Israele, l’allarme prima del voto: cresce la tensione con Hamas
🌐 Israele, Hamas, Shin Bet, elezioni del 27 ottobre, Yemen, Houthi e petrolio del Medio Oriente: il quadro regionale torna a farsi incandescente mentre Tel Aviv entra nella fase decisiva della campagna elettorale. L’intelligence israeliana segnala il rischio di una nuova operazione di Hamas a ridosso del voto, mentre sul fronte yemenita l’offensiva contro gli Houthi si intensifica. E, nonostante gli attacchi alle navi e le tensioni nello Stretto di Hormuz, le esportazioni di greggio della regione sono tornate a livelli superiori a quelli precedenti alla guerra.
Il Medio Oriente si avvicina a un nuovo passaggio delicato. Da una parte c’è Israele, alle prese con una campagna elettorale segnata dalla sicurezza nazionale e dal ricordo ancora fortissimo del 7 ottobre. Dall’altra, un fronte regionale che continua ad allargarsi, con lo Yemen nuovamente al centro delle operazioni militari e le rotte energetiche internazionali sottoposte a una pressione crescente.
È in questo contesto che arriva l’ultimo allarme dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano. Secondo quanto riferito dopo una riunione del gabinetto politico-militare, Hamas starebbe intensificando i preparativi per un’operazione di rilievo da collocare proprio in prossimità delle elezioni del 27 ottobre, oppure immediatamente dopo. L’ipotesi presa in considerazione comprende anche un’operazione mirata di rapimento.
Shin Bet, l’allarme per un attacco vicino alle elezioni
L’elemento più delicato della valutazione israeliana non riguarda soltanto la possibilità di un nuovo attacco.
A preoccupare è soprattutto la possibile scelta del momento.
Secondo l’intelligence, Hamas potrebbe cercare di sfruttare la finestra elettorale per ottenere il massimo impatto politico e mediatico. Un’azione nelle ore immediatamente precedenti al voto o poco dopo potrebbe infatti condizionare il dibattito pubblico, spostare il baricentro della campagna elettorale sulla sicurezza e aumentare ulteriormente la pressione sul governo.
Il capo dello Shin Bet, David Zini, avrebbe presentato la valutazione durante la riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza. L’apparato israeliano, secondo le informazioni disponibili, considera ancora concreta la capacità di Hamas di organizzare operazioni offensive, nonostante la pressione militare esercitata negli ultimi mesi.
Non si tratta dunque della previsione di un attacco già fissato in una data precisa.
È un’allerta preventiva, e proprio questa distinzione è fondamentale.
L’intelligence segnala una possibile intenzione e una finestra temporale considerata particolarmente sensibile. Spetterà ora all’apparato di sicurezza israeliano cercare di impedire che l’ipotesi si trasformi in un’operazione concreta.
Il fattore politico pesa sulla campagna israeliana
L’avvertimento arriva in un momento particolarmente sensibile per la politica israeliana.
Le elezioni del 27 ottobre si avvicinano mentre il tema della sicurezza continua a dominare il confronto tra governo e opposizione. Le nuove rivelazioni sulle valutazioni precedenti al 7 ottobre hanno inoltre riportato al centro della campagna le responsabilità politiche e operative legate al fallimento dell’intelligence prima dell’attacco di Hamas del 2023.
Questo rende ogni nuovo allarme estremamente delicato.
La sicurezza è una questione reale, ma in campagna elettorale diventa inevitabilmente anche una questione politica.
Il governo deve dimostrare di essere in grado di prevenire nuovi attacchi. L’opposizione, allo stesso tempo, deve evitare che ogni allarme venga utilizzato per alimentare un clima di paura.
È una linea sottile, soprattutto in un Paese che continua a vivere con l’esperienza del 7 ottobre come riferimento costante.

Hamas e il rischio di un’operazione simbolica
L’ipotesi di un’azione in coincidenza con il voto avrebbe una valenza diversa rispetto a un normale episodio di violenza.
Un attacco in quella finestra potrebbe essere pensato per produrre un effetto psicologico prima ancora che militare.
Colpire Israele alla vigilia delle elezioni significherebbe intervenire direttamente sul clima nazionale, sulla percezione della sicurezza e sulla capacità del governo di controllare il territorio.
Il rischio evocato dall’intelligence riguarda inoltre anche possibili operazioni di rapimento. Un sequestro di soldati o civili avrebbe un peso enorme nella società israeliana, soprattutto dopo l’esperienza degli ostaggi catturati durante l’attacco del 2023.
