7 ottobre: tre anni dopo resta la domanda sulle responsabilità
🌐 7 ottobre, Israele ricorda le vittime degli attacchi di Hamas a tre anni da quella mattina che ha cambiato la storia del Paese. Alle 6:29, l’ora in cui iniziò l’attacco del 2023, il Paese si è fermato per un minuto di silenzio. Cerimonie e commemorazioni si sono svolte nei kibbutz devastati, nei luoghi del massacro e nell’area del festival Nova. Ma accanto al dolore per le circa 1.200 persone uccise e al ricordo dei 251 ostaggi portati a Gaza, torna con forza una domanda: chi dovrà spiegare perché il sistema di sicurezza israeliano non riuscì a impedire l’attacco?
Israele si ferma alle 6:29: il minuto che riporta al 7 ottobre
Tre anni dopo, per molti israeliani il 7 ottobre non è una semplice ricorrenza.
È un momento nel quale il tempo sembra tornare indietro a quella mattina del 2023, quando uomini armati guidati da Hamas attraversarono il confine da Gaza e attaccarono comunità, basi militari e il festival musicale Nova.
Alle 6:29 del mattino, l’ora simbolica dell’inizio dell’assalto, sono iniziate le commemorazioni.
Un minuto di silenzio ha accompagnato il ricordo delle vittime. Nei luoghi maggiormente colpiti, familiari e sopravvissuti si sono riuniti davanti alle abitazioni distrutte, ai rifugi e ai memoriali costruiti negli ultimi tre anni.
Il 7 ottobre 2023 rimane il giorno più letale nella storia moderna di Israele: circa 1.200 persone furono uccise e 251 vennero prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.
Quest’anno, però, c’è una differenza fondamentale rispetto alle commemorazioni precedenti: non ci sono più ostaggi israeliani a Gaza.
È la prima volta che l’anniversario viene celebrato con tutti gli ostaggi rientrati.

Dai kibbutz al festival Nova, il ricordo dei luoghi della strage
Le commemorazioni non si concentrano soltanto a Gerusalemme o a Tel Aviv.
Il cuore della memoria è soprattutto nel sud del Paese, nei luoghi direttamente colpiti dall’attacco.
A Kfar Aza, a Nir Oz e nelle altre comunità vicine alla Striscia, il ricordo passa ancora attraverso le case distrutte e gli edifici nei quali molte persone cercarono rifugio.
A Re’im, nel luogo del festival Nova, familiari e sopravvissuti hanno ricordato le persone uccise durante l’attacco al raduno musicale.
Sono luoghi nei quali la memoria non ha bisogno di monumenti particolarmente elaborati.
Restano le case abbandonate, i muri danneggiati, gli oggetti personali e gli spazi nei quali, tre anni fa, migliaia di persone cercavano una via di fuga.
Per le famiglie, il timore è che con il passare del tempo la dimensione individuale delle vittime possa perdersi dietro ai numeri.
Per questo molte iniziative commemorative insistono sui nomi, sulle fotografie e sulle storie personali.
Non soltanto 1.200 vittime, ma 1.200 vite.
Il terzo anniversario arriva senza ostaggi a Gaza
Uno degli elementi più significativi di questa ricorrenza riguarda la questione degli ostaggi.
Il 7 ottobre 2023 furono 251 le persone portate nella Striscia di Gaza. La loro sorte è diventata per quasi tre anni uno dei principali temi della società israeliana, accompagnando manifestazioni, campagne pubbliche e pressioni sul governo.
Oggi il quadro è cambiato.
Tutti gli ostaggi israeliani sono tornati, dopo accordi, operazioni e scambi che hanno segnato profondamente la società israeliana.
Questo non significa però che il trauma sia terminato.
Per le famiglie di coloro che non sono sopravvissuti alla prigionia, il ritorno degli altri ostaggi non cancella la perdita.
E per chi è rientrato, resta un lungo percorso di recupero dopo mesi o anni di prigionia.
Il terzo anniversario è quindi contemporaneamente un giorno di lutto e un momento di bilancio nazionale.

