Sulmona, chiusa in auto dall’ex: «Ho temuto di morire»
🌐 Sulmona, una 37enne sarebbe stata picchiata e rinchiusa nell’auto dell’ex compagno, che secondo l’accusa voleva portarla sul monte Morrone: a salvarla sono stati alcuni carabinieri fuori servizio. L’episodio di maggio è emerso dopo una nuova aggressione a luglio.
C’è un episodio rimasto per mesi nell’ombra che oggi assume un peso drammatico nell’inchiesta su un 55enne di Sulmona, attualmente detenuto nel carcere di Pescara. Al centro della vicenda c’è una donna di 37 anni che, secondo la ricostruzione degli investigatori, nel maggio scorso sarebbe stata aggredita, picchiata e costretta a salire nell’auto dell’ex compagno.
L’uomo, secondo le contestazioni, avrebbe avuto intenzione di condurla in una zona isolata del monte Morrone, nell’area di Sulmona, dove il progetto sarebbe potuto culminare in un omicidio.
A interrompere quella sequenza sono stati alcuni carabinieri fuori servizio, insospettiti dal comportamento dell’uomo alla guida. La loro intuizione avrebbe impedito che la situazione degenerasse ulteriormente.
La donna è stata soccorsa e accompagnata in ospedale. Ma in quel momento, secondo quanto emerso successivamente, avrebbe scelto di non andare fino in fondo con la denuncia, per paura di possibili ritorsioni.
Soltanto dopo una nuova aggressione, avvenuta a luglio in provincia di Pescara, l’episodio precedente sarebbe entrato nel fascicolo investigativo, facendo emergere un quadro considerato dagli inquirenti ancora più grave.
La donna chiusa nell’auto e il piano sul monte Morrone
La ricostruzione riguarda un episodio avvenuto a maggio, quando la relazione tra la donna e il 55enne sarebbe già stata caratterizzata da comportamenti violenti e maltrattamenti.
Secondo le accuse, l’uomo avrebbe aggredito la compagna e poi l’avrebbe costretta a entrare nell’automobile. La donna sarebbe rimasta all’interno dell’abitacolo mentre l’uomo si dirigeva verso il monte Morrone, una delle montagne che dominano Sulmona.
Non si sarebbe trattato, secondo gli elementi raccolti nell’inchiesta, di un semplice spostamento.
La stessa vittima avrebbe riferito ai militari, dopo essere stata soccorsa, che l’ex voleva portarla sul Morrone per ucciderla.
È una dichiarazione particolarmente pesante, che oggi viene riletta alla luce delle altre contestazioni rivolte all’uomo. Va tuttavia ricordato che si tratta di una ricostruzione investigativa e che le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.
La dinamica avrebbe potuto concludersi in modo completamente diverso se quell’automobile avesse raggiunto la zona isolata verso cui, secondo l’accusa, era diretta.

L’intuito dei carabinieri fuori servizio
La svolta arriva quasi per caso.
Alcuni carabinieri, che in quel momento non erano in servizio, avrebbero notato l’atteggiamento sospetto dell’uomo alla guida e deciso di intervenire.
Quando l’auto viene fermata, i militari si trovano davanti una situazione diversa da quella che potevano immaginare inizialmente.
All’interno dell’abitacolo c’è la 37enne, che presenta diverse lesioni al volto.
L’intervento permette di interrompere il tragitto e di prestare soccorso alla donna.
È uno degli aspetti più significativi della vicenda: la presunta violenza non viene scoperta attraverso un’indagine già avviata, ma grazie all’attenzione di persone che, trovandosi fuori servizio, decidono di approfondire un comportamento che appare anomalo.
Un controllo che, secondo la ricostruzione, potrebbe aver salvato una vita.
La donna viene quindi accompagnata in ospedale per ricevere le cure necessarie.
Ed è proprio in quel contesto che emergerebbe il racconto relativo al monte Morrone.
«Ho temuto di morire»: perché la vicenda è rimasta nascosta
Nonostante la gravità di quanto sarebbe accaduto, la donna avrebbe deciso inizialmente di allontanarsi dall’ospedale.
La ragione sarebbe stata la paura di ritorsioni.
È un elemento che aiuta a comprendere perché un episodio potenzialmente drammatico sia rimasto per mesi sullo sfondo, senza trasformarsi immediatamente in un procedimento con le contestazioni oggi note.
La paura nei confronti di un partner o di un ex partner violento può diventare essa stessa una forma di prigionia. Non necessariamente esiste una scelta semplice tra denunciare e non denunciare: possono entrare in gioco minacce, dipendenza economica, isolamento, timore di nuove aggressioni e il rischio percepito di una reazione ancora più violenta.
Nel caso di Sulmona, secondo la ricostruzione emersa oggi, l’episodio di maggio non sarebbe stato quindi un fatto isolato, ma una parte di una vicenda più ampia che avrebbe avuto un nuovo capitolo a luglio.
Ed è proprio il secondo episodio a riaprire tutto.

