8:55 pm, 18 Luglio 26 calendario

I Musei Capitolini riscoprono Diego Rivera e il Modernismo messicano

Di: Edoardo A. Forlani

🌐 La mostra dedicata a Diego Rivera e all’arte messicana risalente alla prima metà del Novecento presso i Musei Capitolini a Roma, che è possibile visitare fino al 13 dicembre 2026, ci offre il racconto di un panorama artistico fulgido e particolarmente prolifico, affascinante se si considera il contesto storico in cui si inserisce.

L’arte messicana, oggetto sconosciuto al grande pubblico europeo, come sconosciuta resta buona parte dello sviluppo artistico di comunità e popolazioni centro e sudamericane, assume rilevanza se rielaborata attraverso il legame che possiede con la storia e con la politica.

“Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo”, curata dal direttore del Museo Kaluz di Città del Messico Miguel Fernández Félix e il direttore del Museo Robert Brady a Cuernavaca Alberto González Torres, ripercorre la trasformazione storica e artistica di un paese che è mutato radicalmente a cavallo tra il XIX e il XX secolo, tracciando un cammino fedele alla tradizione e tuttavia attentissimo ai cambiamenti.

Il percorso espositivo vede Diego Rivera traghettatore, accompagnato da una moltitudine di pittori che assieme a lui hanno contribuito a rinnovare e rivalutare la produzione artistica nazionale. Inoltre, da evidenziare la scelta delle pareti che circondano le varie sale, tinteggiate di colori intensi che seguono tonalità diverse e restituiscono la vivacità variopinta del Messico. Il rosso mattone della prima sezione si trasforma in un arancio acceso, per riportarci al caratteristico verde salvia delle sezioni successive.

Rivera assume la funzione di anello di congiunzione tra la produzione artistica latinoamericana e i circoli culturali e avanguardie europee del primo Novecento, studiando i maestri e reinterpretandone i segni attraverso la propria visione e provenienza, mai accontentandosi di compiere un tracciato che esclude un recupero delle radici.

 

All’arrivo in Europa nel 1907, il pittore rimase colpito dalle correnti artistiche del Simbolismo e del Cubismo, assimilandone gli elementi e applicando ad esse le proprie istanze stilistiche. Tra il 1913 e il 1917, dopo essersi inserito in una comunità cosmopolita che alleggerisse i pregiudizi diffusi nel panorama artistico locale nei confronti di personalità latinoamericane ed extraeuropee, realizzò opere di carattere cubista per poi scivolare in un “ritorno all’ordine” e una ripresa significativa della corrente postimpressionista, e in particolare l’opera di Paul Cézanne. Se il Nudo di schiena del 1919 riprende una tematica che ha caratterizzato il Rinascimento come la produzione dei successivi trecento anni, trovando nuova vita e una prospettiva inedita nell’Impressionismo e nelle correnti seguenti, il dipinto risente nella tecnica pittorica delle influenze avanguardiste del XX secolo.

Di conseguenza, gli anni ’10 corrispondono per lui a un periodo di intensa formazione perché, nell’emulazione dei Grand Tour ottocenteschi, per molti artisti latinoamericani soggiornare e avere il privilegio di osservare città come Madrid, Parigi e Roma garantiva una porta d’accesso, diretta o meno, se ostacolati dal razzismo diffuso, alle correnti d’avanguardia. Contestualmente, il Messico affrontava un periodo storico determinante, da cui non si può prescindere se si pensa alle ripercussioni a livello culturale scaturite in seguito al mutamento politico in atto al tempo. Nel 1910, dalle crepe del sollevamento popolare di contadini contro i privilegi dei proprietari terrieri, ha inizio la rivoluzione messicana, con cui comincia il processo di trasformazione del Paese da dittatura militare, guidata dal 1876 dal generale Porfirio Dìaz, a un regime costituzionale democratico.

Ed è proprio dalle ceneri della rivoluzione che emerge il rinascimento culturale messicano, che amalgama arti visive, letteratura, musica e architettura, e punta profondamente a valorizzare le radici e ambisce a costruire un’identità nazionale con l’arte. Per la diffusione degli ideali della rivoluzione vennero chiamati in causa i maggiori artisti messicani, espedienti di pedagogia culturale e consolidamento politico mediante un sistema di committenza statale per la decorazione di edifici pubblici. A Rivera, chiusa la parentesi europea e raggiunta una discreta fama internazionale, vennero affidati i primi incarichi di pittura morale, a cui egli integrò la conoscenza dell’arte rinascimentale e bizantina acquisita in Italia. Nel percorso espositivo è presente un video che descrive uno dei cicli pittorici più rilevanti del Muralismo messicano, portato a termine dall’artista tra il 1923 e il 1928: la decorazione della Secretaría de Educación Pública, chiamata Corrido de la Revolución. L’esaltazione delle tradizioni locali e una lettura critica della storia giocano un ruolo predominante e nei murales e sulla tela. José Clemente Orozco, componente del noto gruppo di “Los Tres Grandes” assieme a Rivera e David Alfaro, nel dipinto Alegoría de México adotta una pennellata decisa e utilizza animali come il giaguaro, il toro e il serpente per rappresentare le forze contrapposte che compongono il Paese, la forza indigena e l’identità ispanica.

Il forte realismo sociale è muro portante dello sviluppo artistico locale, ma l’esposizione dimostra come l’elemento sorprendente della nuova arte messicana risieda nella pluralità di linguaggi adottati, nelle capacità evolutive e osmosi. Da un lato, il forte sostegno politico di matrice marxista-leninista di Rivera è testimoniato dall’asilo politico concesso nel 1937 dal presidente messicano e fortemente voluto dal celebre muralista e dalla moglie Frida Kahlo (di cui è presente qualche piccola opera), che convinsero il presidente messicano a concedere asilo politico al rivoluzionario sovietico Lev Trotskij, in fuga da Stalin. D’altro canto, l’avvicinamento all’irrazionale, l’onirico e il grottesco concepiscono l’Esposizione Internazionale del Surrealismo a Città del Messico nel 1940, e favoriscono l’incontro e il rafforzamento del legame con André Breton, poeta e teorico del Surrealismo.

Nella sezione finale le opere si fanno sempre più sperimentali, richiamando sì il movimento surrealista, ma conferendole un approccio unico e inimitabile per tematiche, uso di toni caldi, e paesaggi sbalorditivi. La tradizione millenaria di civiltà indigene e riti sciamanici permangono e penetrano alcuni dipinti presenti, suggestionando lo spettatore e favorendone l’immersione. Nel complesso, la mostra consente di confrontarsi con l’evoluzione artistica e più precisamente pittorica di un Paese, necessaria per lo sviluppo culturale anche di fasce di popolazione più arretrate, attestando come il ruolo dello Stato nella formazione possa rivendicare un’eredità artistica e aprire infinite strade da percorrere, mantenendo una forte identità locale e un cordone ombelicale ben saldo con le origini.

 

18 Luglio 2026 ( modificato il 20 Luglio 2026 | 1:08 )
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