Per questo motivo il sistema di sicurezza israeliano sta mantenendo quella che i vertici militari descrivono come una modalità di prevenzione continua.
La questione non riguarda però soltanto Gaza.
Secondo le valutazioni israeliane, esiste il rischio che Hamas possa coordinarsi o trovare forme di collaborazione con altri gruppi sostenuti dall’Iran nella regione. Tra i soggetti citati nelle valutazioni di sicurezza compaiono anche gli Houthi dello Yemen.
Yemen, l’offensiva contro gli Houthi entra in una nuova fase
Mentre Israele prepara le proprie difese, migliaia di chilometri più a sud il fronte yemenita torna a occupare una posizione centrale nella crisi regionale.
Il governo yemenita riconosciuto internazionalmente ha annunciato una nuova operazione militare per riconquistare i territori controllati dagli Houthi. L’obiettivo comprende aree strategiche lungo il Mar Rosso e soprattutto la zona del Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più importanti del commercio mondiale.
Nelle ultime ore le forze governative hanno rivendicato 1.122 attacchi contro postazioni Houthi in diverse aree dello Yemen. Il bilancio fornito dalle autorità parla di 1.747 combattenti uccisi e 364 mezzi o sistemi distrutti o danneggiati.
Si tratta di cifre provenienti dalle autorità yemenite e, come accade abitualmente in un contesto di guerra, non tutte possono essere verificate indipendentemente.
La dimensione dell’offensiva, tuttavia, mostra quanto il conflitto stia rapidamente cambiando.
La fragile situazione di equilibrio che aveva caratterizzato gli ultimi anni è stata sostituita da una nuova fase di combattimenti. Le forze anti-Houthi stanno tentando di recuperare terreno, mentre il gruppo sostenuto dall’Iran mantiene capacità missilistiche e droni che rappresentano una minaccia non soltanto per i rivali regionali, ma anche per la navigazione commerciale.

Bab el-Mandeb, il punto dove la guerra incontra il commercio globale
Il Bab el-Mandeb è molto più di una semplice area geografica.
È uno dei passaggi attraverso cui il traffico marittimo collega Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo. Per questo motivo ogni escalation nello Yemen può avere conseguenze molto oltre i confini del Paese.
Negli ultimi mesi le compagnie di navigazione hanno dovuto modificare rotte e valutare nuovamente il rischio di attraversamento di alcune aree.
La situazione si complica ulteriormente perché la crisi yemenita si sovrappone a quella dello Stretto di Hormuz, altro punto essenziale per il trasporto globale dell’energia.
Il risultato è una rete di vulnerabilità nella quale un singolo episodio può avere conseguenze sui costi assicurativi, sui tempi di consegna e, soprattutto, sulla disponibilità di petrolio sui mercati internazionali.
Il paradosso del petrolio: esportazioni oltre i livelli prebellici
Eppure, proprio mentre gli attacchi aumentano, arriva un dato apparentemente sorprendente.
Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente, escludendo l’Iran, sono tornate ai livelli precedenti alla guerra e, in alcuni giorni, li hanno addirittura superati.
Secondo i dati di monitoraggio disponibili, tra il primo e il 28 settembre dalla regione sono partiti almeno 16,5 milioni di barili al giorno, un livello in linea con la media precedente al conflitto. In alcuni giorni della parte finale di settembre, inoltre, le esportazioni complessive hanno raggiunto valori compresi tra 19,5 e 22,5 milioni di barili al giorno, sopra la media prebellica indicata intorno ai 18 milioni.
Il dato non significa che la crisi energetica sia finita.
Significa piuttosto che i Paesi produttori stanno imparando ad aggirare i punti più vulnerabili della rete.
È una differenza fondamentale.
Gli oleodotti diventano l’alternativa a Hormuz
Una parte crescente del petrolio viene infatti indirizzata attraverso infrastrutture terrestri che consentono di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz.
Prima della guerra, circa il 17% delle esportazioni considerate riusciva ad aggirare Hormuz. Oggi la quota è salita intorno al 40%. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno potuto sfruttare i propri oleodotti per mantenere una parte significativa dei flussi anche mentre il traffico nello stretto rimane esposto a rischi.
È questa una delle ragioni per cui il mercato petrolifero non ha subito un collasso delle forniture proporzionato alla gravità della crisi militare.
