Turisti cafoni in Italia: spiagge, Dolomiti e città nel caos
🌐 Turisti cafoni sempre più al centro delle polemiche: dalle spiagge trasformate in discariche alle infradito sui sentieri delle Dolomiti, dalle code per il krapfen a 2.300 metri fino al turista sul tetto di un vaporetto a Venezia. L’estate 2026 riporta in primo piano il problema dell’overtourism e dei comportamenti che mettono a rischio ambiente, sicurezza e convivenza.
L’Italia continua ad attirare milioni di visitatori, ma nell’estate 2026 cresce anche il numero degli episodi che raccontano l’altra faccia del turismo di massa. Non è più soltanto una questione di folle, code e città affollate: in molte delle località più amate del Paese il problema riguarda il comportamento di una parte dei visitatori, italiani e stranieri, che sembra dimenticare regole elementari di sicurezza, rispetto e convivenza.
Succede sulle spiagge della Sardegna, dove negli ultimi due anni sono state intercettate quasi quattro tonnellate di sabbia, ciottoli e conchiglie sottratte agli arenili e nascoste nei bagagli dei turisti. Succede sulle Dolomiti, dove sentieri e prati vengono affrontati con equipaggiamento inadeguato, mentre alcune delle mete diventate celebri sui social vengono prese d’assalto per una fotografia o per assaggiare un dolce.
E succede a Venezia, dove un ragazzo di 18 anni è arrivato a salire sul tetto di un vaporetto in movimento, ripetendo anche il gesto poche ore dopo e finendo denunciato per interruzione di pubblico servizio e pericolo per la navigazione.
Sono episodi molto diversi tra loro, ma hanno un denominatore comune: la trasformazione della vacanza in una sorta di territorio senza regole, dove l’esperienza personale sembra avere la precedenza sulla sicurezza, sull’ambiente e sul rispetto dei luoghi.
Turisti cafoni, l’estate degli eccessi da Nord a Sud
La definizione di “turismo cafone” è volutamente provocatoria, ma fotografa una tendenza che quest’estate è diventata difficile da ignorare.
Il fenomeno non riguarda una nazionalità specifica e sarebbe sbagliato trasformarlo in una contrapposizione tra italiani e stranieri. Il comportamento incivile non ha passaporto. Il punto è piuttosto un altro: l’enorme quantità di persone che raggiunge contemporaneamente alcune destinazioni rende molto più visibili e dannosi anche comportamenti che, in condizioni normali, rimarrebbero episodi isolati.
Il risultato è un corto circuito.
Una spiaggia viene utilizzata come se fosse uno spazio privato. Un sentiero di montagna diventa il set per un video. Un centro storico viene considerato una prosecuzione dell’arenile. Un mezzo pubblico viene trasformato in una piattaforma per una bravata destinata ai social.
E quando tutti fanno la stessa cosa, l’eccezione diventa sistema.

Dolomiti prese d’assalto: infradito, selfie e soccorsi ostacolati
Uno dei casi più emblematici arriva dalla montagna.
Le Dolomiti sono diventate una delle destinazioni più desiderate anche da chi non ha una vera esperienza escursionistica. Il problema non è certo che nuovi visitatori scoprano la montagna: il turismo è una risorsa fondamentale per questi territori. La difficoltà nasce quando l’accesso ai sentieri avviene senza preparazione e senza consapevolezza.
In estate si sono moltiplicate le segnalazioni relative a escursionisti in infradito, persone che abbandonano i percorsi autorizzati, rifiuti lasciati nei prati e comportamenti incompatibili con la tutela degli spazi naturali.
A Cortina e nell’area dolomitica sono stati rafforzati i controlli proprio per contrastare i comportamenti più problematici. La pressione turistica ha raggiunto livelli tali da richiedere una presenza maggiore della polizia provinciale e azioni specifiche per governare i flussi. Nel 2025, secondo dati riportati nelle cronache locali, il distretto delle montagne bellunesi ha registrato oltre un milione di visitatori, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente.
Ma l’immagine che più di tutte restituisce il problema è quella dell’area destinata alle operazioni di soccorso occupata da persone che prendevano il sole.
In un episodio avvenuto sulle Dolomiti bellunesi, un elicottero del Suem 118 impegnato in un intervento ha dovuto attendere che la piazzola venisse sgomberata. Una situazione che va ben oltre il cattivo gusto, perché una superficie riservata alle emergenze deve rimanere libera proprio per consentire ai soccorritori di intervenire rapidamente.
Qui la linea tra maleducazione e pericolo concreto diventa sottilissima.
Quando la montagna diventa un set per Instagram
Il nuovo turismo di montagna ha anche un’altra caratteristica: la ricerca dell’immagine perfetta.
Alcuni luoghi vengono raggiunti non per conoscere un territorio, affrontare un percorso o vivere un’esperienza, ma semplicemente per ottenere la fotografia vista online.
Il lago, il rifugio, il prato, la mucca, il tramonto: tutto può diventare un fondale.
E così il paesaggio viene consumato alla stessa velocità con cui viene pubblicato.
