7:20 am, 24 Agosto 26 calendario

Woke, perché divide la sinistra tra diritti e disuguaglianze

Di: Alessandra Puzzo

🌐 Woke, che cosa significa davvero e perché oggi divide la sinistra: dalle origini afroamericane del termine alla svolta di Alexandria Ocasio-Cortez, il confronto tra diritti, identità, lavoro e disuguaglianze è diventato una delle questioni più delicate per il progressismo occidentale.

C’è una parola che negli ultimi anni ha smesso di essere soltanto una parola. Woke è diventata un campo di battaglia.

La pronunciano i conservatori per descrivere ciò che considerano l’eccesso del progressismo. La usano alcuni esponenti della sinistra per prendere le distanze da una stagione politica ritenuta troppo concentrata sulle questioni identitarie. Altri, invece, continuano a rivendicarla nel suo significato originario: essere consapevoli delle discriminazioni e non voltarsi dall’altra parte.

Il problema è che oggi questi significati convivono dentro la stessa parola.

E così il dibattito che negli Stati Uniti riguarda l’eredità delle proteste del 2020, le politiche progressiste e il futuro del Partito Democratico è arrivato anche in Europa e in Italia. La recente presa di distanza di Alexandria Ocasio-Cortez da quella che ha definito la fase del “Woke 1” ha riaperto una discussione che sembrava destinata a diventare soprattutto una battaglia semantica. In realtà, dietro il termine c’è una domanda molto più concreta: che cosa deve mettere al centro oggi una politica progressista?

Diritti e identità oppure salari, lavoro, casa e disuguaglianze economiche?

La risposta più interessante potrebbe essere: entrambe le cose. Ma riuscire a tenerle insieme è diventato molto più difficile.

Che cos’è davvero il woke e da dove arriva la parola

Per capire perché oggi il termine sia così controverso bisogna tornare al suo significato originario.

Woke deriva dall’inglese afroamericano ed è legato all’idea di essere “svegli”, vigili, consapevoli di fronte alle ingiustizie. La formula “stay woke” si affermò nella cultura afroamericana come invito a mantenere alta l’attenzione davanti al razzismo e alla violenza. Uno dei riferimenti storici più noti risale alla canzone “Scottsboro Boys” del bluesman Lead Belly, negli anni Trenta.

Per lungo tempo, dunque, woke non significava estremismo progressista.

Indicava piuttosto una condizione di consapevolezza: conoscere la discriminazione razziale, riconoscere le ingiustizie e non considerarle fenomeni inevitabili.

La parola ha poi attraversato diverse fasi. È rimasta presente nella cultura afroamericana, è riemersa nella cultura popolare e nel linguaggio digitale e ha assunto una nuova centralità con i movimenti contro il razzismo degli anni Duemila e, soprattutto, con Black Lives Matter.

Dopo le proteste di Ferguson del 2014, “stay woke” è diventato uno degli slogan attraverso cui gli attivisti invitavano a non abbassare la guardia davanti alla violenza e alle discriminazioni.

Poi è arrivato il salto definitivo.

Dal razzismo ai diritti: quando woke è diventato una parola-ombrello

Nel momento in cui il termine ha iniziato a circolare fuori dalla comunità afroamericana, il suo significato si è allargato.

Woke ha cominciato a essere associato a femminismo, diritti LGBTQ+, uguaglianza razziale, inclusione, rappresentanza, discriminazioni di genere e linguaggio.

Non c’era necessariamente una teoria politica unica dietro tutte queste battaglie. C’era piuttosto un principio comune: rendere visibili forme di esclusione che per molto tempo erano state considerate marginali o inevitabili.

È proprio questa estensione ad aver trasformato il woke in una parola politica.

Nel frattempo, il termine ha iniziato a essere usato anche dai suoi avversari. Da espressione di consapevolezza è diventato, in molti ambienti conservatori, un’etichetta polemica per indicare il progressismo culturale.

Il passaggio è decisivo.

Quando una parola viene utilizzata soprattutto per definire l’avversario, il suo significato originale comincia a perdere centralità. Woke non descrive più soltanto un atteggiamento. Diventa una categoria dentro cui finiscono posizioni molto diverse.

Diritti civili, linguaggio inclusivo, identità di genere, rappresentanza, politiche antidiscriminatorie, attivismo universitario e cultura digitale vengono così accorpati sotto un’unica definizione.

È qui che nasce gran parte della confusione contemporanea.

Perché oggi woke ha quasi sempre un significato politico

Il termine non è più neutro.

Se qualcuno dice che una politica è “woke”, raramente sta utilizzando la parola soltanto nel senso originario di consapevole. Nella discussione contemporanea può voler dire progressista, radicale, ideologico, inclusivo, politicamente corretto oppure semplicemente troppo concentrato sull’identità.

Il significato dipende da chi parla.