La vulnerabilità, però, non è scomparsa.
È semplicemente cambiata la geografia del rischio.

Houthi, Arabia Saudita e il nuovo fronte energetico
La situazione nello Yemen ha inoltre riportato direttamente l’Arabia Saudita al centro della crisi.
Gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro strutture petrolifere saudite, mentre Riyadh e le forze alleate hanno intensificato le operazioni contro il gruppo yemenita.
Su alcuni degli attacchi rivendicati dagli Houthi restano versioni contrastanti. La coalizione guidata dai sauditi ha contestato alcune ricostruzioni e ha accusato il movimento di voler distogliere l’attenzione dalle proprie perdite sul terreno.
Ma anche al netto delle rivendicazioni non verificate, il quadro è sufficientemente chiaro: le infrastrutture energetiche sono tornate a essere un obiettivo strategico.
È una dinamica che i mercati osservano con particolare attenzione.
Un attacco riuscito contro un grande impianto petrolifero non avrebbe soltanto conseguenze locali. Potrebbe modificare rapidamente le aspettative sulla disponibilità futura di greggio e provocare una nuova fiammata dei prezzi.
Al momento, tuttavia, l’aumento delle esportazioni e la prospettiva di nuove riserve di emergenza stanno contribuendo a contenere parte della pressione sui mercati.
Tre crisi che si alimentano a vicenda
Israele, Yemen e petrolio sembrano a prima vista tre capitoli separati.
In realtà sono sempre più collegati.
Gaza rimane il centro della crisi israelo-palestinese. Lo Yemen rappresenta il principale punto di pressione sulle rotte del Mar Rosso. Hormuz resta il nodo energetico più sensibile del Golfo.
A collegare questi scenari c’è soprattutto il ruolo dell’Iran e della rete di gruppi armati regionali che Teheran sostiene o con i quali mantiene rapporti strategici.
Questo non significa che ogni attacco sia necessariamente coordinato.
Significa che un’escalation in un teatro può modificare rapidamente il comportamento degli attori negli altri.
Per Israele, il rischio di un attacco di Hamas vicino alle elezioni arriva dunque in un momento in cui l’intero ambiente strategico regionale è particolarmente instabile.
Il 27 ottobre diventa una data ad alto rischio
La scadenza elettorale israeliana assume quindi un significato che va oltre la politica interna.
Per Hamas potrebbe rappresentare una finestra di opportunità.
Per il governo israeliano sarà una prova di capacità preventiva.
Per l’opposizione sarà necessario distinguere tra minaccia reale e uso politico della paura.
E per la popolazione israeliana sarà inevitabile confrontarsi nuovamente con una domanda che, dopo il 7 ottobre, è diventata centrale: quanto è realmente possibile prevedere un attacco e quanto è possibile impedirlo?
Il fatto che lo Shin Bet abbia scelto di portare la valutazione direttamente al gabinetto di sicurezza dimostra che il rischio viene considerato sufficientemente serio da richiedere una preparazione specifica. Ma l’intelligence non equivale a una certezza: un allarme indica una possibilità, non annuncia necessariamente ciò che accadrà.
Un Medio Oriente ancora lontano dalla stabilizzazione
Il quadro che emerge è quello di una regione capace, per ora, di mantenere in movimento una parte dei propri flussi economici nonostante una situazione militare estremamente fragile.
Il petrolio continua a uscire dai porti.
Le rotte alternative funzionano.
I governi cercano di rafforzare le proprie posizioni.
Ma allo stesso tempo aumentano gli attacchi, le operazioni militari e i rischi per la navigazione.
È proprio questo il paradosso del Medio Oriente di oggi: la guerra non ha ancora paralizzato il sistema, ma lo sta rendendo progressivamente più costoso, più vulnerabile e più dipendente dalle rotte alternative.
Ora gli occhi sono puntati soprattutto sul 27 ottobre.
Se Hamas dovesse davvero tentare un’operazione nelle vicinanze del voto, Israele si troverebbe davanti a una nuova crisi nel momento politicamente più sensibile dell’anno. E se contemporaneamente il fronte yemenita dovesse continuare a espandersi, il rischio sarebbe quello di vedere saldarsi ulteriormente sicurezza, guerra regionale ed energia.
Il problema, a quel punto, non riguarderebbe più soltanto Israele o lo Yemen.
Riguarderebbe la stabilità dell’intera regione e, attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb, anche una parte significativa del commercio mondiale.
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