Sull’Alpe di Siusi, i ranger raccontano da tempo di dover richiamare visitatori che entrano nei prati, si avvicinano alle proprietà agricole o ignorano le indicazioni. Il problema è particolarmente evidente nelle località diventate “hotspot” internazionali, dove migliaia di persone arrivano ogni giorno per pochi minuti e per una fotografia.
La fila per il krapfen a 2.300 metri
L’ultimo paradosso del turismo dolomitico arriva dal cibo.
Il krapfen di un rifugio a circa 2.300 metri di quota, tra il Col Rodella e il Passo Sella, è diventato un piccolo fenomeno social. Le immagini delle lunghe code hanno iniziato a circolare online, trasformando il dolce in una delle attrazioni della zona.
Non c’è nulla di scandaloso nel voler assaggiare una specialità in montagna. Il fenomeno diventa però interessante quando la fila per un prodotto diventa essa stessa parte dell’attrazione turistica.
Il visitatore non cerca più soltanto il panorama: cerca ciò che ha già visto sul telefono.
Le cronache degli ultimi giorni hanno documentato code di decine di persone proprio per raggiungere il rifugio e comprare il famoso krapfen alla crema.
È l’esempio perfetto di come funzionano oggi i flussi turistici: un contenuto diventa virale, un luogo viene associato a un’esperienza specifica e nel giro di poco tempo la domanda si concentra nello stesso punto.
Il problema non è il krapfen.
Il problema è quando un’intera montagna viene ridotta a una singola fotografia.

Venezia e la bravata sul tetto del vaporetto
A Venezia il turismo cafone assume invece una dimensione ancora più rischiosa.
Il 3 luglio un ragazzo di 18 anni residente in provincia di Reggio Emilia è salito sul tetto di un vaporetto mentre l’imbarcazione navigava nel bacino di San Marco. Un amico lo filmava con il cellulare.
Non si è trattato soltanto di una fotografia particolare. Secondo quanto ricostruito dalla Polizia locale, il giovane ha ripetuto il gesto poche ore dopo ed è stato quindi fermato e denunciato per interruzione di pubblico servizio e pericolo per la navigazione. Anche l’amico che lo riprendeva è stato identificato.
La vicenda è diventata immediatamente un caso simbolo perché riassume una delle dinamiche più evidenti del turismo contemporaneo: fare qualcosa di assurdo perché possa essere filmato.
Il viaggio diventa contenuto.
La città diventa sfondo.
Il rischio diventa parte dello spettacolo.
E il “like” diventa, in qualche modo, la ricompensa.
Il Comune di Venezia ha reagito annunciando una linea di tolleranza zero, sottolineando che comportamenti simili possono mettere a rischio non soltanto chi li compie ma anche la sicurezza della navigazione e degli altri passeggeri.
Sardegna, quattro tonnellate di spiaggia finite nei bagagli
Se sulle montagne il problema è soprattutto il comportamento, sulle spiagge può diventare una questione ambientale.
In Sardegna, i controlli all’aeroporto di Olbia Costa Smeralda hanno portato negli ultimi due anni al sequestro di circa quattro tonnellate di sabbia, ciottoli e conchiglie sottratti alle spiagge.
Non sono souvenir innocui.
La sabbia e i piccoli frammenti di roccia fanno parte dell’equilibrio degli arenili. Prelevarli sistematicamente significa sottrarre materiale a ecosistemi già sottoposti all’erosione e alla pressione antropica.
Il materiale recuperato viene restituito all’ambiente attraverso un progetto dedicato alla ricollocazione dei sedimenti nelle aree di provenienza.
È una delle immagini più potenti di questa estate: turisti che arrivano in aeroporto con un pezzo di Sardegna dentro la valigia.
Un souvenir che, però, non dovrebbe mai partire.

Spiagge, yacht e ombrelloni: quando il mare diventa territorio privato
La Sardegna è anche uno dei luoghi dove il dibattito sull’overtourism è diventato più acceso.
Yacht e gommoni concentrati vicino alle spiagge, musica, discoteche galleggianti, lettini e ombrelloni utilizzati per occupare porzioni di arenile: in alcune località la pressione estiva ha alimentato una crescente insofferenza tra residenti, operatori e associazioni ambientaliste.
Il punto più delicato riguarda l’idea che una spiaggia pubblica possa essere percepita come un’estensione della propria vacanza privata.
La stessa logica si ritrova negli ombrelloni lasciati in anticipo per “prenotare” il posto. Il gesto può sembrare banale, ma quando diventa una pratica diffusa modifica concretamente la fruizione di uno spazio che dovrebbe essere accessibile a tutti.
Costume in città: le ordinanze contro il turismo fuori contesto
Il fenomeno si sposta poi nei centri abitati.
In numerose località turistiche italiane il costume da bagno e il torso nudo sono diventati oggetto di ordinanze e multe. A Varenna, sul lago di Como, il nuovo regolamento prevede sanzioni fino a 200 euro per chi circola in costume o a torso nudo in determinate aree del paese.
