la possibilitĂ di organizzare funzioni produttive, amministrative e gestionali anche in sedi differenti e di ampliare la struttura senza essere costretti a rinunciare alla qualifica artigiana per il solo fatto di essersi sviluppati. Lâidea di fondo è che una bottega tecnologica, un laboratorio avanzato o unâimpresa con personale specializzato possano continuare a valorizzare competenze manuali e know-how. Crescita e tradizione non devono diventare due termini incompatibili.

Sette anni, apprendisti e unâidentitĂ da preservare
Tra gli elementi illustrati dalla premier figura un principio relativo alle aziende che abbiano conservato la natura artigiana per almeno sette anni, alle quali verrebbe consentita maggiore flessibilitĂ nellâaumento dei collaboratori, con particolare attenzione alle maestranze e agli apprendisti. Il senso economico è evitare che lâassunzione di personale qualificato diventi, paradossalmente, un ostacolo per chi investe e aumenta gli ordini. Ma lâesatto funzionamento dei requisiti dovrĂ essere letto nel testo finale, senza trasformare un orientamento generale in una soglia operativa giĂ certa.
La riforma non nasce soltanto dal problema dei numeri. Oggi molti laboratori usano macchinari computerizzati, sviluppano progettazione digitale, producono per mercati internazionali e collaborano con altre imprese lungo filiere complesse. Esigere che lâorganizzazione resti immobile significa penalizzare proprio chi vuole formare persone e acquisire capacitĂ produttiva. Allo stesso tempo la qualifica artigiana non dovrebbe diventare unâetichetta svuotata di contenuto: il ruolo del lavoro e delle competenze resta la caratteristica da tutelare.

Confartigianato, attraverso il presidente Marco Granelli, ha definito la legge del 1985 un abito ormai stretto. Il messaggio è che la burocrazia non può punire il successo di unâimpresa, costringendola a scegliere tra sviluppo e riconoscibilitĂ . Per valutare il provvedimento sarĂ però essenziale verificare se riduce davvero adempimenti e tempi, o se sposta soltanto gli stessi obblighi in nuove procedure. La semplificazione va misurata negli uffici e nelle aziende, non nei comunicati.
Un punto decisivo sarĂ il rapporto fra la nuova disciplina nazionale e le regole operative dei registri artigiani e delle amministrazioni regionali. Se le imprese continueranno a ricevere interpretazioni diverse da territorio a territorio, buona parte del vantaggio promesso rischierĂ di essere assorbita dall’incertezza. La modernizzazione dovrebbe quindi semplificare anche i controlli, i moduli e i tempi di risposta, mantenendo criteri chiari per distinguere attivitĂ effettivamente artigiane da strutture che usano soltanto la qualifica come marchio. Per le realtĂ piĂš piccole conta anche la trasmissione delle competenze: senza apprendistato di qualitĂ e accesso a strumenti tecnologici, la libertĂ di assumere personale rischia di restare teorica. La crescita sostenibile si misura nell’organizzazione quotidiana, non nei soli limiti dimensionali.
Bollette e credito: i problemi che la riforma non cancella
Lâassemblea ha richiamato anche difficoltĂ piĂš immediate. Secondo le stime presentate dallâorganizzazione, lâelettricitĂ per le piccole imprese italiane pesa il 22,1 per cento in piĂš rispetto alla media europea, con un aggravio annuo complessivo indicato in 4,6 miliardi. La stessa associazione ha evidenziato la contrazione del credito alle PMI rispetto al 2019. Sono valutazioni di parte associativa, da leggere nel contesto delle metodologie utilizzate, ma indicano chiaramente le preoccupazioni di chi deve pagare fornitori, investire e assumere.

Unâimpresa che ottiene maggiore libertĂ normativa ma non riesce a finanziare un macchinario resta comunque bloccata. Da qui la richiesta di rafforzare strumenti di garanzia, accesso ai prestiti e competitivitĂ energetica. Una riforma delle regole può aprire porte, non pagare da sola la bolletta. Anche le nuove tecnologie, spesso evocate come soluzione universale, richiedono capitale, formazione e tempo per produrre risultati.
Lâannuncio della premier segna dunque un passaggio politico significativo, ma la valutazione decisiva avverrĂ quando le disposizioni saranno leggibili e applicabili. Lâartigianato non ha bisogno di protezioni retoriche: gli servono condizioni per competere, tramandare i mestieri e offrire un futuro ai giovani. Se lâaggiornamento della legge riuscirĂ a conservare qualitĂ e identitĂ mentre consente alle imprese di allargarsi, il settore avrĂ guadagnato uno strumento utile. Altrimenti avremo soltanto unâaltra promessa applaudita.