Le famiglie chiedono un’inchiesta indipendente
Accanto alle cerimonie, torna però una richiesta che negli ultimi mesi è diventata sempre più forte: un’inchiesta indipendente sulle responsabilità del 7 ottobre.
Le famiglie delle vittime chiedono di chiarire come sia stato possibile che l’attacco venisse preparato per anni senza che il sistema israeliano riuscisse a impedirlo.
Le domande riguardano più livelli: intelligence, esercito, apparati di sicurezza, leadership politica, gestione delle informazioni e decisioni assunte prima e durante le prime ore dell’attacco.
Non si tratta soltanto di stabilire che cosa accadde quella mattina.
L’obiettivo rivendicato dai familiari è capire perché accadde.
E soprattutto individuare le responsabilità istituzionali, affinché gli errori non vengano ripetuti.
A settembre, vittime e familiari avevano presentato un dossier nel quale venivano contestate anche decisioni politiche prese negli anni precedenti all’attacco e che, secondo gli autori, avrebbero contribuito a rafforzare Hamas. Si tratta delle accuse dei familiari e non di conclusioni definitive di un’inchiesta statale.
Netanyahu contrario a una commissione nella forma richiesta dalle famiglie
La questione dell’inchiesta è diventata anche uno dei principali fronti dello scontro politico israeliano.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto le pressioni per una commissione d’inchiesta indipendente nella forma richiesta dai suoi oppositori e da numerosi familiari.
Il governo ha invece lavorato a un modello alternativo di commissione.
Nel maggio 2026 il comitato Costituzione, Legge e Giustizia della Knesset ha esaminato una proposta di legge per istituire una commissione nazionale incaricata di indagare sugli eventi del 7 ottobre e sulle circostanze che portarono alla guerra.
Il punto controverso è soprattutto chi debba nominare i componenti e definire il perimetro dell’indagine.
Una commissione statale indipendente e una commissione a nomina politica non hanno infatti gli stessi meccanismi di garanzia.
L’Israel Democracy Institute ha sottolineato proprio questa differenza, evidenziando come il modello proposto dal governo si discosti dalla tradizionale commissione statale d’inchiesta, caratterizzata da maggiore autonomia rispetto al potere politico.
La domanda che resta tre anni dopo
Il tema dell’inchiesta non riguarda soltanto il passato.
Per le famiglie, capire che cosa sia andato storto significa anche stabilire quali lezioni Israele debba trarre dal 7 ottobre.
Perché un fallimento di sicurezza di quelle dimensioni non può essere spiegato da un singolo errore.
Le domande riguardano la valutazione delle capacità di Hamas, la gestione delle informazioni provenienti dall’intelligence, la preparazione delle comunità di confine e la risposta delle forze di sicurezza nelle prime ore.
Su questi aspetti sono già emerse diverse ricostruzioni e indagini parziali.
Ma per molti familiari manca ancora un organismo percepito come sufficientemente indipendente da esaminare l’intera catena delle decisioni.
È questa la ragione per cui la richiesta continua a tornare nelle manifestazioni e nelle commemorazioni.

Il 7 ottobre è anche una ferita politica
Il terzo anniversario arriva inoltre in un momento politicamente delicato.
Israele si avvicina a nuove elezioni e la gestione del 7 ottobre rappresenta uno dei temi centrali del confronto politico.
La domanda sulla sicurezza nazionale si intreccia inevitabilmente con quella sulla responsabilità della leadership.
Le famiglie delle vittime chiedono di conoscere la verità indipendentemente dagli schieramenti politici.
Una parte della società israeliana ritiene invece che l’accertamento delle responsabilità debba attendere una fase politica e militare più stabile.
È uno dei motivi per cui la discussione sull’inchiesta rimane così divisiva.
Il rischio, per le famiglie, è che il passare degli anni trasformi una tragedia nazionale in una questione politica senza una risposta definitiva.
Tre anni dopo, la memoria resta più forte della distanza
Il 7 ottobre 2026 non è soltanto una giornata dedicata al ricordo.
È il momento nel quale Israele guarda contemporaneamente alle vittime, ai sopravvissuti, agli ostaggi e alle responsabilità dello Stato.
Il minuto di silenzio delle 6:29 ha riportato simbolicamente il Paese a quella mattina.
Ma subito dopo il silenzio sono tornate le domande.
Come fu possibile che l’attacco non venisse impedito? Perché le forze di sicurezza impiegarono così tanto tempo a ristabilire il controllo nelle comunità colpite? Quali decisioni politiche e militari contribuirono alla vulnerabilità del Paese? E chi dovrà assumersi la responsabilità degli errori?
Sono interrogativi ai quali le famiglie chiedono una risposta attraverso un’inchiesta realmente indipendente.
Tre anni dopo, dunque, il 7 ottobre resta una ferita aperta.
Il ricordo delle vittime unisce il Paese nel dolore. La questione delle responsabilità continua invece a dividerlo.
E proprio questa distanza tra memoria e verità istituzionale potrebbe essere uno dei nodi più importanti del futuro politico e sociale di Israele.
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