La nuova aggressione di luglio
A luglio, quando la coppia si trova in provincia di Pescara, l’uomo avrebbe nuovamente aggredito la compagna.
Questa volta la scena sarebbe avvenuta all’interno della camera da letto.
Secondo le contestazioni, il 55enne avrebbe esercitato violenza sulla donna e avrebbe preteso anche la restituzione di una somma di denaro.
Da qui nasce un ulteriore filone dell’inchiesta: oltre ai maltrattamenti in famiglia, all’uomo viene contestata anche la tentata estorsione.
È durante la ricostruzione di questo secondo episodio che gli investigatori sarebbero tornati indietro fino a maggio, facendo emergere il presunto progetto di portare la donna in una zona isolata del Morrone.
La successione temporale cambia quindi la lettura dell’intera vicenda.
Quello che inizialmente poteva apparire come un episodio grave ma circoscritto viene inserito in un quadro più ampio di presunte violenze ripetute e condotte persecutorie.
Perché il caso ricorda quello di Lorena Isceri
La vicenda di Sulmona assume un significato ancora più inquietante perché arriva pochi giorni dopo il femminicidio di Lorena Isceri, la 45enne uccisa dall’ex compagno dopo essere stata sequestrata e portata sull’Autostrada del Sole.
Nel caso di Lorena, la donna era stata rinchiusa nel bagagliaio dell’auto e aveva cercato disperatamente di chiedere aiuto. L’uomo l’aveva poi gettata da un viadotto dell’A1, provocandone la morte.
Il collegamento tra le due vicende non riguarda soltanto l’utilizzo di un’automobile.
A unirle, in modo drammatico, è soprattutto il presunto tentativo di isolare una donna e sottrarla a qualsiasi possibilità di aiuto, portandola lontano da altre persone.
Nel caso di Sulmona, però, l’epilogo è stato diverso.
L’intervento dei carabinieri fuori servizio ha interrotto il percorso prima che la donna potesse essere condotta nella zona indicata dagli investigatori.
Nel caso di Lorena, invece, l’aggressione si è conclusa con un femminicidio.
La cronaca delle ultime settimane rende dunque impossibile ignorare la somiglianza tra due storie diverse ma accomunate da violenza nelle relazioni affettive, controllo e isolamento.
Due vicende diverse, una stessa dinamica di pericolo
Il confronto non deve trasformarsi in una sovrapposizione.
Le indagini sul caso di Sulmona sono ancora al centro dell’accertamento giudiziario e la ricostruzione dell’accusa dovrà essere verificata nel processo.
Ma un elemento emerge con particolare forza: la violenza può assumere una progressione difficile da riconoscere dall’esterno.
Un’aggressione può essere seguita da minacce, controllo, richieste di denaro, isolamento o nuove violenze. Quando questi segnali vengono considerati singolarmente, il quadro complessivo può risultare meno evidente.
Nel caso della 37enne, l’episodio di maggio avrebbe avuto conseguenze ancora più gravi se non fosse intervenuto quel controllo casuale.
La successiva aggressione di luglio ha invece fatto riemergere ciò che era accaduto mesi prima.
Ed è proprio questo passaggio a rendere importante la ricostruzione: un episodio apparentemente chiuso può tornare alla luce quando nuovi elementi consentono agli investigatori di collegare eventi diversi.

L’uomo è in carcere a Pescara
Il 55enne di Sulmona si trova attualmente nel carcere di Pescara nell’ambito dell’inchiesta per maltrattamenti e per le ulteriori contestazioni emerse nel procedimento.
La sua posizione giudiziaria resta naturalmente distinta da qualsiasi responsabilità definitivamente accertata.
L’accusa sostiene che dietro la sequenza di episodi ci sia un comportamento violento reiterato e che, nel maggio scorso, l’uomo abbia pianificato di portare la compagna in una zona isolata con intenzioni omicide.
Saranno gli sviluppi dell’inchiesta e le successive decisioni dell’autorità giudiziaria a stabilire la consistenza delle accuse e le eventuali responsabilità penali.
Nel frattempo, la donna è sopravvissuta.
Ed è questo il punto che rende la vicenda particolarmente dolorosa: la sua vita sarebbe stata salvata da un intervento avvenuto nel momento esatto in cui il pericolo poteva diventare irreversibile.
Il dettaglio che poteva cambiare tutto
Ci sono storie di cronaca nelle quali la differenza tra una tragedia e una persona che torna a casa può essere misurata in pochi minuti.
Questa sembra essere una di quelle.
Un’auto che continua il proprio tragitto avrebbe potuto raggiungere una zona isolata. Un controllo effettuato da alcuni militari fuori servizio ha invece interrotto quel percorso.
La donna è stata trovata ferita, soccorsa e messa al sicuro.
Per mesi, tuttavia, la parte più grave della storia sarebbe rimasta fuori dal procedimento nella sua forma attuale, anche a causa della paura della vittima di subire ulteriori ritorsioni.
Poi è arrivata una nuova aggressione.
E quella seconda violenza ha finito per riportare alla luce la prima.
È anche per questo che la vicenda di Sulmona sta suscitando particolare attenzione: non soltanto per ciò che sarebbe accaduto a maggio, ma per ciò che mostra sul modo in cui una situazione di violenza può svilupparsi nel tempo e diventare progressivamente più pericolosa.
Il paragone con Lorena Isceri rende il racconto ancora più drammatico. Ma la differenza decisiva resta una: nel caso abruzzese, qualcuno si è accorto che qualcosa non andava prima che fosse troppo tardi.
E quella scelta, fatta da alcuni carabinieri mentre erano fuori servizio, potrebbe aver segnato il confine tra un’altra tragedia e una donna ancora viva, oggi chiamata a ricostruire la propria vita dopo una vicenda che, secondo l’accusa, avrebbe potuto concludersi sul monte Morrone.
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