9:32 am, 12 Giugno 26 calendario

Iran repressione e arresti di massa, allarme di Amnesty

Di: Giuseppe Nasca
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🌐 Amnesty International denuncia una drammatica escalation della repressione in Iran, con oltre 6000 arresti arbitrari, processi accelerati, esecuzioni politiche e un uso sistematico del blackout informatico come strumento di controllo sociale, in un contesto definito dall’organizzazione come una delle più gravi crisi dei diritti umani degli ultimi anni.

Una stretta repressiva senza precedenti nel clima di crisi

La situazione in Iran si è aggravata in modo significativo a partire dalla fine di febbraio 2026, quando un contesto di forte tensione internazionale ha coinciso con una nuova fase di repressione interna.

Secondo quanto documentato da Amnesty International, le autorità iraniane avrebbero utilizzato il concetto di “condizioni del tempo di guerra” per giustificare un’intensificazione delle misure repressive contro il dissenso politico e sociale.

Arresti di massa, processi accelerati, condanne severe e confische di beni personali rappresentano oggi gli strumenti principali di un sistema giudiziario sempre più orientato al controllo politico.

Oltre 6000 arresti e una rete di repressione capillare

Dopo il 28 febbraio 2026, data indicata come punto di svolta, le autorità avrebbero arrestato arbitrariamente oltre 6000 persone.

Tra queste figurano:

  • giornalisti e operatori dell’informazione
  • avvocati e difensori dei diritti umani
  • studenti e accademici
  • attivisti e sindacalisti
  • membri di minoranze etniche e religiose
  • cittadini accusati di attività online

Le accuse spaziano dalla “propaganda contro lo Stato” alla collaborazione con presunti “nemici stranieri”, fino all’uso di tecnologie considerate illegali.

In molti casi, le persone arrestate vengono descritte ufficialmente come “traditori”, “spie” o “collaboratori del nemico”, in un linguaggio che contribuisce a legittimare la repressione.

Il blackout di Internet come strumento di controllo

Uno degli elementi più rilevanti della strategia repressiva è stato il blackout totale della rete.

Per 88 giorni, dal 28 febbraio al 26 maggio 2026, circa 90 milioni di persone sono rimaste isolate dalla connessione globale, in quello che viene descritto come il più lungo blackout digitale mai registrato nel Paese.

Il blocco ha avuto effetti profondi:

  • impossibilità di documentare violazioni dei diritti umani
  • isolamento informativo della popolazione
  • difficoltà di comunicazione con l’estero
  • aumento della sorveglianza digitale

Le autorità hanno inoltre criminalizzato l’uso di VPN e connessioni satellitari, equiparando alcune attività online a reati di spionaggio.

Secondo Amnesty International, il blackout avrebbe favorito la commissione di violazioni gravi dei diritti umani in un contesto di quasi totale assenza di trasparenza.

Sorveglianza digitale e criminalizzazione dell’informazione

Durante e dopo il blackout, le autorità avrebbero inviato messaggi di testo ai cittadini con avvertimenti espliciti.

Tra le misure segnalate:

  • minacce di arresto per uso di VPN
  • sanzioni per la condivisione di immagini dei bombardamenti
  • accuse di “collaborazione con il nemico” per attività online
  • inviti a segnalare comportamenti sospetti

Il controllo si estende anche alla comunicazione privata, con sistemi di tracciamento delle attività digitali e identificazione degli utenti considerati “a rischio”.

Arresti di massa e criminalizzazione del dissenso

Le autorità iraniane hanno ampliato la definizione di reato politico, includendo una vasta gamma di comportamenti.

Tra le accuse più frequenti:

  • diffusione di “notizie false”
  • espressioni di opinioni critiche verso il governo
  • condivisione di contenuti sui social media
  • contatti con media esteri
  • partecipazione a proteste

Secondo i dati raccolti, anche avvocati e difensori impegnati in processi politici sono stati perseguiti per il loro lavoro.

In alcuni casi, il sistema giudiziario avrebbe aperto procedimenti contro legali accusati di aver espresso preoccupazioni sui processi dei propri assistiti.

Sparizioni forzate, torture e confessioni estorte

Uno degli aspetti più gravi documentati riguarda il ricorso a detenzioni senza contatto con il mondo esterno.

Tra le pratiche segnalate:

  • sparizioni forzate
  • isolamento prolungato
  • torture fisiche e psicologiche
  • negazione di assistenza legale
  • confessioni estorte

Tra i casi citati figura quello dell’avvocata Nasrin Sotoudeh, detenuta senza contatti per settimane prima del rilascio su cauzione.

Altri nomi includono giornalisti e attivisti scomparsi per mesi, senza informazioni ufficiali sul loro destino.

Le testimonianze raccolte parlano di violenze come percosse, finte esecuzioni e privazione di cure mediche.

Il ruolo della magistratura e i processi accelerati

Il sistema giudiziario iraniano viene descritto come parte integrante della strategia repressiva.

Secondo le informazioni disponibili, i tribunali avrebbero avviato:

  • processi rapidi per reati capitali
  • condanne basate su “confessioni” contestate
  • procedimenti senza adeguata difesa legale
  • uso estensivo della pena di morte

Le autorità hanno più volte invocato le “condizioni del tempo di guerra” per giustificare la rapidità delle sentenze.

Esecuzioni e condanne politiche

Dal febbraio 2026 sarebbero state eseguite almeno 39 condanne a morte per reati politicamente motivati.

Le accuse includono:

  • partecipazione a manifestazioni
  • collaborazione con Stati esteri
  • attività di opposizione politica
  • “ribellione armata contro lo Stato”

Le esecuzioni avverrebbero spesso dopo processi definiti gravemente iniqui, con denunce di tortura e mancanza di trasparenza.

Parallelamente, centinaia di persone sono state condannate a pene detentive molto lunghe.

Confische di beni e controllo economico

Oltre alla repressione giudiziaria, le autorità avrebbero implementato un sistema di controllo economico dei dissidenti.

Attraverso sistemi digitali di monitoraggio, vengono identificati e colpiti:

  • conti bancari
  • proprietà immobiliari
  • attività commerciali

Secondo le stime, oltre 750 persone avrebbero subito confische patrimoniali.

Questo meccanismo contribuisce a isolare economicamente gli oppositori e a ridurre la capacità di azione della società civile.

Il quadro internazionale e le richieste di intervento

La comunità internazionale viene chiamata in causa per la gravità della situazione.

Amnesty International chiede un intervento urgente per:

  • fermare le esecuzioni
  • garantire processi equi
  • porre fine alle sparizioni forzate
  • ripristinare la libertà di informazione
  • avviare percorsi di giustizia internazionale

Secondo l’organizzazione, solo un’azione diplomatica coordinata potrebbe impedire un ulteriore deterioramento della situazione.

La dimensione politica del conflitto

Il contesto geopolitico viene indicato come elemento chiave per comprendere l’escalation repressiva.

Le autorità avrebbero utilizzato il conflitto esterno come giustificazione per rafforzare il controllo interno, riducendo gli spazi di dissenso.

In questo scenario, il confine tra sicurezza nazionale e repressione politica appare sempre più labile.

Un sistema chiuso tra censura e paura

Il quadro delineato mostra un sistema in cui:

  • l’informazione è fortemente controllata
  • il dissenso è criminalizzato
  • la tecnologia è usata come strumento di sorveglianza
  • la giustizia è accelerata e opaca

La combinazione di questi elementi crea un ambiente in cui la libertà individuale risulta profondamente compromessa.

12 Giugno 2026
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