È una dinamica tipica delle parole diventate etichette di conflitto culturale.

Lo stesso fenomeno è avvenuto con espressioni come “politicamente corretto”, “cancel culture” o “identity politics”. Termini nati per descrivere fenomeni specifici sono diventati progressivamente contenitori politici, spesso utilizzati più per posizionare chi li pronuncia che per definire con precisione un concetto.

Il risultato è una curiosa inversione.

Una parola nata per dire “stai attento alle ingiustizie” può oggi essere utilizzata per accusare qualcuno di essere troppo attento alle ingiustizie.

Il 2020 ha cambiato la percezione del progressismo

La trasformazione del termine è inseparabile da ciò che è successo negli Stati Uniti nel 2020.

L’uccisione di George Floyd a Minneapolis provocò una gigantesca mobilitazione contro il razzismo e la violenza della polizia. Le proteste superarono rapidamente i confini americani e portarono nel dibattito pubblico questioni che fino a quel momento avevano avuto uno spazio molto più limitato.

Fu una stagione di enorme energia politica.

Ma fu anche il momento in cui alcune proposte radicali entrarono nel mainstream. Il dibattito sul finanziamento e sul ruolo delle forze di polizia, l’abolizione delle carceri, la decarcerazione e altre posizioni divennero oggetto di discussione nazionale.

Anni dopo, una parte del Partito Democratico americano sta cercando di capire quali elementi di quella stagione abbiano rafforzato il movimento e quali invece lo abbiano indebolito elettoralmente.

È in questo contesto che si inserisce la nuova posizione di Ocasio-Cortez.

Ocasio-Cortez e il problema del “Woke 1”

Alexandria Ocasio-Cortez è una figura particolarmente significativa perché per anni è stata uno dei volti più riconoscibili dell’ala progressista americana.

Ad agosto 2026 ha cercato di prendere le distanze dalla stagione che oggi viene definita “Woke 1”, arrivando a descriverla come una fase ormai superata e criticando alcune delle posizioni sostenute dalla sinistra nei primi anni Venti.

Il passaggio è politicamente rilevante.

Non significa necessariamente che Ocasio-Cortez abbia abbandonato le battaglie progressiste. Significa piuttosto che sta cercando di separare il nucleo delle proprie idee sociali ed economiche da alcune delle posizioni culturali più controverse associate alla sinistra americana di quel periodo.

È una distinzione fondamentale.

Perché un conto è difendere il diritto delle minoranze alla parità di trattamento. Un altro è sostenere che una determinata strategia politica o comunicativa sia stata efficace.

La discussione attuale nasce proprio da questa differenza.

Il vero problema della sinistra: identità o classe?

Da qui arriviamo alla questione che sta alimentando il dibattito anche in Europa.

La sinistra deve tornare a parlare soprattutto di classe, salari, lavoro e disuguaglianze economiche oppure deve continuare a considerare centrali le battaglie sui diritti e sulle identità?

La contrapposizione è seducente perché è semplice.

Da una parte ci sarebbe una sinistra “materiale”, interessata al costo della vita, alla precarietà, alle pensioni, alla casa, alla sanità e ai salari.

Dall’altra una sinistra “culturale”, concentrata su genere, razza, identità, rappresentanza e linguaggio.

Ma la società reale è molto meno ordinata.

Una lavoratrice precaria può essere contemporaneamente vittima di disuguaglianza economica e discriminazione di genere. Un giovane immigrato può avere problemi di reddito e, nello stesso tempo, subire discriminazioni razziali. Una persona LGBTQ+ può essere interessata tanto al salario quanto alla possibilità di vivere senza discriminazioni.

Le due dimensioni non si escludono.

Il problema politico nasce quando una delle due pretende di rappresentare da sola l’intero universo progressista.

Il rischio di trasformare i diritti in una guerra culturale

È qui che il concetto di woke diventa più interessante.

Le battaglie per i diritti possono perdere consenso quando vengono percepite non come strumenti per migliorare concretamente la vita delle persone, ma come codici culturali riservati a una parte della società.

È il terreno sul quale la destra ha trovato una delle sue armi retoriche più efficaci.

Invece di contestare direttamente l’obiettivo dell’uguaglianza, può attaccare il linguaggio, i simboli, i comportamenti e gli ambienti associati al progressismo.

Il dibattito si sposta così dalla domanda “come ridurre una disuguaglianza?” alla domanda “chi è abbastanza progressista?”.

E quando la politica si trasforma in una gara di purezza culturale, il rischio è evidente: le persone che non conoscono il linguaggio del movimento possono sentirsi escluse proprio da chi sostiene di volerle includere.

Non è un problema esclusivamente americano.

In Italia il termine è arrivato dentro una sinistra già divisa

La discussione sul woke è arrivata anche nella politica italiana, ma in un contesto molto diverso da quello statunitense.