A Cavallino-Treporti, sul litorale veneziano, sono già stati notificati verbali per chi si muove per le strade in costume o a torso nudo, con controlli destinati a proseguire durante la stagione.
A Gallipoli, l’ordinanza estiva ha esteso il divieto di circolare in costume o a torso nudo all’intero territorio urbano, con sanzioni che possono arrivare a 500 euro.
Il messaggio delle amministrazioni è chiaro: la spiaggia ha le sue regole e la città ne ha altre.
Non è una questione di moralismo, ma di contesto. Entrare in un bar, in un negozio, in una chiesa o attraversare un centro storico non equivale a camminare sulla battigia.
La vacanza non sospende le regole della convivenza.
Il problema non sono i turisti: è il modello di turismo
Definire “cafoni” tutti i turisti sarebbe facile, ma anche profondamente sbagliato.
L’Italia vive di turismo. Alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, rifugi, trasporti, negozi e attività culturali dipendono in larga parte dalla presenza dei visitatori. Il turismo non è il nemico. Il problema è un modello di turismo che concentra troppe persone, troppo rapidamente e spesso negli stessi luoghi.
Quando una destinazione diventa virale, i flussi possono crescere molto più rapidamente della capacità del territorio di gestirli.
È successo a Venezia, accade sulle Dolomiti, interessa i borghi del lago di Como e si manifesta sulle coste più fragili.
A quel punto anche un gesto individuale apparentemente innocuo può diventare problematico se moltiplicato per migliaia di persone.
Un turista che lascia una bottiglia sul sentiero è un episodio.
Migliaia di persone che lo fanno ogni giorno trasformano il sentiero in una discarica.
Una persona che si sdraia su una piazzola di soccorso è incosciente.
Decine di persone che lo fanno impediscono un’operazione di emergenza.
Un sacchetto di sabbia portato via dalla Sardegna sembra irrilevante.
Quattro tonnellate sequestrate raccontano un’altra storia.

Social, overtourism e la nuova economia del “posto da vedere”
C’è poi un elemento trasversale a quasi tutti questi episodi: i social network.
Il meccanismo è semplice. Un luogo diventa famoso perché appare in migliaia di video. Le persone vogliono ripetere la stessa esperienza. Le fotografie diventano prova di essere stati lì. E il luogo, proprio grazie alla sua fama, perde progressivamente quella dimensione di esclusività che lo aveva reso desiderabile.
È una spirale.
Più un posto diventa virale, più viene visitato.
Più viene visitato, più aumenta la possibilità che venga danneggiato.
Più viene danneggiato, più le amministrazioni devono intervenire.
E più intervengono, più il divieto diventa parte della notizia e, paradossalmente, nuovo contenuto da condividere.
È il paradosso dell’overtourism nell’epoca digitale.
Dalle multe ai controlli: l’Italia prova a cambiare passo
Le amministrazioni stanno reagendo con strumenti diversi: multe, controlli, cartelli, limitazioni degli accessi, regolamentazione dei gruppi e presenza di personale dedicato.
Sulle Dolomiti sono stati predisposti presidi e controlli aggiuntivi per affrontare la pressione sui sentieri. A Varenna si è intervenuti anche sulla dimensione dei gruppi e sul comportamento nei luoghi pubblici. Sul litorale veneto le sanzioni per l’abbigliamento inadeguato sono già entrate nella pratica quotidiana.
Ma le multe, da sole, non possono risolvere il problema.
Serve educazione al viaggio.
Chi va in montagna deve sapere che un sentiero non è una passeggiata urbana. Chi entra in un centro storico deve capire che non è una spiaggia. Chi visita un cimitero di guerra deve riconoscere il valore del luogo. Chi raggiunge una riserva naturale deve sapere che il paesaggio non è un souvenir.
E soprattutto, chi viaggia dovrebbe ricordare una cosa semplice: essere in vacanza non significa essere fuori dalla società.
L’Italia che accoglie, ma chiede rispetto
Il paradosso dell’estate 2026 è tutto qui.
L’Italia continua a voler essere una grande destinazione internazionale, ma allo stesso tempo molti territori stanno iniziando a chiedere che il turismo abbia un limite.
Non necessariamente un limite numerico.
Un limite culturale.
Perché il visitatore ideale non è quello che vede più luoghi, scatta più fotografie o riesce a conquistare l’ultimo krapfen della giornata. È quello che lascia il luogo almeno nelle stesse condizioni in cui lo ha trovato.
Le Dolomiti non sono un parco giochi.
La Sardegna non è una cava di sabbia.
Venezia non è un set cinematografico.
Un cimitero non è un’area picnic.
E una piazza di un borgo non è un prolungamento della spiaggia.
Il vero lusso, nell’estate dell’overtourism, potrebbe essere molto più semplice: visitare un luogo senza consumarlo.
Perché il turismo può continuare a essere una delle grandi ricchezze dell’Italia solo se chi arriva comprende che la bellezza che lo ha portato fin qui non gli appartiene. È un patrimonio condiviso. E proprio per questo, prima ancora di fotografarlo, bisogna imparare a rispettarlo.
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