Qui non esiste una sovrapposizione perfetta con la storia americana del termine. Il concetto viene spesso utilizzato in modo generico per descrivere diritti civili, politicamente corretto, identità e nuove sensibilità sociali.

La polemica recente ha coinvolto anche il confronto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, all’interno di una competizione più ampia per definire il profilo del centrosinistra. Il tema dei diritti e della parità di genere è già emerso con forza nelle battaglie parlamentari e nella strategia delle opposizioni.

Ma importare automaticamente il concetto americano sarebbe un errore.

La sinistra italiana ha una storia diversa, un rapporto differente con il movimento operaio e con i diritti sociali e una struttura politica che non coincide con quella democratica americana.

Il termine woke può però funzionare come specchio di una difficoltà comune: decidere come unire le nuove domande identitarie con le vecchie questioni economiche.

La domanda che nessuno dovrebbe evitare: chi beneficia del cambiamento?

Forse il modo più utile per superare la contrapposizione è cambiare domanda.

Non chiedersi se una battaglia sia “woke” oppure no, ma chi beneficia concretamente di quella battaglia.

Una politica per la parità salariale riguarda contemporaneamente genere e reddito. Una riforma contro le discriminazioni sul lavoro riguarda identità e occupazione. Un sistema sanitario accessibile riguarda tutti, ma può incidere in modo particolare sulle persone economicamente più vulnerabili.

La divisione tra diritti e disuguaglianze, quindi, non è sempre reale.

A volte è una conseguenza del modo in cui la politica comunica.

La vera sfida consiste nel trasformare le rivendicazioni identitarie in politiche universali, capaci di parlare anche a chi non si riconosce nei codici culturali del progressismo contemporaneo.

Esiste un “woke 2.0”?

La domanda, a questo punto, non è tanto se il woke sia morto.

Probabilmente è finita una certa fase del woke.

La stagione in cui alcune parole, simboli e comportamenti potevano diventare il centro della politica progressista sembra essere entrata in una fase di ripensamento. Anche commentatori progressisti hanno iniziato a interrogarsi sui limiti di quella stagione, distinguendo tra le conquiste sostanziali dei movimenti per la giustizia sociale e le forme di attivismo percepite come performative o autoreferenziali.

Ma le questioni che hanno alimentato il fenomeno non sono scomparse.

Il razzismo non è scomparso. Le discriminazioni di genere non sono scomparse. Il problema della rappresentanza non è scomparso. Le questioni legate ai diritti LGBTQ+ non sono scomparse.

È quindi difficile sostenere che sia finita la domanda sociale che ha dato origine al woke.

Può essere invece cambiato il linguaggio con cui quella domanda viene formulata.

Il futuro del progressismo potrebbe stare nella sintesi

La vera sfida della sinistra non sembra dunque scegliere tra identità e classe.

È costruire una politica capace di parlare contemporaneamente di entrambe.

Una sinistra che difende i diritti ma non parla di stipendi rischia di apparire distante dalla vita quotidiana. Una sinistra che parla soltanto di redditi e lavoro rischia invece di ignorare esperienze concrete di discriminazione che per milioni di persone sono tutt’altro che secondarie.

La sintesi potrebbe essere più difficile da comunicare, ma anche più solida.

Significa parlare di salari e discriminazioni sul lavoro, di casa e accessibilità, di sanità e disuguaglianze, di scuola e mobilità sociale, di diritti civili e sicurezza economica.

Significa soprattutto smettere di trattare queste questioni come compartimenti stagni.

Il woke è davvero finito?

Forse la risposta più onesta è no.

È finita, o almeno è profondamente in discussione, l’idea che il progressismo possa identificarsi interamente con il woke.

La parola è ormai troppo carica di significati, troppo utilizzata dagli avversari e troppo distante dalla sua origine per poter rappresentare da sola un progetto politico.

Ma le domande che l’hanno resa popolare restano.

Chi viene escluso? Chi ha meno opportunità? Chi subisce discriminazioni? Chi può permettersi una casa? Chi ha accesso a un lavoro stabile? Chi viene rappresentato e chi resta invisibile?

Sono interrogativi diversi, ma appartengono allo stesso problema: come distribuire potere, opportunità e dignità in una società sempre più complessa.

Il futuro della sinistra potrebbe dipendere proprio dalla capacità di ricomporli.

Non serve scegliere tra una lotta per i diritti e una lotta contro le disuguaglianze economiche. Serve spiegare perché la libertà di essere se stessi e la possibilità concreta di vivere una vita dignitosa sono due facce della stessa idea di emancipazione.

Se questa sintesi riuscirà a diventare una proposta politica credibile, il woke potrà anche uscire dal vocabolario quotidiano della sinistra.

Ma le battaglie che lo hanno generato avranno semplicemente trovato un nuovo linguaggio.

24 Agosto 2026 ( modificato il 23 Agosto 2026 | 13:25 )
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